Anche in Sardegna il turismo può contare sui “Cammini Religiosi”

Tra i vari “turismi” un certo ruolo lo assumono i cammini. Però si corre il rischio di inflazione, cioè di farne troppi, non ben organizzati: in qualche caso sembra siano fatti per attingere risorse 

 di  Gianfranco Leccis

Nell’ambito dei vari progetti previsti dal  DMO per lo sviluppo del turismo in Sardegna un posto di un certo rilievo spetta ai cammini religiosi o meno.

Si tratta di una forma di turismo itinerante importante, anche se ha molti limiti. Prende esempio dal famoso “cammino di Santiago de Campostela” in Spagna e dai meno famosi “via francigena” e altri.

In Sardegna vi sono alcuni cammini, prima di tutto quello di Santa Barbara, o delle miniere, già operativo e che riscuote un discreto successo; poi quelli di San Giorgio, Santu Jacu, San Francesco, Sant’Efisio.

Ne vengono proposti pure altri, sulla cui validità non vi è talvolta una motivazione plausibile e inducono a temere le possibilità di eccesso e di sperpero risorse.

Premesso che prerogativa fondamentale di questi cammini sono un percorso da fare a piedi in più giorni, la possibilità di fare soste (e cioè di pernottare) in varie località e in piccole strutture di accoglienza, di fare i percorsi con spese modestissime e di farli in ogni periodo dell’anno e non solo in limitate occasioni. I nostri cammini non hanno quasi mai queste prerogative, sono spesso delle feste locali (anche di più paesi ma sempre ristrette). Non ci sarebbe nulla da eccepire però manca quella che dovrebbe essere l’attrattiva principale: a parte l’aspetto strettamente religioso, e cioè il contatto con l’ambiente naturale, la società tradizionale, gli aspetti più popolari, o una caratteristica specifica. Non basta andare per i campi, a piedi o meno, ma occorrerebbe convivere e capire la vita di quelle popolazioni.

Stranamente in questo contesto viene trascurato quello che sarebbe veramente un itinerario allo stesso tempo religioso, storico, artistico, popolare, che consentirebbe una visita delle chiese romaniche, quelle chiese che vennero costruite prevalentemente nel periodo giudicale. Sono molte, circa 150, sparse in tutto il territorio, in parte all’interno di città o paesi, molte nelle campagne, quasi sempre ultima testimonianza di monasteri o abitati ormai scomparsi; spesso sono inserite nel paesaggio, divenendo una componente importante del paesaggio abitato.

Costituiscono un importante patrimonio della nostra terra purtroppo non abbastanza conosciuto, prova ne sia proprio la mancanza di una proposta seria.

Ne ho già scritto alcuni anni fa, in una serie di articoli sul patrimonio culturale. Ora ripropongo l’argomento con une breve premessa storica per inquadrarlo meglio.

Dopo la caduta dell’Impero Romano d’Occidente e una breve occupazione dei Vandali, la Sardegna entrò a far parte dell’Impero Romano d’Oriente (534) la cui capitale era Bisanzio o Costantinopoli, in tal modo la cultura bizantina penetrò nell’uso della lingua, dell’arte, nella religione, nella vita civile ed economica (agricoltura) e di questo rimangono tracce consistenti.

Questa influenza rimase per parecchi secoli, l’Isola restò staccata e vi fu un periodo, di cui si sa ben poco, i cosiddetti secoli bui (come in Italia ed in Europa), in cui si autogovernò. In quei tempi avvennero numerose aggressioni da parte di corsari provenienti dai paesi arabi o del mediterraneo meridionale che non conquistarono l’Isola ma la sottoposero a gravi devastazioni e distruzioni. Fu allora che sorsero i giudicati sui quali vi sono opinioni discordanti sul loro inizio.

Qualche studioso ritiene siano sorti precedentemente ma le prime notizie documentate si riferiscono al XI secolo, dopo lo scisma avvenuto nel 1054 tra chiesa greca e chiesa latina. Nel 1080 il Papa Gregorio VII impose ai Giudici il riconoscimento della sovranità della Santa Sede, tra le altre cose volle che venissero chiamati dei monaci cattolici che avevano il compito sia di riportare la fede sia di sviluppare l’agricoltura.

Nei Giudicati del Centro-Nord arrivarono monaci benedettini provenienti da vari conventi da cui presero il nome (camaldolesi, cassinesi, cistercensi, vallombrosiani) mentre nel Sud vennero chiamati i vittorini provenienti dal convento di San Vittore di Marsiglia in quanto ritenuti più vicini ai monaci orientali bizantini (alcuni di questi erano convertiti) e buoni conoscitori della lingua greca, quindi più adatti a sostituirli.

Ai monaci benedettini si devono molte delle bellissime chiese romaniche, realizzate con grosse strutture murarie, volte e ornamenti, che costituiscono un importante patrimonio artistico della Sardegna.

Proporrò una serie di itinerari per visitarle. In molti casi tali visite includono retabli, statue estofado de oro, e chiese di periodi successivi nonché siti archeologici. Si può cominciare da Cagliari da San Saturnino, una delle chiese più antiche, primo impianto paleocristiano, V sec., poi nel 1089 affidata ai vittorini.Quando si parla di romanico in questa zona si tratta quasi sempre dell’archi­tettura provenzale dei vittorini ma vi sono  vari edifici e opere costruite da altri in altri stili.

Quindi si prosegue per località vicine: Quartu, Selargius, Dolianova, Serdiana, Ussana, Sestu, Uta, Villaspeciosa, Assemini. E’ un percorso che potrebbe essere fatto a tappe e a piedi.

Si può ampliare il giro – anche a tappe e a piedi – inserendo Suelli, Mandas, Gergei, Serri, Isili, per passare poi alla Marmilla (Barumini, Tuili, Las Plassas, Villanovaforru, Collinas, Lunamatrona, Siddi e altri), dove vi è molto da vedere e visitare: non si tratta solo di chiese romaniche, ve ne sono diverse di altro stile, generalmente tardo gotiche, alcune sono veramente belle e spesso vi sono conservate notevoli opere d’arte sacra.

 

Add Comment