Cagliari ancora battuto in “zona Cesarini”

Dopo aver agguantato il pareggio su rigore segnato da Barella, il Cagliari cade nelle fasi finali della partita, come è capitato spesso in questo campionato.  Lopez cambia diversi giocatori, ma la squadra non risponde

di Antonio Tore

In qualsiasi gioco di squadra, i giocatori fanno proprio lo spirito del proprio allenatore. Secondo quanto riportato  da wikipedia, quando Diego Lopez era ancora un giocatore in attività era “soprannominato El Jefe (“il colonnello” o “il leader”) per la capacità di guidare la difesa della sua squadra, e El Memo per la sua sbadataggine.

Nel vedere le partite del Cagliari da lui allenato, sembra che i giocatori non lo abbiano mai conosciuto come El Jefe. Infatti, in ogni intervista rilasciata da Lopez, le parole sono state sempre le stesse: “I giocatori non hanno fatto ciò che avevo chiesto”.

A prescindere dal risultato della partita col Genoa, non si può dire che Lopez non abbia provato a dare una scossa alla squadra: fuori  Romagna, Miangue, Castan (subentrato nel secondo tempo), Padoin e dentro Pisacane, Andreolli, Lykogiannis e Dessena.

Le squadre che, normalmente, si trovano a dover lottare per conquistare un altro campionato in serie A, non possono competere dal punto di vista qualitativo e tecnico con quelle che, invece, lottano per raggiungere posizioni utili per l’Europa. Devono, perciò, mettere in campo le qualità tipiche di coloro che aspirano alla salvezza: lotta su ogni pallone, grinta, pressing ossessivo e alto.

Tutte qualità, è bene ricordarlo, che facevano parte del DNA di Diego Lopez, quando era ancora in attività come giocatore. E qualità, si badi bene, sempre rimproverate, da tantissimi, a Rastelli.

Il Cagliari non ha campioni in squadra, ma solamente buoni giocatori che dovrebbero sopperire alla mancanza di talento calcistico con lo spirito battagliero di coloro che, tutti assieme, vogliono raggiungere lo stesso obiettivo.

E’ inutile porsi obiettivi oggettivamente fuori dalla portata, come la sbandierata decima posizione. E’ sufficiente, invece, rimboccarsi le maniche e buttar fuori ogni goccia di sudore fino al triplice fischio di chiusura che, spesso, non termina al 90′. La maglia rossoblù lo merita.