Rubrica “La Sardegna dei Comuni” – Villamar

Ogni settimana raccontiamo la storia di un  paese della Sardegna per far conoscere le sue particolarità, le sue bellezze  geografiche e la sua comunità

di Antonio Tore

Villamar (Mara Arbarei in sardo) conta quasi 3.000 abitanti e si trova nella Marmilla.

In passato si chiamò prima Mara Arbarei o Mara Barbaraghesa che significano entrambi “Mara del giudicato di Arborea”. Il termine Mara deriva dalla tipicità di alcune zone delle campagne del paese caratterizzate dalla presenza di paludi (mara-mare-palude). Col termine “Barbaraghesa ” gli antichi romani indicavano che dall’antico pagus (villaggio) dal quale deriva il paese di Villamar inizia la salita verso le Barbagie del centro Sardegna.

Villamar confina a Nord con Las Plassas, a Ovest con Lunamatrona, a Nord Ovest con Pauli Arbarei, a Sud Ovest con Sanluri, a Sud con Furtei, a Sud Est con Segariu, a Est con Guasila, a Nord Est con Villanovafranca.

Negli ultimi anni il paese si è sviluppato verso la parte nord-ovest e lungo la S.S. 197 che collega la zona del Nuorese a quella del Cagliaritano: rappresenta, quindi, durante tutto l’anno una grossa affluenza di traffico dando maggior vita al paese sia per quanto riguarda l’aspetto turistico che per quello economico-commerciale.

Nel XIII secolo l’allora Mara Arbarei sorse tra due fiumi, riu Mannu e riu Cani, che hanno reso fertili le sue terre.

Villamar visse la sua “età dell’oro” nel Medioevo, all’interno prima del giudicato d’Arborea, poi della Corona d’Aragona.

Era crocevia delle rotte del grano tra isole mediterranee: nel XVI secolo fu colonizzato da mercanti delle Baleari, che lasciarono in eredità il quartiere maiorchino, simbolo di un passato ispanico cui è dedicata la mostra Sulla via del grano nell’ex biblioteca. Insieme ai moderni murales dipinti da esuli cileni ed espressioni artistiche locali, caratterizzano la cultura multietnica villamarese.

Altra esposizione di rilievo è la mostra dell’artigianato e della scultura, a fine agosto. La maggiore testimonianza archeologica è all’interno dell’abitato: una necropoli punica, della quale sono state riportate alla luce tombe a camera e a fossa, alcune con pitture sulle pareti, altre con motivi geometrici, e i loro corredi funerari. È accertato che il territorio fu abitato almeno dal III millennio a.C. Dell’età del Bronzo rimangono dodici nuraghi.

Il quartiere maiorchino è nel centro storico fatto di dimore tipiche in pietre e mattoni di fango, esattamente in mezzo a due delle otto chiese di Villamar: chiesa di san Pietro e parrocchiale di san Giovanni battista.

La prima, in arenaria e vulcanite, ha pianta a due navate, delle quali la prima fu costruita nella seconda metà del XIII secolo, l’altra poco dopo. La parrocchiale, nata su un preesistente edificio romanico (XIII secolo) che rivela le sue tracce in facciata, è frutto di una ricostruzione cinquecentesca (secondo canoni gotico-catalani) e di restauri e ampliamenti successivi. L’altare maggiore, opera settecentesca in marmi policromi, ospita l’imponente retablo della Madonna del Latte (1518), una delle principali opere del pittore Pietro Cavaro, composto da varie tavole raffiguranti scene della vita di Gesù e Maria, apostoli e santi.

Altri importanti edifici di culto, entrambi del XVI-XVII secolo, sono la chiesa di Antiochia (o Antoccia), che conserva statue a cannuga di tradizione spagnola e sculture di santi in legno intagliato e policromato.

Nella chiesa si conservano, in particolare, le sculture di San Giuseppe, di San Francesco di Paola, Sant’ Efisio, realizzate in legno intagliato e policromato, assegnabili a scultori sari attivi nel XVIII secolo. Opera di artigiani sardi è anche l’altare ligneo della cappella destra, con nicchia centrale contenente il simulacro della Vergine del Rosario, purtroppo pesantemente ridipinta, con profili angolari nei quali sono raffigurati, ad olio, due Santi Diaconi e la cimasa decorata con l’Eterno Padre. L’altare risale al XVIII secolo.

Di antica tradizione è, infine, la scultura della Assunta, conservata in una teca di vetro, legata al culto greco della Dormitio Virginis, retaggio della dominazione bizantina in Sardegna.

La chiesa della beata Vergine d’Itria è, invece,  in posizione isolata tra campi coltivati a tre chilometri dal paese, realizzata in forme tardo-gotiche di impronta spagnola. La beata si festeggia a fine agosto anche con una processione preceduta da cavalieri, traccas (carri a buoi addobbati) e fedeli che intonano is coggius. Altra celebrazione religiosa sentita è per santa Maria (inizio settembre), con annesse gara poetica e corsa equestre.

Il centro storico si conserva nella zona della chiesa Parrocchiale e della chiesa di San Pietro dove, in parte, esiste ancora una tipologia abitativa tradizionale tipica dei paesi di pianura con prevalente economia agricola. I materiali usati per queste costruzioni sono quelli reperibili in loco e cioè rocce arenarie, calcaree e i cosiddetti “Ladiri” (mattoni di fango e paglia).

L’arte muralistica nel paese si è sviluppata verso la seconda metà degli anni ’70.

I promotori di tale iniziativa sono stati i pittori locali Antioco Cotza, insieme ad un suo amico Cileno, Alan Joffré, esule politico, ospite in quel periodo del Sig. Antioco Cotza, e Antonio Sanna.

L’aspetto di Villamar, in poco tempo, cambiò radicalmente: perse il suo aspetto grigio e anonimo e assunse colore e vivacità.

I murales realizzati sono principalmente di due generi diversi.

Quelli eseguiti da Cotza e dai suoi amici, con colori vivaci e forti sono solitamente di denuncia sociale e rappresentano particolari momenti e avvenimenti storici locali e mondiali.

Quelli realizzati da Sanna, spesso rappresentano paesaggi, località, usi e costumi scomparsi del paese.