“Una Piccola Storia” Il Misterioso Altare  di Monte d’Accoddi

Nei pressi di Porto Torres (Sassari) venne alla luce  un misterioso  monumento prenuragico   piramidale a gradoni simile agli ziqqurat  mesopotamici ma con una sostanziale differenza: quello di Monte d’Accoddi è costruito in pietra mentre  quelli  realizzati  tra il Tigri  e l’Eufrate sono edificati  in mattoni cotti al sole.   

 di Sergio Atzeni

L’Altare di Monte d’Accoddi situato nei pressi di Porto Torres (Sassari) è una   costruzione misteriosa   unica nel bacino del Mediterraneo.  Apparteneva a  un complesso di epoca prenuragica, sviluppatosi nella zona  a partire dal  IV millennio a.C. (circa 3600 a. C) e preceduto da tracce di frequentazione riferibili al neolitico medio.

Un monumento  piramidale a gradoni simile agli ziqqurat  mesopotamici ma con una sostanziale differenza: quello di Monte d’Accoddi è costruito in pietra mentre  quelli  realizzati  tra il Tigri  e l’Eufrate sono edificati  in mattoni cotti al sole.

Nella  zona diversi villaggi di capanne quadrangolari sono  stati edificati  nei pressi  prima della costruzione dell’altare, appartenenti alla cultura di Ozieri, con una  necropoli tipica con tombe ipogeiche a domus de janas e un probabile santuario con menhir, lastre di pietra per sacrifici e sfere di pietra.

Prima di affrontare il mistero di questo altare e i suoi eventuali significati è necessario dare uno sguardo   alla cultura di Ozieri o di San Michele che l’ha prodotto,  in una prima fase almeno.

La cultura prende il nome dalla grotta naturale situata in comune di Ozieri ed è la più importante in assoluto del periodo neolitico, molti dubbi e tesi contrapposte non contribuiscono a chiarire la sua origine ed evoluzione.

Parrebbe che questa cultura sia la evoluzione autoctona della precedente di Bonu Ighinu e che nel corso dei secoli abbia subito anche l’influenza di culture e concezioni esterne che hanno modificato notevolmente la sua essenza originale.

Per avere quindi un quadro più chiaro, è conveniente dividere questa cultura in tre fasi:

–  Fase autoctona o inferiore

–  Fase costante o media

–  Fase allogena o superiore.

Nella prima fase o autoctona che è difficile delimitare temporalmente, si ebbe la continuazione naturale della cultura di Bonu Ighinu, rafforzando le concezioni religiose e del culto dei morti.

Con la fase costante, ascrivibile al periodo medio, si raggiunse la diffusione generale nell’isola del modo di vita e delle concezioni religiose. Gli stessi ideali, le stesse credenze, la stessa arte civile e funeraria, unite alle stesse tradizioni ci pongono di fronte a una nazione.

Nella fase allogena, l’arrivo di nuovi immigrati con nuove idee e modi di vita modificarono la cultura originaria, che si differenziò da luogo a luogo dando origine a fenomeni artistici e architettonici locali, anche se ascrivibili alla stessa cultura.

Il sistema di vita con l’affermarsi dell’agricoltura è il fatto predominante e decisivo di questo periodo, la caccia, prima essenziale, diventa collaterale e gli uomini se ne servono per integrare la propria dieta, gli animali domestici sono ormai entrati in modo consistente nell’economia domestica.

L’agricoltura, anche se ancora arcaica, concede tanti alimenti e tante varietà. Le esigenze di coltivazione portano all’invenzione di strumenti di lavoro sempre più sofisticati e rifiniti che entrano nell’uso comune, macine pestelli raschiatoi e vasi appositi per impieghi diversi diventano indispensabili.

Incominciano a sorgere i villaggi, con capanne di frasche e si sviluppa una vita comune con le stesse esigenze, dove la famiglia diventa clan e tribù ed è regolata da leggi codificate dalla tradizione.

Vivere in villaggi, in modo stabile quindi, favorisce la specializzazione del lavoro e l’uso del baratto.

Nascono probabilmente le prime caste di artigiani dediti alla costruzione di manufatti ceramici e di utensili in pietra e ossidiana abilmente rifiniti e di armi per la difesa e per la caccia,

tutto ciò presuppone una organizzazione gerarchica che regoli la società tenendo conto che la natura dei luoghi, dove gli ozieresi vivono, influisce sul loro sistema di vita per cui coloro che risiedono nelle zone montuose usano ancora le caverne, rese però abitabili e confortevoli, dedicandosi prevalentemente alla pastorizia.

La caccia rimane, ancora dominante nei luoghi scoscesi e lo spostarsi continuamente impedisce il sorgere di comunità stabili.

Quindi nelle zone dell’interno (futura Barbagia) Gerrei, Gallura, altipiani centro occidentali, veniva praticata  assiduamente la pastorizia e il nomadismo limitato, la vita pertanto era più dura che nel resto dell’isola e le esigenze forse minori. In questi luoghi era necessario che ognuno si adoperasse per costruirsi gli oggetti di uso comune, che risultarono mediocri nella fattura, mancando la specializzazione e quindi la professionalità.

Gli abitanti delle pianure, come detto, conducevano invece una vita più comoda tipica della civiltà urbana odierna.

Pian piano, la caverna fu abbandonata e le genti si raccolsero in agglomerati di capanne, per condurre una vita in comune. Nel periodo allogeno o superiore, l’immigrazione di nuove genti e di nuove idee, modificarono sostanzialmente il modo di vita delle genti isolane di quel periodo.

Il quadro San Michele si arricchì di nuove metodologie e la pietra, diventò pian piano, il materiale più usato nella costruzione delle abitazioni. Fino ad oggi, sono stati effettuati scavi regolari solo nelle stazioni all’aperto di Su Coddu-Selargius e Serra Is Araus-San  Vero Milis. In questi siti si è avuta conferma stratigrafica della sovrapposizione degli strati San Michele a quelli Bonu Ighinu, che attestano come le culture siano interdipendenti ed in successione cronologica.

Gli altri ritrovamenti sono invece casuali e non danno una collocazione temporale del quadro San Michele, in specie per il momento allogeno, che quindi è ancora da determinare, non essendo chiara l’influenza del megalitismo importato, sulla tecnica edilizia e sulle rappresentazioni classiche come i menhir.

Mentre per le stazioni all’aperto lo studioso non ha a disposizione reperti strutturali che lo agevolino nella ricerca, nell’orizzonte funerario, l’abbondanza di questi reperti ha permesso studi approfonditi che ci danno un quadro evolutivo affidabile di questa cultura.

Emerge così la palese subalternità del “Dio Toro” rappresentante la virilità necessaria religiosa che ricalca la precedente cultura e che viene rappresentata con idoli cruciformi stilizzati, di concezione egea, ma senza rilievo di attributi che sono insiti nel personaggio Dio e non hanno bisogno di essere evidenziati.

Questa prima idea religiosa viene disattesa nella fase allogena. Nuove idee e nuove concezioni di vita, portate da altre popolazioni, radicano negli autoctoni comportamenti, forse più materiali, facendo scadere la centralità teologica della Dea Madre a favore del culto della virilità e quindi dell’uomo.

L’erezione di un monumento, essenzialmente religioso come quello di Monte d’Accoddi rientra in questa mentalità ed esigenza di arrivare  al “Dio” e farsi sentire più da vicino, idea diffusa in tutto il Medio Oriente e anche nel continente americano.

Il “Bastione” di Monte D’Accoddi, infatti, pur essendo l’unico nel bacino del Mediterraneo, come detto, è un modello sfruttato nei secoli a partire dalla torre di Babele arrivando allo Ziggurat e alle piramidi americane. Ma quel monumento nasce da una esigenza religiosa indubbia e quelle genti lo hanno eretto perché credevano fermamente nell’aldilà.

Quelle genti appartenenti appunto  alla cultura di Ozieri costruirono intorno al 3500 a. C.  una grande  piattaforma sopraelevata, di tipo  troncopiramidale  (metri 27 x 27 X circa 5,5  di altezza), alla quale si accedeva mediante una rampa.

Nella  piattaforma venne costruita  una grande  camera  rettangolare che guardava a sud  (metri 12,50X 7,20 profondità), che si ipotizza fosse un tempio, conosciuto come “Tempio rosso”,  perché  le sue pareti sono intonacate e dipinte in color ocra tendenti a quel colore,  anche se si percepiscono anche  tonalità  di giallo e nero.

Verso il 3000 a. C.  il tempio  fu abbandonato e, dato le tracce di incendi ritrovati, sì può anche  dedurre che sia accaduto qualcosa di traumatico e che siano  stati genti nemiche a violare quel luogo ritenuto sacro. Quindi  andò in rovina  e forse il popolo  che lo costruì  fu assoggettato ad altre popolazioni  provenienti da fuori la Sardegna o soggiogate da un altro popolo autoctono.

Però  quel popolo autoctono superò le difficoltà e rimase forse  sempre legato a quel luogo sacro perché Intorno al 2800 a.C. il vecchio altare  venne completamente ricoperto  da un colossale riempimento, costituito da strati alternati di terra, pietre e di un battuto di marna calcarea locale polverizzata.

Dei  grandi blocchi di calcare furono sistemati  lungo  tutto i perimetro della vecchia costruzione  e  venne creata una seconda grande piattaforma troncopiramidale a gradoni ( metri 36 lunghezza x 29  profondità, per  circa 10  di altezza), accessibile per mezzo di una seconda rampa, lunga metri 41,80 , costruita sopra quella più antica.

Questo secondo santuario, conosciuto anche come “Tempio a gradoni”, ricorda nel suo complesso le contemporanee ziqqurat mesopotamiche  e fu costruito quando in Sardegna la cultura di Ozieri si era evoluta formandone  una nuova chiamata   di AbealzuFiligosa che  prende il nome dalle località in cui sono stati fatti i più importanti ritrovamenti: Abealzu presso Osilo (Sassari) e Filigosa presso   Macomer (Nuoro).

Dopo tanti secoli le genti veneravano  ancora quell’edificio e ciò che rappresentava  e quindi conservò la sua funzione di centro religioso per diversi secoli ancora  e venne abbandonato solo  l’età del bronzo antico. Quando iniziò la cultura nuragica  intorno al 1800 a.C. era ormai in rovina e venne utilizzato saltuariamente per sepolture.

Per quanto riguarda il nome dopo varie ipotesi  solo di recente si è scoperto che  il nome più antico documentato nelle carte catastali è  “Monte de Code”,  che significava “Monte di Pietra”  e monte deve intendersi collina come nell’isola vengono chiamate le alture anche di poca elevazione.

A qualche metro di distanza dalla rampa,   si trova  un lastra di pietra  calcare che poggia su tre supporti piuttosto irregolari.  Lungo i bordi  la lastra ha  sette buchi che la trapassano  sicuramente  adatti a legare  degli animali per sacrifici. Al di sotto della lastra vi è un inghiottitoio naturale d’incerto significato, forse legato a culti del mondo sotterraneo.

A lato della rampa Un menhir in  calcare  squadrato . e sono la conferma che il luogo era considerato sacro forse ancor prima della costruzione dell’altare piu vecchio. Emblematica anche una pietra sferoidale, in arenaria grigiastra, rifinita accuratamente e con la superficie punteggiata di piccole coppelle. La simbologia sacra sembra indubbia come  l’ipotesi di una simbologia astrale confermata da un’altra pietra sferoide in quarzite, di minori dimensioni.

Al tempo della  cultura di Ozieri, ad esempio, gli archeologi hanno  ipotizzato che esistesse un  villaggio di 150 capanne, abitate ciascuna in media da 5 unità,  porterebbe i residenti a circa 750 unità. Ritrovate  numerose  punte di freccia e lame in selce e ossidiana,  accette in pietra levigata. vicino all’altare, come statuette in pietra femminili, di tipo cicladico, e forse anche il frammento di una  grande  ciotola  emisferico con incisa una scena di danza. A un centinaio di metri dal lato orientale dell’altare a terrazza, sono stati rinvenuti due menhir rovesciati sul terreno.

L’area ove ora sorge la “ziggurat” e il villaggio-santuario è stata per la prima volta occupata ai tempi della cultura di San Ciriaco  (3500-3200 a.C.).  Poi  in questo centro abitato si insediarono genti della  cultura di Ozieri (3200-2900 a.C.), che crearono una zona  di culto segnata da un menhir, dalla lastra con fori passanti. Successivamente, nella fase finale della stessa cultura di Ozieri   o nella  cultura eneolitica di Abealzu-Filigosa.

l’area sacra con  il  menhir venne parzialmente occupata dalla costruzione del primo altare a terrazza, munito di rampa e spianata con sacello intonacato e dipinto di rosso che  venne distrutta da un incendio.  Dopo decine di anni fu  ricoperta da terra e pietrame ben pigiato contenuti dal un nuovo muro perimetrale   ed  eretto un nuovo locale sacro,  molto più in lato del primo.

La nuova  piramide finita intorno al 2700 a.C.  rimase in uso neanche nell’età del rame , come suggeriscono  i materiali delle culture di Filigosa, Abealzu, Monte Claro e Campaniforme rinvenuti nelle capanne che sorgono ai piedi della piramide.  Ai tempi della cultura di Bonnannaro, (1800-1600 a.C.), il santuario era già stato abbandonato. A questo periodo appartiene un cranio di un piccolo di circa 6 anni, ritrovato in un angolo a sud est dell’altare e  sistemato in quel luogo dopo che il defunto era stato  sottoposto a  scarnificazione  forse naturale e quindi in deposizione secondaria.  Il cranio era protetto da un vaso e accanto vi era sistemato un altro  vaso a tripode di terracotta con accanto una ciotola che  sono state attribuite appunto alla cultura di Bonnanaro (1800-1600 a.C.).

Allora  quel misterioso monumento può essere  stato edificato  da un popolo che arrivò via mare nell’isola come ringraziamento e segno di devozione verso l’essere supremo che aveva permesso l’approdo in una nuova terra? In quel periodo le genti si spostavano già anche se con mezzi di fortuna ma possono essere arrivate in Sardegna anche attraverso la Corsica. Il fatto che quel monumento sia unico, fa pensare perche una costruzione così imponente non nasce per caso e se non si diffuse nell’isola vuol dire che chi l’ha costruita aveva un  territorio limitato forse solo il  nord ovest. Quel popolo che lo edificò certo aveva una forte credenza nell’aldilà perche le difficoltà di costruzione erano tante e lungo  il tempo impiegato cose che sio suoperaqno colo con la fede e con un accordo tribale perfetto.

Il villaggio neolitico nei pressi dell’altare era preesistente all’altare stesso  per cui il luogo sacro fu scelto e, forse,  in un primo tempo delimitato con un circolo con un   menhir  e da qui si passò alla costruzione della primo altare con rampa  di accesso al sacello sistemato nella piattaforma creata. Pi per ragioni diverse quel monumento dopo qualche secolo fu abbandonato  ma poi evidentemente le stesse genti, decisero di costruire  una nuova piattaforma inglobando la precedente ormai semidistrutta. Quersta volta fi costruita una vera piramide a gradoni molto più grande e alta della precedente e con una rampa anche questa più lunga della precedente.

Insomma quel popolo aveva usato quel luogo  come sacro per poi costruire un altare  almeno dal 3200  a. C. per ricostruirlo poi  intorno al 2700 a. C., cioè  500 anni dopo, e lo usò per altri secoli almeno fino agli anni 2000 a. C.

Questo vuol dire che chi costruì quel monumento era passato indenne a oltre un millennio  di storia e per questo si trattava sicuramente di una nazione che si inserì tra le altre  esistenti  nell’isola e che conservò  le  proprie  tradizioni. Questo perché l’altare di Monte d’Accoddi  è unico quindi vuol dire che quella credenza particolare fosse  concentrata nella Sardegna nel nord ovest e praticata da un popolo che tenne le sue tradizioni religiose e che poi si fuse con gli autoctoni rinforzando la nazione sarda che poggia tuttora su quegli antichi  apporti. Il problema è quello di  scoprire chi fu quel popolo capace di erigere un simile monumento in pieno neolitico?

Una precisazione che aumenta il mistero: la vera torre a ripiani in Mesopotamia  si trova attestata solo a partire dalla fine del III millennio a. C., precisamente a partire dalla III dinastia di Ur (circa 2050-1955 a. C.).  In Sardegna l’Altare di Monte d’Accoddi fu invece costruito  intorno al 2700 a. C.! In poche parole può essere semplice dire che nel caso in questione furono i mesopotamici a copiare l’architettura isolana e non il contrario.