1948, Cagliari risorge, nascono palazzoni e nuovi quartieri

Nel 1948 con l’istituzione della Regione Autonoma della Sardegna, non senza critiche da parte di politici sardi che ritenevano lo statuto inferiore a quanto richiesto e insufficiente per risolvere la endemica situazione di sottosviluppo locale, Cagliari diventò ufficialmente il capoluogo dell’isola.

di Sergio Atzeni

Così come, con le dovute proporzioni, successe a Roma 87 anni prima,  si assistette in città a un forte impulso di costruzione di edifici, civili e pubblici, innescando il fenomeno dell’urbanesimo causato dall’immigrazione di numerose famiglie che  da ogni parte della Sardegna si trasferivano a  Cagliari cercando lavoro e una vita dignitosa.

In quel periodo a Cagliari, distrutta dalla guerra, c’era tanto da ricostruire e  i quartesi diventarono gli impresari edili più quotati e ottennero la maggior parte degli appalti pubblici ma furono gli artefici anche    dell’edificazione   dei  più importanti  palazzi privati.

Così alla fine degli anni cinquanta la città si allargava in modo inarrestabile, i nuovi quartieri sorgevano come funghi e gli abitanti aumentavano in modo considerevole.

San Benedetto diventò il quartiere nuovo per eccellenza con palazzoni e negozi, non si pensò però né al verde pubblico né ai parcheggi.

Monte Urpinu fu raggiunto inesorabilmente dal cemento e perse le caratteristiche di oasi verde e selvaggia.

Il quartiere di Santa Alenixedda nacque improvviso assorbendo pinete vigne e oliveti, Genneruxi, sfidando le zanzare ormai non più nocive, avanzò con le sue costruzioni verso Viale Marconi.

I quartieri storici iniziarono il loro declino, in Castello si ebbe un decisivo cambio dei residenti e i ricchi, i nobili e l’alta borghesia che ancora vi risiedevano  si trasferirono nei nuovi quartieri più confortevoli, mentre le classi più povere e gli immigrati presero possesso delle abitazioni malsane e in forte degrado diventate disponibili, con canoni di locazioni a buon mercato.

L’avvento della televisione nel 1954 causò nuovi fenomeni sociali: le famiglie in quegli anni si riunirono presso amici o parenti per seguire i programmi più noti come “Il Musichiere” o “Lascia o Raddoppia”.

Cagliari andava sempre più assumendo le caratteristiche di città commerciale, attirando persone in cerca di fortuna e di affari.

Arrivarono tra gli altri, napoletani, siciliani, pugliesi che in breve si affermarono come imprenditori com-merciali, dando lavoro ai locali e creando solide aziende delle quali molte oggi sopravvivono.

C’era bisogno di tutto e tutto si comprava, il consumismo faceva girare il danaro dando a molti opportunità di ricchezza mentre altri erano costretti a cercare il pane all’estero o vivere in condizioni di povertà e de-grado da terzo mondo.

Fino agli anni ’60 alcune famiglie occupavano gli anfratti dell’anfiteatro, altre erano ospitate nei “ghetti popolari” che allora si chiamavano “Prazzas” ed erano costituiti da abitazioni fatiscenti con servizi in comune e fontanella d’acqua esterna per tutta la comunità: una di queste “residenze” aveva gli ingressi nella via Garibaldi e occupava l’area della odierna via Vittorio Emanuele Orlando.

Subito dopo il 1960, i giovani oltre alle passeggiate “in cricca” nella via Dante o nella via Roma, scoprirono il ballo e si organizzarono in “Club” trasformando magazzini, garage e depositi, in mini-discoteche dove passavano le serate danzando o ascoltando i 45 giri.

Un vero fenomeno di costume che forgiò tanti adolescenti e che fece abbandonare e dimenticare i giochi all’aperto fino ad allora praticati come, la trottola, la cerbottana, la corsa ciclistica con i tappi di bot-tiglia, prontus-quaddus-prontus e pincaro.

Ma un grande pericolo era in agguato anche nella nostra città, la droga, che irruppe improvvisa e repentina turbando il vivere sereno di decine di famiglie.

 

 

 

 

 

 

 

Add Comment