Cioccolato o cioccolata? Ecco il significato e la storia del prezioso alimento

Per poter trovare una risposta al quesito bisogna andare al Cinquecento, quando gli spagnoli portarono, nel “Vecchio Mondo”, la loro grande scoperta: il cacao.  Gli iberici usarono il nome di “chocolate” perché gli amerindi lo chiamavano “xocolatl”, parola presa in prestito dalle lingue Maya e significa cacao. Oggi tutti sappiamo che, quando parliamo di cioccolato intendiamo quello in forma solida e quando parliamo di cioccolata intendiamo la bevanda.

di Ilaria Todde

Cioccolato o cioccolata? Come nascono queste due parole?

Per poter trovare una risposta al quesito bisogna tornare nel Cinquecento, quando gli spagnoli portarono, nel Vecchio Mondo, la loro grande scoperta: il cacao.

Gli spagnoli usarono il nome di “chocolate” perché gli amerindi lo chiamavano “xocolatl”, parola presa in prestito dalle lingue Maya e significa cacao.

Si pensi che i Maya, già nel 600 a.C. circa, usufruivano dei semi di cacao dando vita alla diffusione delle prime piantagioni. L’albero del cacao cresceva spontaneo nei Bacini dell’Orinoco, Rio delle Amazzoni.

In quel clima umido, cresceva un piccolo alberello che produceva dei frutti simili a zucche, contornati da foglie di colore verde scuro. Per ripararsi dalla luce diretta del sole, soprattutto nei primi stadi dello sviluppo, si protegge all’ombra di una pianta più alta chiamata Madre del Cacao. Nel corso del tempo grazie agli insetti, le piante di cacao varcarono i confini, diffondendosi in Messico arrivando fino all’attuale Guyana del sud.

Secondo una leggenda Maya i semi del cacao sono di origine divina e dal loro consumo ne deriva la saggezza e la potenza, spesso si riferiscono al cacao come “cibo degli Dei”. In alcuni libri si possono trovare delle raffigurazioni di Dei occupati in riti religiosi usando le fave o i semi di cacao.

Proprio i Maya sono stati coloro che hanno inventato un intruglio strano, un liquido marrone, fangoso, che dava la sensazione di bere del terriccio. Talmente amaro che inizialmente non ebbe un grande successo nel Vecchio Mondo.

Questo strano intruglio veniva preparato macinando le fave del cacao tostate con la pietra. Dalla polvere che si ricavava venivano aggiunte tante spezie, soprattutto peperoncino, ed acqua. Questo liquido scuro in seguito veniva versato da un recipiente ad un altro per produrre un’importantissima schiuma.

Non era solo una bevanda schiumosa ma aggiungendo un po’ di farina di mais, per addensare e assorbire il burro di cacao che galleggiava in superficie, poteva diventare qualsiasi cosa come ad esempio una sorta di porridge; insomma l’unico limite era la fantasia.

Furono gli Aztechi a rendere popolare questa bevanda nel resto dell’America; bevanda che da loro veniva consumata fredda e non calda come facevano i Maya.

Anche per gli Aztechi la parte più buona e importante era la schiuma. La ricavavano usando un arnese simile a un bastoncino di legno molto lungo, molto sporgente rispetto alla caraffa in cui veniva messo il liquido in modo tale da favorire la mescolata vigorosa ed energica.

In una città Azteca, Oaxaca,  c’era un piccolo presidio di suore spagnole che occupò la città fino al 1522, loro idearono delle nuove ricette. All’intruglio amaro del passato aggiunsero lo zucchero e delle spezie dolci come la cannella, l’ anice e la vaniglia rendendolo più gradevole al palato degli spagnoli e più simile alla bevanda che conosciamo oggi.

Questa nuova esotica bevanda piaceva molto al clero, rinunciarvi durante la Quaresima o il digiuno era un vero e proprio problema. Così, nel 1664, Francesco Maria Brancaccio decretò che la cioccolata era una bevanda, quindi un liquido e in quanto tale, poteva essere consumata tranquillamente perché non andava a interrompere il periodo di digiuno.

Dal mondo dai Maya e degli Aztechi ci spostiamo verso la Spagna per poi arrivare in Italia. L’intruglio arrivò in Italia verso il XVI secolo, fu il secondo paese europeo.

Emanuele Filiberto, durante il suo esilio in Spagna conobbe questa antica bevanda, ma una teoria popolare da il merito dell’importazione del cioccolato in Italia a un mercante fiorentino che lo scoprì durante uno dei suoi viaggi.

Già nel 1606, fu avviata una produzione a Firenze, Venezia, Torino e Perugia. La tesi più plausibile é che, il cioccolato, sia stato introdotto come medicina nei conventi e monasteri, ed é stato ritrovato un libro di ricette risalente al XVIII secolo che apparteneva a un prete italiano.

Ma come chiamare questo nuovo intruglio? Gli italiani del Seicento, che godevano di tanta fantasia ed immaginazione, decisero di imitare la parola utilizzata dagli spagnoli, ma questo gli si ritorse contro visto che fino all’Ottocento si usavano quattro parole diverse per indicare la stessa ed identica cosa: cioccolato, cioccolata, cioccolate e cioccolatte.

Per fortuna all’inizio del Novecento i termini si ridussero a due, in Piemonte, Veneto, Emilia, Toscana,Roma e Napoli per indicare la pasta di cacao si adoperava la parola “ cioccolata”, mentre in Lombardia si usava dire “cioccolato” e solo in Sardegna era rimasto l’uso della parola “ cioccolate”.

Ormai tutte queste affascinanti complicazioni lessicali sono andate, via via, sparendo nel tempo grazie a un utilizzo sempre più specifico e costante dei termini. Oggi tutti sappiamo che, quando parliamo di cioccolato intendiamo quello in forma solida e quando parliamo di cioccolata intendiamo la bevanda.

 

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