Rubrica: “La Sardegna dei Comuni” – Ardauli

Ogni settimana raccontiamo la storia di un paese della Sardegna per far conoscere le sue particolarità, la sua storia, le sue bellezze e la sua comunità

di Antonio Tore

Ardauli è un comune della provincia di Oristano di poco meno di 900 abitanti. Appartiene alla regione denominata Barigadu  e confina con Sorradile, Tadasuni, Neoneli, Nughedu Santa Vittoria, Ula Tirso e Ghilarza.

Il suo nome viene fatto derivare dall’illirico Ar-daute che significa “presso il fiume”  che, nel caso in questione, è il Tirso.

Secondo Massimo Pittau (Toponimi della Sardegna Meridionale), invece, il nome sarebbe di origine sardiana o protosarda e deriverebbe dal latino arduum «luogo arduo, erto», «altura ripida, scoscesa».

Ardauli sorge su una pianoro trachitico detto Culunzu Pertuntu, la “roccia bucata”, che secondo una leggenda, era usata dai marinai come ormeggio, quando il mare arrivava sino all’attuale vallata, bagnata dal rio Canale, sulla quale si affaccia il centro abitato.

La profonda valle corre fino alle rive meridionali del lago Omodeo, caratterizzata da una vegetazione incontaminata e da numerose rocce modellate dagli agenti atmosferici: è habitat di molte specie animali: lepri, volpi, donnole, gatti selvatici, cervi, cinghiali e martore.

Le numerose domus de janas  e alcuni nuraghi indicano la presenza di attività umana nel territorio sin dal Neolitico.

Nel medioevo appartenne al Giudicato di Arborea e fece parte della curatoria  di Parte Barigadu. Alla caduta del giudicato passò sotto il dominio aragonese, insieme alla vicina Neoneli. Inizialmente fu un feudo regio, amministrato cioè da funzionari reali e non da famiglie di feudatari. Nel 1774, in epoca sabauda, fu incorporato al marchesato di Neoneli, concesso in feudo a Pietro Ripoll. Il feudo rimase ai Ripoll fino al 1837, quando passò ai Sanjust, per il matrimonio di Maria Angela Ripoll e Carlo Enrico Sanjust, barone di Teulada. Dopo due anni fu riscattato ai Sanjust con la soppressione del sistema feudale, quando divenne un comune amministrato da un sindaco e da un consiglio comunale.

Il territorio di Ardauli, particolarmente fertile, mostra tracce di attività agricole svolte in passato e si possono vedere antichi mulini ad acqua, macine in pietra, spiazzi adibiti a lavorazione del grano e vasconi per la pigiatura dell’uva.

In paese, merita una visita la chiesa parrocchiale di santa Maria della Guardia, realizzata nei primi decenni del XVII secolo in stile gotico-catalano. La struttura, con un’unica aula mononavata, presenta quattro cappelle in ogni lato. La facciata, decorata con un grande rosone e affiancata da una torre campanaria realizzata intorno al Settecento, presenta elementi ‘classici’: portale d’ingresso e decorazioni. Anche all’interno si fondono vari stili: ne sono esempio le cornici dentellate di ispirazione rinascimentale e le semicolonne del presbiterio, di origine barocca.

Merita una visita anche la chiesetta campestre di san Quirico, affacciata sulle rive dell’Omodeo, a circa 400 metri di altitudine, realizzata intorno al 1100 e circondata da alcune cumbessias, tradizionali abitazioni appartenenti alle famiglie del paese e adibite a ospitarle durante la festa del santo, che richiamano una tradizione originaria addirittura dell’età nuragica.

Ad Ardauli si  festeggiano numerosi santi e si ripetono alcune tradizioni di origine arcaica:

  • Sant’Antonio “de su fogu”; (abate) festeggiato nel mese di gennaio nella chiesetta a lui dedicata con l’accensione di un falò e l’offerta da parte degli organizzatori di dolci tipici del posto e vino. Il giorno prima della festa del santo, nel pomeriggio, i bambini escono con dei sacchetti e bussando nelle case chiedono “su panizzeddu”, dolce principalmente composto da frutta secca che viene preparato in altri posti anche per la festa dei morti il 2 novembre.
  • Sa festa e maju: Cade nella terza settimana di maggio. Si organizza una processione accompagnata da cavalieri, carri trainati da buoi e trattori addobbati con sas tracas (rappresentazione della vita quotidiana). Alla fine della celebrazione religiosa viene effettuata “sa dita de sa cressia e su trigu” (l’asta delle ciliegie e del grano) in offerta al santo. La sera la tradizione voleva che in su chinau de lucura (vicinato di lucura) si svolgesse la corsa degli asinelli e le tradizionali pariglie. Corse spericolate a cui in passato partecipavano i più valorosi e coraggiosi cavalieri.
  • San Quirico e santa Giulitta: festeggiati nel mese di agosto dove si svolge un novenario nella chiesa che dista circa 4 km dal paese. La tradizione vuole che i santi vengano portati a piedi dalla parrocchia sino al novenario in su cammineddu Sardu, una strada di campagna che arriva sino al novenario e riportati in paese alla fine delle cerimonie. per l’intera durata del novenario la molta gente del paese dimorava nei “muristenes” (piccole case vicino alla chiesa), dove la sera ancora oggi si organizzano balli e canti. Di grande importanza è sa notte e sa chena (la notte della cena),il 19 agosto, dove le famiglie o gruppi di amici si riuniscono per mangiare insieme i piatti locali. Mentre la sera del 24, chiamata in sardo ” sa notte de s’izzadorzu” (poiché si rimaneva svegli per vegliare i santi che sarebbero dovuti rientrare in paese il giorno seguente), viene organizzata una rassegna culinaria di prodotti tipici del posto: culurzones (ravioli con ripieno di patate) e s’ortau (un preparato di carne di maiale, formaggio e varie spezie bollito e poi arrostito).
  • Santi Cosma e Damiano: festeggiati il secondo lunedi del mese di settembre nella chiesa a loro dedicata all’interno del paese. Essendo santi medici il martedì si svolge la messa dove partecipano tantissimi infermi. I santi vengono ricoperti da nastrini colorati che vengono benedetti e offerti ai fedeli.
  • San Giovanni: festeggiato a giugno, tradizione ormai persa. Era più una tradizione pagana che prevedeva la notte l’accensione di unu fogone (falò) in ogni famiglia od ogni rione. In questa sera si sceglievano sos compares de santu Juanni che sarebbero come gli odierni amici. Si sanciva il patto di amicizia dandosi la mano e saltando il fuoco acceso insieme. La cerimonia si sarebbe dovuta concludere con il bere alcuni decotti di erbe e l’omaggio delle stesse erbe che sarebbero dovute essere conservate con cura.

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