“Una piccola Storia” – Cagliari anni ’20:  una città diversa depositaria di valori scomparsi

Era un periodo  dove esprimersi in dialetto era la norma, dove bastava la passeggiata domenicale nella via Roma per appagare il desiderio di “fare qualche cosa”. Allora  nell’ambiente risuonava lo sferragliare delle ruote dei carri e dei primi tram, l’urlo dei venditori ambulanti per attirare i compratori, al calar della sera poi i lampioni a gas rendevano il buio tremolante e insolito

 di Sergio Atzeni

Lo scrittore David Herbert Lawrence nel suo libro “Mare e Sardegna” scritto dopo il viaggio nell’isola compiuto nel gennaio del 1921, ci fornisce una descrizione realistica di Cagliari e dei suoi cittadini in quel primo scorcio del secolo.

La sua  testimonianza  su Cagliari e sui cagliaritani di quegli anni è importante nonostante il significato velato  che si nasconde dietro il senso delle sue  parole e lo sforzo di dipingere usi e costumi a lui estranei che  forse ammira, ma non comprende e che, tutto sommato, considera provinciali.

Era un periodo  dove esprimersi in dialetto era la norma, dove bastava la passeggiata domenicale nella via Roma per appagare il desiderio di “fare qualche cosa”.

Allora  nell’ambiente risuonava lo sferragliare delle ruote dei carri e dei primi tram, l’urlo dei venditori ambulanti per attirare i compratori, al calar della sera poi i lampioni a gas rendevano il buio tremolante e insolito.

Insomma  una Cagliari diversa, forse arretrata, ma depositaria di valori che oggi vorremmo riscoprire per ritornare a quella semplicità che si esprimeva con l’assenza del “moderno impaccio” come scriveva Lawrence.
Certo, era una Cagliari povera dove il pollo la domenica era un miracolo, dove si lavorava dall’alba al tramonto, dove il fidanzatino usciva con la propria amata scortato dalla futura cognata.
Altri tempi, altri usi, altri modi di vita, altra città.

Il modernismo però avanzava inesorabilmente bussando alle porte della semplicità che, si sa, è figlia della tradizione.

Se modernità vuol dire anche rinunciare alla semplicità e abbandonare il consueto modo di vivere, questo successe proprio in  quegli anni: a Cagliari arrivarono la luce elettrica, iniziò il traffico delle automobili, le radio di grandi dimensioni troneggiavano nei bar, aprirono i primi cinematografi.

Cagliari lentamente ma inesorabilmente  entrò nella realtà italiana scordando col passare del tempo la propria parlata in vernacolo, i propri costumi e le proprie tradizioni, abbandonando cioè il modello  di vita che l’aveva contraddistinta.

I teatri, Margherita e Civico, diventarono luogo d’incontro della classe più agiata, mentre i poveri, che rimanevano maggioranza, si accontentavano dei cinematografi tra quali molti all’aperto.
Le estati si passavano a “La Playa” unica e vera spiaggia frequentata, con stabilimenti balneari e posti di ritrovo, il Poetto invece timidamente faceva i primi passi.

Il cemento raggiunse l’odierna piazza Garibaldi, il palazzo Incis veniva inaugurato negli anni 30 in quella piazza Galilei circondata da campi incolti.
La scuola elementare “Riva” diede alla piazza Garibaldi un aspetto importante, data la sua moderna imponenza e animazione con le centinaia di scolari che quotidianamente vi affluivano.

Erano anni difficili ma i cagliaritani tiravano avanti nonostante la malaria che imperversava così come il tifo e le enterocoliti, ci si difendeva anche   senza analisi e antibiotici, i pochi che avevano un lavoro stabile  si guardavano bene dal “marcare visita” perché le  assenze dal posto di lavoro non venivano tollerate facilmente