Rubrica: La Sardegna dei Comuni – Decimoputzu

Ogni settimana raccontiamo la storia di un  paese della Sardegna per far conoscere le sue particolarità, le sue bellezze  geografiche e la sua comunità

di Antonio Tore

 

Decimoputzu (Deximuputzu in  sardo) è un comune di poco meno di 5.000 abitanti della provincia del Sud Sardegna e confina con Villasor, Villaspeciosa, Decimomannu, Siliqua, Vallermosa.

Il territorio di Decimoputzu era già abitato in epoca prenuragica e nuragica. Le testimonianze più importanti di quel periodo sono i nuraghi di Monte Idda e Casteddu de Fanaris e la domus de janas in località Sant’Iroxi, nota come Tomba dei guerrieri, dove sono state rinvenute 19 lame di spade e pugnali in rame arsenicale, risalenti alla più antica fase nuragica  (Cultura di Bonnanaro, 1600 a.C. circa).

Sempre all’epoca nuragica si riferisce la testa in avorio di una statuetta di soldato miceneo (che confermerebbe gli scambi con le civiltà dell’Egeo) proveniente dalla località di Mitza Purdia, nonché il ripostiglio sul Monte Idda nelle vicinanze del nuraghe, dove furono scoperti vari oggetti in bronzo tra i quali diverse spade.

Successivamente l’area venne frequentata da fenicio-punici, romani, vandali e bizantini. Le prime notizie dell’esistenza del borgo risalgono al 1089 come testimonianza della donazione da parte del giudice di Cagliari Orzocco Torchitorio I della chiesa di S. Georgii de Decimo all’Ordine di San Vittore di Marsiglia.

Il toponimo Decimoputzu viene per la prima volta citato nel 1444 nelle forme di “Decimopozzo” o “Decimo Pupussi” quando il territorio era parte integrante della curatoria di Gippi che fece parte del giudicato di Cagliari prima e del Regno di Sardegna in seguito, durante il dominio aragonese-spagnolo, quando fu incorporato come feudo dell’Incontrada di Parte Gippi.

La fertilità del suolo, dovuta ai numerosi corsi d’acqua che attraversano le campagne, ha reso famosa questa comunità per le sue pregiate produzioni di carciofi e pomodori.

La ricchezza del suolo putzese doveva essere famosa già nei tempi antichi se l’uomo decise di stanziarvisi sin dal lontano Neolitico. Ne sono prova le tracce di insediamento rinvenute in località Sant’Iroxi che fanno di questo paese uno dei centri abitati più antichi della Sardegna.

Ma a farla da padrone in un territorio che non può che essere considerato un museo a cielo aperto, sono  senz’altro le opere architettoniche quali: la chiesa in stile romanico di San Giorgio e l’annessa tomba di età vandalica, la chiesa campestre e il mulino di San Basilio, la chiesa patronale in stile tardo-gotico di Nostra Signora delle Grazie, i menhir di Perdasì , le tombe di giganti di Perda Lada e is Fundamentus e, infine, ben 11 nuraghi. Fra questi ultimi merita di essere menzionato Su Castedd’e Fanaris, la fortezza più imponente della Sardegna meridionale.

La fortezza s’inserisce nella tipologia dei nuraghi complessi o evoluti del Tardo Bronzo (1330-1000 a.C.). Questo nuraghe, il più imponente della Sardegna meridionale, consta di un bastione formato da nove torri (se non di più) e di una cinta antemurale dotata di almeno cinque torri alternate a cortine. Il materiale usato è per lo più il granito locale; i massi usati sono di medie dimensioni, talvolta anche piccoli. Alcune parti, come le feritoie, sono state più rifinite e curate. Le mura immettono su due spuntoni rocciosi che rendono la fortezza ancora più stabile e sicura.
Oltre ad essere una residenza fortificata, infatti, Su Castedd’e Fanaris assolveva ad una specifica funzione difensiva nel corridoio di raccordo strategico che univa la zona mineraria del Sulcis-Iglesiente con la Sardegna centrale.

Alla vitalità della vicina chiesa intitolata a San Basilio va ricondotta probabilmente la motivazione della costruzione post-medievale del mulino, che serviva principalmente all’irrigazione dei campi e all’abbeveramento degli animali appartenenti alla chiesa.

Le fonti orali del paese narrano che questo mulino venisse utilizzato fino ai primi anni del ‘900 come mulino a trazione animale. Si racconta che l’acqua veniva attinta tramite una ruota di legno (la noria) attorno a cui stava una corda fatta con rami di mirto o di oleastro intrecciati; alla corda venivano legati recipienti di terracotta (is tuvus) e un asinello bendato faceva girare la ruota in modo che i recipienti legati alla fune scendessero in una delle due bocche del pozzo e risalissero, colmi d’acqua, dall’altra bocca. L’acqua veniva poi convogliata nei vari vasconi, in alcuni dei quali si abbeverava il bestiame. Dalle grandi vasche l’acqua defluiva poi nelle piccole vaschette laterali che venivano utilizzate per il lavaggio dei tessuti.

Il rinvenimento di Perda Lada s’inserisce nella categoria di monumenti conosciuti col nome di Tombe di Giganti: le costruzioni funerarie caratteristiche della civiltà nuragica (1600-900 a.C.). Si tratta di tombe collettive che potevano contenere un gran numero di inumazioni. Esse si compongono di una lunga camera funeraria che termina solitamente con un abside ed è coperta da lastre di pietra disposte orizzontalmente. L’elemento più spettacolare di questi monumenti è sicuramente la facciata, al centro della quale si trova la stele: una grande lastra di pietra disposta in senso verticale che solitamente termina con una centina, ossia con una cornice rotondeggiante. Ai lati della stele sono disposte, sempre in senso verticale, delle lastre più basse che formano  un arco detto esedra.

Nel sud della Sardegna la facciata delle tombe varia rispetto al resto dell’isola: si osserva una fronte completamente in muratura, costruita in tecnica ciclopica (la tecnica usata nella costruzione dei nuraghi), col portello d’ingresso sormontato da un architrave monolitico. Pertanto, il monumento di Perda Lada, risalente  ai tempi del Bronzo Medio I (XVI-XV sec. a.C.), rappresenta un’eccezione, ponendosi come una delle tombe a stele  più meridionali dell’isola. Osservandola si percepisce l’allineamento di una parete interna della camera, costruita con granito grigio proveniente dal colle di Perdera.

I menhir (nome bretone che significa “pietra lunga”) sono genericamente noti in Sardegna con il nome di perdas  fittas (“pietre erette”), in quanto la loro caratteristica è quella di avere una forma allungata e di essere stati eretti sul terreno. Sulla loro funzione ancora si discute in quanto essi talvolta si accompagnano a località o strutture di natura funeraria e, in altri casi, si individuano nelle aree di antichi centri abitati o di antichi sentieri e, altre volte ancora, sembrano indicare una specie di santuario all’interno di un villaggio. Alcuni studiosi sono concordi nel ritenerli espressioni di culto legati alla fertilità della terra, altri sostengono siano statue dedicate a divinità o eroi.

Gli esemplari di Perdasì, risalenti al Neolitico Medio (3800-3000 a.C.), rappresentano la tipologia di menhir antropomorfi più semplice e meno elaborata, con un corpo parallelepipedo o prismatico tendente a restringersi e ad assottigliarsi verso la sommità. Uno solo di essi è ancora eretto; gli altri quattro o cinque (è ancora da verificare se due pietre rappresentino due menhir distinti o un unico menhir spezzato in due parti) furono spostati nella loro posizione attuale a metà del ‘900 perché intralciavano i lavori agricoli.

Stando alle fonti, sembrerebbe che questi menhir si trovassero ad una distanza di m. 2,50 circa l’uno dall’altro e che fossero disposti lungo un allineamento con orientamento E-W. Uno dei menhir abbattuti presenta due coppelle da considerarsi come indicazione di un culto reso agli stessi monoliti.

A Decimoputzu sono due le sagre importanti, una si svolge nel mese di maggio e l’altra in settembre. La caratteristica di queste sagre consiste nella venerazione di due Santi importantissimi: San Giorgio e San Basilio Magno, entrambi originari della Cappadocia, una ragione dell’attuale Turchia centrale.

La festa di S. Giorgio si celebra la terza domenica di maggio. I festeggiamenti iniziano il sabato precedente, quando nel pomeriggio i membri del Comitato allestiscono un carro e fanno il giro dei panifici del paese dove acquistano pane in quantità. Finito il giro, il pane viene portato nella chiesa parrocchiale per la benedizione durante la messa.

La domenica mattina inizia la processione per le vie del paese. Vengono portati in processione S. Giorgio e Santa Assuina (si dice che fosse la mamma di S. Giorgio). Poi si celebra la messa nei pressi della chiesetta. Il lunedì si festeggia Santa Assuina e alla sera si svolge una processione (con entrambi i santi) e, alla fine, la messa che conclude i festeggiamenti.

L’altro santo venerato a Decimoputzu è San Basilio Magno dottore della Chiesa. La sagra a lui dedicata è la più articolata e la più sentita dai fedeli che giungono numerosi da tutta la Sardegna.

Si festeggia sempre la seconda domenica di settembre. I festeggiamenti iniziano il venerdì precedente con la preparazione del santo e della chiesetta, che si trova in aperta campagna.

San Basilio fu il primo Santo che dedicò una preghiera agli animali, fu composta nel 370 e, in essa, si evidenziano tutte le tematiche relative ai diritti degli animali.