Nel 1794 i sardi si ribellano e  cacciano dall’isola i  Piemontesi 

Quel giorno, il 28 aprile 1794,  chiamato “Sa die de sa Sardigna”, Il popolo scese in piazza. In tutte le porte presidiate dalle truppe regolari, che allora separavano i quattro quartieri della città Villanova, Marina, Stampace e Castello si ammassarono centinaia di popolani che aumentarono progressivamente e riuscirono a incendiarle  costringendo alla resa e disarmando i militari di guardia.  I quartieri bassi Marina, Stampace e Villanova caddero in mano agli insorti che giunsero da ogni parte senza nessun ostacolo. Nella foto il Palazzo Regio di Cagliari

 di Sergio Atzeni

Le richieste dei nobili. La vittoria ottenuta sui Francesi ne 1793  con la loro cacciata e il fallimento del loro tentativo di conquistare Cagliari e la Sardegna soprattutto con la resistenza dei sardi, diede ai nobili locali una occasione irripetibile per chiedere al sovrano sabaudo delle concessioni e il riconoscimento del loro attaccamento alle istituzioni e al regno che indubbiamente con le loro azioni avevano salvato.

A molti non era sfuggito il comportamento del governo piemontese che, nonostante potesse contare su un buon esercito, non aveva provveduto a inviare rinforzi nell’isola e in alternativa, non aveva chiesto aiuto a Inghilterra e Spagna per la sua protezione contro i francesi.

Un atteggiamento sibillino che poteva far pensare a un disinteresse per la Sardegna, una sorta di rassegnazione dettata dalla convinzione che non si sarebbe potuta salvare o, forse, un preciso disegno che prevedeva la perdita dell’isola per ottenere dalle grandi potenze un altro territorio più appetibile: interrogativi che purtroppo  rimarranno senza risposta.

Rimane la certezza che, nei tre mesi di permanenza della flotta d’invasione rivoluzionaria nell’isola, L’Inghilterra e la Spagna non si siano mosse: fatto molto strano perché il controllo della Sardegna da parte dei Francesi avrebbe creato non pochi problemi agli interessi economici dei due stati.

Anche il comportamento d’inerzia del viceré Balbiano e delle poche truppe sabaude di stanza in Sardegna confermano i dubbi e non chiariscono la strategia che il re Vittorio Amedeo III  aveva in mente. I feudatari e i nobili, riunirono più volte il loro Stamento per discutere come procedere e far pervenire le richieste al sovrano.

Del resto avevano sacrificato forti risorse finanziarie per arruolare uomini e armarli, sulla carta una contropartita sembrava logica e scontata: ma la nobiltà non conosceva ancora il sovrano dispotico, incerto, influenzabile da coloro che lo circondavano ma allo stesso tempo megalomane e fautore dell’assolutismo più deteriore.

Timidi riconoscimenti del viceré.

Il viceré Balbiano riconobbe per primo l’importanza degli atti eroici dei Sardi che avevano salvato la corona e scrisse al re di “rincuorare” la Sardegna per far sentire la sua voce e, almeno a parole, apprezzare le gesta degli isolani.

Il viceré inviò a Torino un elenco contenente i nomi del Generale delle Armi, comandanti, colonnelli e ufficiali che a suo avviso dovevano essere premiati e promossi per il comportamento durante l’attacco francese:  in realtà questi personaggi nulla avevano fatto e il loro encomio era un’offesa per coloro che invece si erano battuti veramente.

Balbiano lodò, non potendo fare diversamente, anche il comportamento dei comandanti  miliziani e dei nobili che riuscirono a organizzare i corpi volontari e renderli omogenei. Per ultimo fu menzionato Gerolamo Pitzolo persona definita intrepida e dotata di genio militare.

Ben presto arrivarono da Torino aumento di stipendio, premiazioni e decorazioni per gli ufficiali delle truppe regolari compreso il Barone di Saint Amour che Balbiano non aveva avuto il coraggio di menzionare data l’inettitudine mostrata.

Per ricordare la vittoria, fu disposto che ogni anno,        24 nubili fossero premiate a sorte con una somma di denaro e che dieci posti nel collegio dei nobili fossero a riservati a spese dello stato infine si assegnava una somma annua all’ospedale di Cagliari.

Gli Stamenti trovano un accordo.

Le intenzioni del sovrano e dei suoi consiglieri ora erano chiare: attribuire i meriti della vittoria sui Francesi alle truppe regolari ignorando i  nobili locali.

Molti fanno derivare questo atteggiamento irriconoscente all’influenza del ministro Graneri in quanto, tutto sommato, il viceré timidamente cercò di ottenere una qualche ricompensa per i nobili locali.

Altri videro confermata l’ipotesi che i Piemontesi pensarono di non  difendere l’isola per sbarazzarsene senza sospetti: la resistenza dei Sardi  quindi vanificò il loro piano.

Pur in questa situazione confusa gli Stamenti trovarono un accordo sulle richieste da presentare direttamente a Vittorio Amedeo III che passeranno alla storia come i cinque punti:

 

1) Convocazione almeno ogni dieci anni del Parlamento. I Savoia in quei primi 70 anni non li avevano mai convocati a dimostrare il loro assolutismo e lo sprezzo per una qualsiasi forma di democrazia. Gli Spagnoli invece avevano riunito il par lamento in media ogni dieci anni.

2) Riconferma di tutti i privilegi del regno

3) Riserva degli impieghi militari e civili ai Sardi, con la sola esclusione della carica di Viceré.

4) Creazione di un nuovo ufficio della Reale Udienza con il compito di controllare la legittimità dell’operato del Viceré.

5) Istituzione di un ministero per gli affari di Sardegna.

Richieste assai banali e dirette chiaramente a rafforzare la posizioni dei nobili e limitare il potere del viceré per evitare il clientelismo imperante che avvantaggiava solo alcuni di loro.

La petizione tendeva quindi a salvaguardare solo gli interessi della classe già privilegiata che voleva contare di più e ottenere anche incarichi di prestigio.

Era chiaro che i problemi del popolo vessato, sfruttato, alle prese con le esigenze più elementari per sopravvivere, ignorante non interessavano ai signori.

Il popolo che si era battuto per respingere i Francesi ignorava certamente che essi avrebbero introdotto nell’isola i principi della loro rivoluzione che aveva abolito il feudalesimo e i privilegi dei nobili, cancellato il potere del clero e aveva dato dignità ai cittadini stabilendone ufficialmente i diritti  (Dichiarazione dei diritti dell’uomo – 1789).

Una delegazione si reca a Torino.

Ciascuno Stamento nominò due membri incaricati di recarsi a Torino per presentare direttamente al re le richieste: per quello militare furono designati Gerolamo Pitzolo e Domenico Simon. Quando la delegazione giunse a Torino il re non si trovava in sede e gli inviati ignorarono il ministro Graneri al quale per competenza avrebbe dovuto essere consegnato il documento.

Il re dall’alto del suo dispotismo non ricevette i delegati, incaricò una commissione di esaminare le richieste mentre il ministro Graneri decretava lo scioglimento degli Stamenti fino ad allora  pericolosamente riuniti.

Mentre la delegazione sarda attendeva ignorata da cinque mesi a Torino, a sua insaputa la commissione respingeva le richieste e comunicava la delibera direttamente al viceré Balbiano, non  informando quindi gli inviati lì presenti né  gli Stamenti.

Considerata la banalità delle richieste, Vittorio Amedeo III e i suoi consiglieri,  dimostrarono tutto il loro sprezzo per la Sardegna e le cose sarde.

Un solo punto viene accettato.

Il primo aprile del 1794 quindi, arrivarono le decisioni superiori al viceré Balbiano nelle quali si ignoravano quattro delle cinque richieste  e per dare il contentino, si accettò solo quella che chiedeva l’istituzione di un nuovo ufficio della Reale Udienza.

A Cagliari, la notizia in breve si sparse, il malcontento e l’odio verso i Piemontesi diventò sentimento comune, i nobili, più delusi degli altri, iniziarono a tramare convincendo anche i popolani a unirsi alla protesta.

Mentre si susseguirono riunioni segrete per decidere cosa fare, arrivò una lettera di Pitzolo che esprimeva il suo rammarico per il comportamento piemontese e prendeva atto dell’impossibilità di un dialogo con i governanti sostenendo che solo una reazione energica dei Sardi, li avrebbe convinti a trattare.

La prova di forza contro i Francesi e l’inettitudine dimostrata dai funzionari e dai militari Piemontesi aveva convinto i nobili sardi che una insurrezione popolare non avrebbe incontrato ostacolo se ben organizzata.

 Si decide per l’insurrezione.

Si fissò la data della sommossa per  il 4 maggio, giorno del rientro in città di Sant’Efisio,  giudicata favorevole per i trambusto e la popolazione già nelle strade, ma il viceré forse informato dal traditore sempre presente in queste occasioni, dispose un rigido servizio di vigilanza ordinando che tutti i militari a disposizione fossero dislocati nei punti strategici della città.

Balbiano, per precauzione e per timore di connivenze, non informò il reggente la reale Cancelleria né la Reale Udienza (istituzione con compiti di amministrare la giustizia), come avrebbe dovuto fare per competenza, e prese da solo l’iniziativa di arrestare i presunti congiurati. I rivoltosi, resosi conto che il loro piano era conosciuto dalle autorità decisero di anticipare l’insurrezione alla notte del 28 aprile di quel 1794.

Il Viceré proprio il 28 Aprile 1794, prese tutti d’anticipo e decise l’arresto dell’avvocato Vincenzo Cabras e suo genero Efisio Luigi Pintor considerati capi della insurrezione.

Al momento dell’arresto Luigi Pintor riuscì a fuggire ed al suo posto venne fermato, per errore, il fratello Bernardo, anch’egli genero del Cabras.

Luigi Pintor in fuga percorse i quartieri di Cagliari e,  al suono delle campane  di alcune chiese per attirare l’attenzione, radunò in breve tempo una folla considerevole.

Il popolo scende in piazza.

In tutte le porte presidiate dalle truppe regolari, che allora separavano i quattro quartieri della città Villanova, Marina, Stampace e Castello si ammassarono centinaia di popolani che aumentarono progressivamente e riuscirono a incendiarle  costringendo alla resa e disarmando i militari di guardia.

I quartieri bassi Marina, Stampace e Villanova caddero in mano agli insorti che giunsero da ogni parte senza nessun ostacolo, a questo punto alcuni cannoni ricuperati furono puntati verso le mura di Castello e il viceré per evitare spargimento di sangue, fece condurre i due arrestati sugli spalti di un bastione in modo che la folla potesse vederli: la massa iniziò allora a gridare “Liberi, liberi”.

L’arcivescovo Melano tentò di calmare i rivoltosi invitandoli a ritirarsi ma senza risultato.

Naturalmente  Cabras e Pintor non furono liberati allora la folla prese d’assalto La torre dell’Aquila e dell’Elefante (accessi al quartiere Castello) incendiandone le porte e disarmando i militari, gli insorti dilagarono quindi in Castello e le truppe regolari schierate nelle strade indietreggiarono rifugiandosi nel palazzo regio dal  quale partì qualche colpo di fucile.

Il comandante delle guardie svizzere fu però colpito e i soldati deposero le armi. Gli insorti invasero la residenza del viceré che intanto si era rifugiato nel vicino arcivescovado.

Parte importante assunse il capopolo Vincenzo Sulis che coordinò gli insorti e provvide a occupare i punti nevralgici di Castello, e liberare i detenuti nella torre di San Pancrazio.

Data l’impossibilità palese del Balbiano, i poteri furono assunti dalla Reale Udienza che dispose di raggruppare il viceré, i nobili e i funzionari piemontesi nel palazzo regio per meglio proteggerli.

A questo punto la folla chiese esplicitamente ai Piemontesi di lasciare Cagliari e rimbarcarsi per Torino.

La sollevazione che costò solo una diecina di morti ed un centinaio di feriti, raggiunse in pieno lo scopo di scacciare gli “occupanti” sabaudi:  come dire il massimo risultato col minimo sforzo.

La cacciata dei Piemontesi.

I Piemontesi, 514 in tutto, si imbarcarono con le famiglie il 30 aprile senza subire altra offesa che lo scherno dei popolani.

In una nottata, tra il  28 e 29 aprile 1794, i Sardi dimostrarono quanto fosse facile liberarsi dei governanti sabaudi e quanto effimera fosse la loro occupazione.

Gli Stamenti si affrettarono ad inviare al re un documento nel quale si sosteneva che la responsabilità dell’accaduto doveva essere attribuita al popolo in quanto massa, senza colpe di determinate persone e che lo stesso popolo rimaneva fedele al sovrano.

Una chiara dichiarazione di fedeltà che faceva cadere ogni proposito d’indipendenza.

Nel mese di giugno il re approvò l’istituzione del consiglio di Stato e la riserva degli impieghi ai Sardi, Pitzolo venne nominato Intendente Generale, Gavino Paliaccio governatore della città di Cagliari, Santuccio e Carroz di Sassari e Alghero.

Queste nomine non vennero accolte favorevolmente dai notabili isolani che ancora una volta si videro  scavalcati con decisioni prese unilateralmente e senza essere consultati.

Nel mese di luglio arrivò il condono per la sollevazione del 28 aprile e con esso si accolse la richiesta di riunire gli Stamenti almeno ogni dieci anni.

Le zone interne della Sardegna furono intanto preda di una grande carestia che accese gli animi del popolo.

Arriva il nuovo viceré.

A settembre  del 1794 arrivò a Cagliari il nuovo viceré Marchese di Vivalda.

Passò un anno e la rivolta riesplose con l’uccisione dell’intendente Generale Pitzolo e del generale delle armi Paliaccio.

Prendendo spunto da questi avvenimenti i feudatari logudoresi e la nobiltà sassarese con missive al Re cercarono di rendersi autonomi dalla città di Cagliari e dipendere direttamente da Torino.

Per bloccare sul nascere la rivolta sassarese, i nobili cagliaritani sobillarono il popolino del Logudoro contro i propri padroni.

Il 28 Dicembre del 1795 schiere di popolani manifestarono a Sassari contro i feudatari locali. Il Viceré Vivalda decise di mandare in quella città, per dirimere la questione, il giudice della Reale Udienza Giovanni Maria Angioy con poteri di alternos del Viceré: era il 13 febbraio 1796.

Dopo tre mesi di permanenza a Sassari l’Angioy, non riuscendo a venire a capo del  conflitto tra popolo e feudatari, abbandonato dai nobili cagliaritani e dallo stesso viceré, tentò un accordo con alcuni inviati francesi per un colpo di mano nell’Isola.

Il linciaggio di Gerolamo Pitzolo e Gavino Paliaccio.

Nel mese di settembre 1794, cinque mesi dopo la nota sollevazione che portò alla cacciata dei Piemontesi dall’isola che oggi ricordiamo come “Sa die de sa Sardigna”, arrivò a Cagliari il nuovo Viceré piemontese, Filippo Vivalda, trovando un ambiente pervaso da nervosismi e indecisioni che rendevano indecifrabili le intenzioni e gli umori dei popolani e dei borghesi.

Prima che l’alto funzionario arrivasse a Cagliari, il re, per dare il classico contentino, aveva nominato quattro notabili Sardi ad alti incarichi pubblici: l’avvocato Gerolamo Pitzolo, intendente generale delle finanze; Gavino Cocco, reggente la Real Cancelleria; Gavino Paliaccio Marchese  della Planargia, generale delle armi; Antioco Santuccio, governatore di Sassari.

Come richiesto dai delegati inviati a Torino con la petizione dei famosi cinque punti, era stato istituito anche un nuovo ufficio della Reale Udienza che aveva il compito di controllare gli atti ed il comportamento del viceré: i componenti scelti per questo nuovo incarico furono tutti sardi.

Le nomine dei notabili sardi, specialmente quelle di Pitzolo e Paliaccio, furono subito contestate dal popolo, che si vedeva scavalcato perché nessuno aveva richiesto il suo  parere.

Si aveva il sospetto che il Pitzolo durante il suo soggiorno a Torino per la richiesta dei cinque punti al sovrano, potesse aver agito per interessi personali prescindendo da quelli dei Sardi, il marchese della Planargia veniva invece visto come un “filopiemontese” al servizio del sovrano e non del popolo.

Si era poi sicuri che le concessioni e le nomine fossero dovute al particolare periodo di crisi dei Piemontesi che al momento non potevano contare su truppe sufficienti per imporre il proprio volere.

Considerata l’aria poco salubre che spirava, Pitzolo si circondò di guardie del corpo, temendo evidentemente per la sua vita, mentre Gavino Paliaccio creò un contingente di pronto intervento, formato dai pochi soldati regolari e da  numerosi miliziani, che posizionò nei quartieri popolari di Marina, Stampace e Villanova per prevenire eventuali colpi di mano.

In questa situazione esplosiva il nuovo Viceré Vivalda cercò di rimanere “neutrale”, più per guadagnare tempo che per partito preso. Il popolo, forse istigato da qualche altolocato mosso da rivalità e gelosie, passò dalla protesta all’azione catturando Pitzolo nella sua abitazione, portandolo al palazzo regio: ma il vicerè si disinteressò dell’Intendente generale lasciandolo al proprio destino.

Il Pitzolo, preso di peso, fu trasferito dal popolo nel carcere di San Pancrazio, ma durante quel breve tragitto, fu prima ferito da un colpo d’arma da fuoco e poi finito con colpi di spada e abbandonato davanti alla torre.

Anche Gavino Paliaccio fu catturato lo stesso giorno e rinchiuso nella torre dell’Elefante.

Vivalda mostrò ancora tutta la sua incertezza non prendendo nessuna decisione e lasciando che la folla si impadronisse del prigioniero e lo uccidesse straziandone il corpo: era il 22 luglio 1795, solo 16 giorni erano passati dall’uccisione di Pitzolo.

In quello stesso periodo le rivolte cagliaritane furono emulate da disordini nel Logudoro, questa volta contro gli odiati feudatari. In realtà come per un programma stabilito tutta la Sardegna prese coraggio e cercò di opporsi ai soprusi e alle violenze dei signori che legalmente sfruttavano le già provate popolazioni. Sembrerebbe che le idee rivoluzionarie francesi riuscissero a far breccia nella umile massa che inconsapevolmente aveva contribuito a respingerle con le armi.

Le carestie e le epidemie eriuscirono là dove non ebbe successo una spedizione militare organizzata.

Le divisioni e le invidie tra nobili, borghesi e feudatari riuscirono poi a dare un impulso decisivo alla protesta perché la massa dei diseredati, senza volerlo, fu strumentalizzata da  alcuni maggiorenti che cercavano vendette e rivalse su colleghi invisi e di seminare panico per scopi personali con l’intento di appropriarsi di cariche pubbliche in mano ad altri.

 

Add Comment