Ecco come nasce nel 1297 il Regno di Sardegna e Corsica

 Papa Bonifacio VIII nel 1297 creò il Regnum Sardiniae et Corsicae  determinando quindi i destini della Sardegna dandole un futuro che escludeva qualunque autodeterminazione e che, principalmente, impedì al giudicato di Arborea, in quel periodo uno stato consolidato ed autonomo, qualunque eventuale tentativo di unificazione dell’isola sbarazzandosi dei pisani. Il regno di Sardegna si trasformerà poi nel 1861 in Regno d’Italia fornendo anche il primo re Vittorio Emanuele II di Savoia

di Sergio Atzeni

ll XIII secolo è stato quanto mai decisivo per la nascita degli stati europei e per la lotta tra pontefice e imperatore per la supremazia che ognuno pretendeva essere un suo specifico diritto.

In questa situazione l’Italia ed il resto dell’Europa si divisero tra partigiani del Papa chiamati Guelfi e partigiani dell’imperatore  chiamati Ghibellini, mentre i due rivali tentavano di conquistare più seguaci possibili, sottraendoli spesso anche al partito avverso.

A questo punto i destini della Sardegna si legarono a quelli della Sicilia e per capire meglio i fatti è necessario spiegarne i motivi storici che li hanno determinati.

Il regno di Sicilia, già in mano ai Normanni che avevano scacciato i musulmani nel 1189, con la morte del re Guglielmo II passò di diritto ad Enrico VI di Svevia figlio di Federico Barbarossa, in quanto marito dell’erede al trono Costanza d’ Altavilla.

Enrico aveva un piano molto ambizioso: contava di disporre sotto il suo controllo tutto il Mediterraneo attirandosi così i sospetti della chiesa che mal sopportava espansioni territoriali dell’impero che considerava pericolose per il nascente “Stato Pontificio”.

Purtroppo Enrico VI morì nel 1197 e Costanza fu costretta ad accettare la sovranità della chiesa sulla Sicilia ottenendo però che il proprio figlio, Federico, ne fosse incoronato re.

Nel 1198, il Papa Innocenzo III sostituì il tradizionale titolo di “Vicario di Pietro” con quello di “Vicario di Cristo” col chiaro intento di porsi al di sopra di ogni potere terreno e iniziò ad applicare la nuova concezione scacciando dalla Sicilia i funzionari Svevi per fare dell’isola un vero dominio e non più un protettorato teorico. Però Federico Il, ormai adulto, anche per la morte di Innocenzo III, riuscì ad impossessarsi del regno siciliano dando prova di grande statura politica favorendo la cultura, le arti, riuscendo a farsi incoronare imperatore dal pontefice Onorio III nel 1220, con la sola promessa di tener separato l’impero dal regno siciliano. Ma il nuovo Papa Innocenzo IV, cosciente del grande potere di Federico II si affrettò a scomunicarlo nel 1245 subito dopo il concilio di Lione, accusandolo di usurpazione del trono siciliano che apparteneva al “Beato Pietro” e che egli deteneva solo come feudo concesso dalla Santa Sede.

Morto Federico II, il trono passò al figlio Manfredi che diede in sposa la  primogenita Costanza al re d’ Aragona Pietro Il. La chiesa favoriva la famiglia Guelfa degli Angiò che, sconfitti gli Svevi, ottenne la corona di Sicilia nel 1265.

Ciò non fu gradito dai siciliani che insorsero e, scacciati gli Angiò, inco-ronarono re di Sicilia Pietro Il il quale affrintò una lunga guerra chiamata del Vespro, combattuta contro gli Angioini spalleggiati dalla chiesa.

Pietro Il morì nel 1285 lasciando il trono al figlio Alfonso II chiamato il “Liberale” e il regno di Sicilia al  figlio minore Glacomo II.

Nel 1294 salì sul soglio di Pietro Benedetto Caetani, col nome di Bonifacio VIII, che per prima cosa si sbarazzò degli oppositori interni tra i quali gli esponenti della famiglia romana dei Colonna contro i quali bandì una crociata che si può definire personale riuscendo a sbaragliare la potente famiglia avversaria e distruggendo anche la sua occaforte di Palestrina.

A questo punto, Bonifacio, convinto assertore della superiorità papale, volle risolvere la guerra del Vespro, possibimente a proprio favore, e nel 1297 creò il regnum “Sardiniae et Corsicae” che concesse a Giacomo Il d’Aragona ottenendo in cambio la Sicilia da consegnare a Carlo Il d’Angiò.

Una mossa d’alta diplomazia, certamente intelligente e strategica, quella del pontefice, che sfruttò a proprio favore il famoso “Costititum Costantini”, il quale concedeva alla chiesa di Roma il diritto sui territori occidentali che il grande imperatore gli avrebbe lasciato in eredità nel momento dello spostamento a Costantinopoli.

Si trattava in realtà di un “falso storico” smascherato solo più tardi da Lorenzo Valla, che gli eredi di Pietro usarono a proprio vantaggio prescindendo dalle opinioni dei popoli che venivano, a loro insaputa, “ceduti” a questo o  a quel sovrano.

La Sardegna nel 1297 era “occupata ” dai Pisani che possedevano la “Gallura” e parte dell’ex giudicato di Calari compresa la città fortificata di “Castrum Calari” (Castello).

I Gherardesca dominavano il Sulcis Iglesiente, mentre la città di Sassari, diventata comune autonomo, era sotto l’influenza genovese. I Doria avevano acquisito nuovi territori, dopo la caduta del giudicato di Torres e possedevano  l’Anglona, la Nurra, il Nulauro, Viddalba, Casteldoria, Olmedo, AIghero e il Meilogu.

Bonifacio VIII, morì 1303 dopo aver provato l’amarezza della sconfitta ad opera del re di Francia Filippo il Bello aiutato dai Colonna: in quella occasione si dice che il Pontefice subì persino l’onta di uno schiaffo.

Bonifacio VIII fu il Papa che creò per la prima volta il Giubileo nel 1300 e che inconsapevolmente favorì la triste pagina della “Cattività Avignonese”, quando la sede pontificia fu trasferita ad Avignone e la chiesa fu subordinata, dal 1305 al 1377, anche se non ufficialmente, al Re di Francia.

Altra conseguenza della politica di Bonifacio fu la presa del potere a Roma di Cola di Rienzo che lottò contro i nobili che considerava  tiranni, tra i quali i Colonna, gli Orsini e gli stessi Caetani.

Di Rienzo non si rese però conto di essere una pedina in mano alla chiesa  Avignonese e senza volerlo diventò suo inconsapevole strumento.

Bonifacio VIII determinò quindi i destini della Sardegna dandole un futuro che escludeva qualunque autodeterminazione e che, principalmente, impedì al giudicato di Arborea qualunque eventuale tentativo di unificazione dell’isola sbarazzandosi dei pisani.