Rubrica: “La Sardegna dei Comuni” – Boroneddu

Ogni settimana raccontiamo la storia di un paese della Sardegna per far conoscere le sue particolarità, la sua storia, le sue bellezze e la sua comunità

di Antonio Tore

Boroneddu è uno dei più piccoli comuni della Sardegna e conta meno di 150 abitanti. Si trova nella provincia di Oristano, nella regione storica del Barigadu.

Il territorio fu abitato già in epoca nuragica, fatto attestato per la presenza di numerosi nuraghi. Non a caso una ‘corona’ di nuraghi circonda l’abitato. La fertilità del territorio ha attratto sin dalla preistoria insediamenti stabili: il complesso di su Montigu è il più famoso. Si aggiungono i nuraghi Cortinas, Fiscas, Ispinosu, Malosa, Trubeli e nel punto più alto, il nuraghe Ostele.

In seguito appartenne al giudicato di Arborea e fece parte della curatoria di Gilciber, detta poi di Ozier Real, di cui fu capoluogo prima Abbasanta e poi Sedilo. Nel 1416, era stato concesso con tutto il Gilciber e il territorio di Parte Barigadu a Valore de Ligia, un arborense che aveva tradito il giudice di Arborea Ugone III nel corso delle guerre tra Arborea e Aragona.

Quando parte del Regno arborense finì nelle mani catalane, de Ligia decise di tornare in Sardegna per riscuotere le terre che gli spettavano. Arrivato nel Guilcer trovò ad aspettarlo cavalieri e popolani che gli diedero la caccia.

Per sfuggirvi De Ligia decise di rifugiarsi insieme a suo figlio all’interno della chiesa di S. Pietro confidando nel diritto di asilo. Era il 17 luglio del 1416. Cavalieri e persone del popolo corsero all’interno dell’edificio, scovarono padre e figlio e li uccisero in quella che all’epoca era la sagrestia, accanto a dove ora si trova la statua del santo.

La leggenda sostiene che le macchie nere presenti sulla colonna destra della nicchia, siano le macchie di sangue di Valore de Ligia e di suo figlio, lasciate lì “pro iscaramentu”, come ammonimento per spingere tutti a comportarsi in maniera retta. Inoltre sulla pietra sottostante la colonna sono visibili dei segni di scalpello: si dice che, per non suggestionare i fedeli, sia stata scalpellata via l’impronta della mano sporca di sangue di de Ligia.

Alla caduta del giudicato passò sotto il dominio aragonese, e nel 1435  venne concesso in feudo dal re di Aragona a Galcerando de Requenses. Precedentemente,

Nel 1537  i quattro paesi di Tadasuni, Boroneddu, Sedilo e Zuri vennero venduti da un nipote di Galcerando de Requenses ai Torresani, e nel  1566  formarono una contea confermata in feudo agli stessi Torresani. Estinta la famiglia Torresani, nel 1725  passarono al fisco regio. Nel 1737 la contea fu elevata a marchesato, concesso al canonico Francesco Solinas e successivamente ai Delitala, ai quali fu riscattato nel 1839 con l’abolizione del sistema feudale.

Dal 1927 Boroneddu fu aggregato ala comune di Ghilarza, per recuperare la propria autonomia nel 1988.

Per il toponimo gli studiosi avanzano due differenti spiegazioni etimologiche.  La prima teoria sostiene che il nome potrebbe riportare all’appellativo sardiano bòrona «nebbia fitta e bassa» (Fonni), il quale è da confrontare – non derivare – con quello tosc. buriana «grosso ma breve temporale», col veneto borana «nebbia» e, inoltre, col greco borhéas «vento del nord». Dunque è verosimile che il villaggio derivi la sua denominazione dalla nebbia che sale spesso dal vicino fiume Tirso.

In subordine potrebbe derivare dal diminuivo di Barone, avendo pertanto il significato di «Baronetto», titolo del proprietario del fondo agrario. Ovviamente questa spiegazione dovrebbe essere confermata da apposite ricerche da effettuarsi su carte antiche.

Il nome è citato per la prima volta nel condaghe di santa Maria di Bonarcado con il nome originario di Orene – altrove è detto Borene -, villaggio medioevale, di cui resta solo il novenario di san Salvatore, a due chilometri dal paese.

La chiesa, frutto di aggiunte e rifacimenti nel corso dei secoli, è addossata alle muristenes, alloggi per pellegrini durante le novene. Il santuario custodisce un concio di basalto troncoconico su cui è scolpita in bassorilievo una croce bizantina ed è sede delle celebrazioni del santo a metà settembre.

La chiesa parrocchiale di san Lorenzo martire, invece, è stata eretta nel 1886 con conci squadrati di basalto bruno. La facciata è tripartita da lesene e ha accanto un campaniletto a vela.

Antonio Canalis, giurista e storico, citava, comunque una preesistente chiesa dedicata a San Lorenzo Martire. Dell’antica chiesa parrocchiale, dedicata a San Lorenzo Martire, citata e situata dal Canalis al confine dell’abitato, con cimitero attiguo ancora in uso, non restano elementi architettonici, nè tanto meno citazioni d’archivio per poterla descrivere.

Secondo gli studiosi esistevano, inoltre, due chiesette filiali. La prima, intitolata a Santa Cecilia, si trovava al centro del paese. Essa è andata completamente distrutta. Due documenti, custoditi nell’Archivio comunale, parlano di un sussidio per restauri di 500 lire da parte del Regio Economato di Torino del 1888 e uno di 480 lire risalente al 1889. Secondo testimonianze orali la chiesa era ubicata in prossimità della località Su Nurake, alla periferia orientale del paese. Il toponimo S’Ortu ‘e Cresia, denominante l’area dove si pensa sorgesse la chiesa, potrebbe confermare tale ipotesi. Da ricerche effettuate è risultato che la chiesa sia stata smantellata intorno al 1894-95.

La seconda chiesa, campestre, quella di San Salvatore attualmente fa parte di un complesso religioso temporaneo (novenario) i cui muristenes sono ad essa addossati costituendo un unico volume. L’incendio della metà del XIX secolo ne distrusse il tetto, l’antica statua e diverse soppellettili. Le varie ricostruzioni e rimaneggiamenti ne hanno modificato la struttura originaria. La configurazione attuale è, infatti, frutto di aggiunte e rifacimenti. La chiesa è ad unica navata, spartita da tre archi diaframma ribassati in trachite poggiati su pilastri. Sulla facciata, alla destra del portale d’ingresso, sono visibili due incavi che anticamente contenevano le ciotole policrome maiolicate di cui non resta traccia. All’interno si trova custodito un concio di basalto tronco conico, forse in origine appartenente alla struttura interna del monumento, su cui si trova scolpita in bassorilievo una croce bizantina.

L’attuale parrocchiale è intitolata, come quella più antica, a San Lorenzo Martire, patrono del paese. Gli unici documenti archivistici che si possono consultare sulla sua fondazione sono quelli custoditi presso l’archivio comunale. Una indicazione potrebbe essere la data 1830 che, secondo fonti orali, stava impressa in una pittura murale, andata oggi distrutta, all’interno della chiesa. Altre due datazioni si hanno nelle due campane che giacciono all’interno del monumento.

Le vecchie campane, datate una 1868, di dimensione più piccola, sulla quale si ha l’incisione Boroneddu, l’altra 1872, con la scritta Sanctus Larentius, si trovano custodite all’interno della chiesa. Il materiale di base utilizzato per la costruzione è il basalto non intonacato, messo in opera con la tecnica della ischerdadura. La chiesa è stata continuamente rimaneggiata subendo varie trasformazioni.

L’attrattiva culturale di Boroneddu più curiosa è il piccolo museo della fiaba sarda, che propone il mondo misterioso delle fiabe tradizionali isolane – comprese quelle dell’artista Maria Lai – ‘abitate’ da personaggi come Maschinganna, Janas, Luxia Arrabiosa e altri: un mondo raccontato intorno al fuoco dai nonni ai nipoti. Nel percorso museale, composto da grandi pannelli, sono rappresentati su pinnettu, caratteristico rifugio di pastori e contadini, e le tipiche case agropastorali, dove domina la figura della donna: ‘la’ vedrai mentre cuce i tessuti al telaio e lavora e cuoce il pane nel forno.

Tra gli appuntamenti di Boroneddu da non perdere, i fuochi di sant’Antonio abate a metà gennaio, con offerta de sa panischedda, dolce con sapa, noci e mandorle, la sagra degli asparagi e dei finocchi selvatici a marzo e, in estate, la sagra del fico d’India, dove si possono assaggiare pietanze a base del frutto, le cui piante crescono diffusamente e rigogliose lungo i costoni basaltici attorno al paese.