Il Logudoro insorge, G.M. Angioy nominato Alternos e poi dichiarato ribelle

I feudatari ed i nobili sassaresi, allarmati, richiesero formalmente al re di non dover più dipendere da Cagliari, considerata in mano ai ribelli e di poter formare un parlamento nella città di Sassari o in alternativa dipendere direttamente da Torino affrancandosi dal controllo del capoluogo sardo. Giovanni Maria Angioy viene inviato per sedare  la ribellione

 di Sergio Atzeni

 Il Logudoro insorge contro i feudatari

Nel 1795 nel Logudoro scoppiarono delle proteste popolari contro i soprusi e le vessazioni dei feudatari.

Questa volta non era solo la fame a far muovere le masse, ma precise rivendicazione dei propri diritti e una opposizione allo strapotere dei signori che pretendevano dalla gente più di quanto la legge prevedesse.

Si formò così, nel nord ovest sardo, una coalizione di paesi  tra i quali Ittiri, Uri, Pozzomaggiore, Bonorva, Cheremule dotata di un “esercito” che iniziò a saccheggiare granai e proprietà degli odiati feudatari e dichiarò di non  voler versare  più alcun tributo.

Il Viceré, Filippo Vivalda per calmare gli insorti, in un Pregone

(manifesto pubblico) riconobbe il diritto delle ville al ricorso per eventuali tributi non legali: questo fu visto dai feudatari come una presa di posizione del governo a favore dei vassalli.

I nobili  temevano anche un intervento Francese, sollecitato forse  dagli stessi personaggi che a Cagliari avevano fomentato la rivolta che portò all’uccisione di Gerolamo Pitzolo e GavinoPaliaccio.

I feudatari ed i nobili sassaresi, allarmati, richiesero formalmente al re di non dover più dipendere da Cagliari, considerata in mano ai ribelli e di poter formare un parlamento nella città di Sassari o in alternativa dipendere direttamente da Torino affrancandosi dal controllo del capoluogo sardo.

Si acuiva così il campanilismo tra le due città isolane che tradizionalmente era allo stato latente e che, alla prima occasione, si palesava quasi a confermare una consuetudine che era difficile  accantonare.

Il comportamento del governo piemontese sembrò dare ragione a Sassari che ricevette una lettera proveniente da Torino con l’esortazione a non seguire ordine o editto del viceré nei quali non si riscontrasse utilità per la giustizia e la sicurezza pubblica. Si stavano creando due antagonisti e due Sardegne che potevano portare all’anarchia e a conseguenze terribili, la causa di ciò fu il comportamento incomprensibile del governo centrale che, sebbene indirettamente, sconfessava il potere del suo rappresentante nell’isola lasciando aperte pericolose interpretazioni da parte degli uni e degli altri contendenti.

Intanto i ribelli logudoresi mossero verso Sassari dove il governatore Santuccio si era trincerato per respingerli.

I popolani erano guidati dall’avvocato Gioacchino Mundula e dal notaio Francesco Cilocco di note idee repubblicane e palesemente filofrancesi, che non fecero nessuno sforzo a entrare in città poiché i feudatari avevano abbandonato il campo e il governatore aveva ordinato di aprire le porte “Per non spargere sangue inutile”.

Sassari, in mani ai rivoltosi subì qualche trascurabile saccheggio e l’arresto dei pochi funzionari che non erano fuggiti e dello stesso governatore Santuccio.

Lasciato un distaccamento per presidiare la città, un forte contingente si diresse verso sud con l’intenzione di raggiungere Cagliari, portando con sé il governatore prigioniero.

Lo scopo di questa marcia non era chiaro: una dimostrazione pacifica o un tentativo di presa del potere?

Il Viceré si affrettò ad inviare plenipotenziari con l’ordine di liberare il governatore Santuccio e quello di fermare la marcia di avvicinamento verso la capitale.

Santuccio fu liberato e la marcia si dissolse per situazioni contingenti, più che per precisa volontà dei ribelli.

La situazione ora preoccupava il viceré e gli Stamenti (bracci in cui era diviso il parlamento sardo) che, pur avendo risolto il problema di “secessione” sassarese, ritenevano pericoloso il potere in mano alle masse popolari.

Anche il loro pieno controllo della città poteva favorire un colpo di mano dei francesi rivoluzionari, creando gravi ripercussioni sociali e politiche che avrebbero portato a una pericolosa situazione che avrebbe messo in pericolo la stabilità stessa della sovranità sabauda.

Il viceré decise di inviare nella città logudorese un alternos congli stessi suoi poteri quindi con tutta l’autorità della carica per poter agire più efficacemente.

 

Giovanni Maria Angioy Alternos

La scelta cadde su Giovanni Maria Angioy che fu inviato a Sassari nel mese di febbraio del 1796. Angioy originario  di Bono dove nacque nel 1761, laureato in leggi aveva lasciato la professione legale per dedicarsi all’insegnamento nell’università di Cagliari. Fu nominato poi giudice della Reale Udienza, forse per meriti e per la sua dotta preparazione ma anche per la sua formazione familiare tutta religiosa.

Un uomo giusto al punto giusto pensò il Viceré che non ebbe dubbio alcuno sulla sua nomina, anche perché l’Angioy apparentemente non partecipò alla rivolta antipiemontese e non si schierò neanche a favore delle idee rivoluzionarie francesi.

Tutto ciò fu contestato da alcuni che invece lo volevano tramante “dietro le quinte” e, nell’anonimato, fornire consigli e impartire disposizioni ai più facinorosi nei momenti più delicati.

Di lui si conosceva la preparazione culturale e ufficialmente le sue idee erano considerate “democratiche” e non  giacobine (partito francese che sosteneva la più radicale uguaglianza e democrazia), ma non apparve mai schierato rimanendo, forse volutamente, al di sopra delle parti come si confaceva ad un giudice.

Dopo un primo momento di esitazione Angioy decise di accettare la nomina e partì alla volta di Sassari, impiegando vari giorni per giungere poiché ogni paese che toccava gli tributava i più grandi onori e gli sottoponeva i problemi insoluti con i feudatari. Man mano che si avvicinava a Sassari le schiere di scorta si facevano sempre più numerose e all’ingresso in città fu un vero tripudio.

Angioy cercò di riorganizzare le istituzioni pubbliche riformando la Reale Udienza di cui assunse la presidenza, tentò anche di riordinare  la milizia il cui apporto era indispensabile per il controllo della situazione.

Qualcuno lo accusò di aver ceduto, in quei momenti concitati, alle pressioni dei più radicali ponendo nei posti chiave i più esagitati, dando pertanto una svolta estremista alla iniziale protesta.

Cercò anche di alleviare le sofferenze della popolazione logudorese allo stremo per la fame, distribuendo cibo  e tentando di normalizzare la situazione, ricoprendo però più un ruolo di arbitrato anziché imporre  la sua autorità.

Ma i vassalli, pur convinti a deporre  le armi, si rifiutarono di pagare i tributi ai feudatari che a loro volta esercitavano forti pressioni sul viceré a Cagliari per la tutela dei propri diritti. L’alternos chiedeva tempo per ristabilire le vecchie prerogative, nonostante alcune lettere di amici cagliaritani gli consigliassero di rientrare.

Il viceré Vivalda lo invitò ripetutamente quanto inutilmente a ristabilire l’ordine e a riscuotere le tasse, anche con l’uso della forza.

Intanto il 28 aprile 1796 fu firmato l’armistizio a Cherasco tra Piemontesi e Francesi, mentre il 16 maggio Napoleone fondò la repubblica Traspadana, i Savoia correvano il rischio di perdere l’intero Piemonte.

Una occasione favorevole, forse irripetibile, che Angioy non poteva non sfruttare e il 2 giugno l’alternos decise di lasciare Sassari e dirigersi verso Cagliari con una forte scorta che durante il percorso si ingrossò notevolmente.

Molti videro nella discesa di Angioy un mossa per dimostrare ai Piemontesi l’appoggio  della popolazione e la forza militare su cui poteva contare.

Per i Piemontesi fu un momento di sconforto per le sconfitte   subite ad opera dei Francesi che, probabilmente, diedero all’Angioy la spinta decisiva per poter “cogliere la palla al balzo”.

Ma sbagliò i conti perché i transalpini, non deposero i Savoia e lo abbandonarono a se stesso mentre anche i suoi  amici cagliaritani presero le distanze.

Angioy, forse per la prima volta, perse la sicurezza e fu assalito da forti dubbi sul proseguimento della missione.

Come egli stesso ebbe a dire durante il suo esilio, la discesa a Cagliari doveva apparire una manifestazione pacifica che si sarebbe risolta con la richiesta al viceré per il riscatto o, addirittura, l’abolizione dei diritti feudali: tutto ciò in base a precisi accordi presi con i Francesi che, stante la guerra, sarebbero intervenuti di buon grado per aiutarlo.

Giovanni  Maria Angioy, costretto alla fuga

Dopo aver lasciato Sassari il 2 giugno del 1796, Giovanni Maria Angioy  raggiunse Macomer, poi Santulussurgiu e si diresse decisamente verso sud con una forza di 6000 cavalieri, migliaia di fanti e altra masnada improvvisata.

Quando fu chiaro che aveva intenzione di entrare a Oristano,  preoccupati per quella massa che si avvicinava, nacquero dei contrasti tra i pubblici ufficiali di quella città in quanto alcuni volevano combatterlo mentre  altri erano contrari  perché sapevano di avere a che fare con l’alternos in carica.

Il 7 giugno  il viceré, allarmato per quello che era ormai un esercito in marcia, decise di rimuovere  Angioy dalla carica di alternos, metterlo al bando e sostituirlo con l’avvocato Del Rio che ricevette l’ordine di formare una forza di 2 mila e 500 uomini per contrastarlo.

L’Angioy, non volendo scoprire completamente le sue recondite intenzioni, passò alla diplomazia invitando il viceré Vivalda ad un incontro per chiarire i motivi della “protesta” dei Logudoresi che avrebbero accettato e preferito una mediazione francese: un tentativo per evitare una prova di forza militare e raggiungere pacificamente i suoi scopi.

Intanto a Cagliari il panico si diffuse repentino e i soliti signori ed ecclesiastici lasciarono la città mentre il viceré invitò borghesi e nobili ad assoldare armati.

Angioy, attendeva ad Oristano, ma fu costretto a lasciare la città che i suoi uomini stavano letteralmente saccheggiando, per sopperire alla mancanza di rifornimenti e della più semplice organizzazione per la sussistenza.

Mentre le masnade si allontanavano, dovettero affrontare anche l’attacco degli oristanesi che vollero vendicarsi delle angherie subite e  la massa senza ordini precisi incominciò a sfaldarsi costringendo l’Angioy a raggiungere Sassari attraverso strade e sentieri alternativi per evitare assalti delle popolazioni istigate dai feudatari e dai nobili: il popolo, che pochi giorni prima lo aveva osannato passava dall’altra parte abbandonandolo.

 La fuga dell’Angioy.

Il 16 giugno 1796,  Giovanni Maria Angioy abbandonava la Sardegna e si imbarcava a Porto Torres per Ajaccio, Livorno e poi Genova dove cercò inutilmente aiuti per rientrare in Sardegna e far sollevare le popolazioni locali.

Chiese insistentemente l’aiuto di Napoleone che però sempre si disinteressò del problema e, perdute le speranze, raggiunse Parigi per l’esilio ormai inevitabile.

In Sardegna la vendetta colpì violentemente il Logudoro e tutti coloro che avevano aiutato e simpatizzato per l’Angioy.

Il paese natale dell’ex alternos Bono, fu invaso da soldataglie legalizzate dagli stamenti che, non trovando abitanti in quanto nascosti sui monti circostanti, si abbandonarono a ogni sorta di nefandezza e distruzione.

I tribunali “speciali” istituiti per l’occasione, quindi senza poteri legali, dispensarono condanne e pene di morte col plauso dei nobili e dei feudatari che così si vendicarono di chi osò ribellarsi.

La figura di Giovanni Maria Angioy rimane misteriosa forse per il suo modo di agire non sempre decifrabile, ma il suo disegno e le sue intenzioni si mostrarono chiare e indiscutibili in quanto si schierò con i più deboli e con i  diseredati oppressi dai nobili senza scrupoli.

Per raggiungere i suoi scopi avrebbe forse raggiunto dei compromessi con i Francesi che tutto sommato avevano già scacciato con la loro rivoluzione  nobili e oppressori del popolo e che, ai suoi occhi, costituivano una garanzia per i Sardi.

Se, come ebbe a dire, il suo intento fu quello di abolire il regime feudale,  e non ci sono motivi per non credergli, se fosse riuscito nel suo disegno avrebbe risparmiato alle popolazioni dell’isola altri 40 anni di soprusi, perché l’odiato regime medievale fu abolito solo nel 1838.

Un vero patriota quindi che tramò forse nell’ombra  ma solo per cercare aiuti all’estero col fine di portare la Sardegna nell’era moderna.

Morì nel 1808 a Parigi, lontano dalla sua isola, per la quale aveva sacrificato onori, titoli e se stesso.