“Una Piccola Storia”: Con la “Fusione” a Cagliari chiude  il Parlamento e perde il Vicerè

Dagli studenti universitari di Cagliari, nel 1847, parte l’iniziativa di chiedere pubblicamente la “Fusione”, influenzati forse da quel periodo di riforme e dall’esigenza, oramai sentita da più parti, di unificare l’Italia fondendo i piccoli stati indipendenti che impedivano la nascita di una  grande nazione unita e pare logico iniziare dal Regno di Sardegna, il loro stato, anch’esso diviso.

 di Sergio Atzeni

Il regno di Sardegna che risale al 1297 fu istituito di “Imperio” da Papa Bonifacio VIII facendosi forte del Costitutum Costantini che, secondo la chiesa, concedeva ai Pontefici la facoltà di creare regni e nominare sovrani. Un falso storico smascherato da Lorenzo Valla il secolo dopo.

Il regno di Sardegna assegnato dal papa agli Aragonesi che vi portarono il feudalesimo,  passò intorno al 1500  agli Spagnoli e poi ai Piemontesi nel 1720.  Da allora il regno, che era del tipo composto,  risultava  formato in effetti da due Stati, uno nella terraferma che era il Ducato del Piemonte e uno insulare che era il regno di Sardegna che dava anche il nome. Due stati con un unico nome quindi che avevano legislature differenti e parlamenti differenti anche  se,  nell’isola,  in effetti non venivano mai convocati dal re in forma plenaria e quindi esistevano solo sulla carta.

Finalmente, dopo 514 anni, con disposizione del re Carlo Alberto, nel 1838 fu abolito il feudalesimo e nel 1847, con la Fusione, anche il parlamento sardo ubicato a Cagliari e formato da tre bracci, militare,  reale ed ecclesiastico.

il Regno di Sardegna aveva ora un’unica assemblea a Torino (Parlamento subalpino) e naturalmente fu abolita la carica di Viceré e ogni altra istituzione dell’ex regno. Lo Stato passava così da composto a unitario senza null’altro mutare.

Dagli studenti universitari di Cagliari, nel 1847, parte l’iniziativa di chiedere pubblicamente la fusione, influenzati forse da quel periodo di riforme e dall’esigenza, oramai sentita da più parti, di unificare l’Italia fondendo i piccoli stati indipendenti che impedivano la nascita di una  grande nazione unita e pare logico iniziare dal Regno di Sardegna, il loro stato, anch’esso diviso.

Riuniti in gran numero si presentano davanti al palazzo regio insieme a una folla di cittadini che si accoda entusiasta, chiedendo al viceré di far partire una delegazione degli Stamenti per porre direttamente la richiesta al sovrano.

Il viceré è favorevole e la gente entusiasta  grida e   inneggia a  Carlo Alberto e a “l’Unione”. Come sono cambiate le cose in soli 50 anni  da quando, nel 1794, i Piemontesi sono costretti a lasciare l’isola tra lo scherno dei  Cagliaritani:  è evidente che gli interessi dei benpensanti  ora coincidono con l’unione, ma anche la popolarità di Carlo Alberto  e la sua politica liberale, contribuiscono a vedere con occhio diverso quei prepotenti “continentali”.

La delegazione accompagnata dal Consiglio civico al gran completo, si imbarca per Genova dove incontra altri inviati dei comuni isolani con Sassari i testa  e presenta al re,  il 29 novembre del 1847, un memoriale con la richiesta formale di “Unione perfetta”.

La richiesta è accolta con favore e si promette, come primo atto, l’abolizione dei dazi di entrata e quelli di uscita per l’olio e i vini.

Chiaramente non tutti sono favorevoli alla fusione e, a Cagliari, circolano volantini e scritte sui muri  che la contestano, in certi ambienti signorili si temono ripercussioni negative per la debolezza economica locale.

In quel periodo, il fervore dell’unificazione italiana pervadeva grandi uomini e forse anche il popolo, anche il Regno di Sardegna sposò quella causa. Con le guerre per l’indipendenza si arrivò al 1861 quando il parlamento sardo riunito, formato dai rappresentanti di tutti gli stati annessi al regno di Sardegna espresse la volontà di formare il “Regno d’Italia” di cui Vittorio Emanuele II, senza cambiare l’ordinale ne diventò il primo sovrano.