Rubrica: “La Sardegna dei Comuni” – Curcuris

Ogni settimana raccontiamo la storia di un paese della Sardegna per far conoscere le sue particolarità, la sua storia, le sue bellezze e la sua comunità

di Antonio Tore

Curcuris è un comune di circa 300 abitanti della provincia di Oristano, nella antica regione della Marmilla. Confina con Simala, Ales, Gonnosnò, Pompu e Morgongiori.

Il toponimo corrisponderebbe al nome di pianta curcuri, cruccúri(u), carcuri, craccuri «saracchio», graminacea con cui si legano le viti, si confezionano le stuoie e si impagliano le sedie. Il villaggio, quindi, ha derivato il suo nome dalla particolare presenza, in origine, della pianta di saracchio nel sito in cui esso è sorto.

L’area fu abitata in epoca nuragica e romana, mentre il centro attuale sorse in epoca medievale. Appartenne al Giudicato di Arborea e fece parte della curatoria di Parte Usellus. Alla caduta del giudicato entrò a far parte del Marchesato di Oristano. Nel 1478, con la sconfitta del marchesato ad opera degli aragonesi, divenne un feudo in possesso dei  Carroz, conti di Quirra. Nel 1511 passò per via ereditaria ai Centelles, marchesi di Quirra, che nel 1603 lo incorporarono nel marchesato di Quirra. La signoria passò poi successivamente ai Borgia, ai Català e infine agli Osorio, a cui fu riscattato nel 1839 con la soppressione del sistema feudale.

Nel 1927, per regio Decreto, divenne frazione di Ales, per poi recuperare la propria autonomia nel 1979.

Il territorio è composto da una serie di colline che verso Nord si presentano ricoperte da boschi e macchia, le restanti, invece, sono brulle, destinate alle colture cerealicole o al pascolo.

Il territorio è attraversato dal rio Sa Murta, nel quale confluiscono altri corsi d’acqua minori, il fondovalle è variamente coltivato e lungo il corso d’acqua prospera la vegetazione arborea.

Una descrizione di Curcuris risale  agli scritti di Vittorio  Angius (1797-1862), un sacerdote scrittore, storico e politico, il quale collaborò con Goffredo Casalis alla stesura del “Dizionario geografico-storico-statistico-commerciale degli stati di S.M. il Re di Sardegna”.

“Villaggio della Sardegna nel distretto di Ales della prov. di Busàchi. Era nell’antico dipartimento d’Usellus, del giudicato d’Arborea. Giace un miglio da Ales tra due colline, una, che dicono Corongiu al libeccio, dalle cui sommità è un vasto orizzonte; l’altra, su bruncu de s. Maria a tramontana, e sta esposta a levante; perché vi si patisce una dannosa umidità. Nel resto il clima non è da dirsi molto temperato, siccome quello, in cui quanto suol essere cocente il calore, tanto sentesi penetrante il freddo, l’inverno non è senza neve, l’estate senza grandine, le stagioni temperate senza nebbie, il terreno desideroso d’umori. L’aria è insalubre quando è tempo che sviluppisi molta copia di miasmi. Nel 1834 vi abitavano anime 270 in famiglie 77. Solevano nascere 6, morire altri e tanti; farsi matrimoni 2. I corpi più robusti durano all’anno sessantesimo Tra le frequenti e micidiali malattie sono dolori laterali, infiammazione degli organi dell’apparato digerente, e febbri periodiche. Il cimiterio è contiguo alla chiesa parrocchiale. Quasi da tutti gli uomini si da opera alla cultura de’ campi; dalle donne a provveder la famiglia di panni, lani e lini, de’ quali esse lavorano in telai 30. Vi è costituita una scuola primaria, nella quale concorrono pochi fanciulli. La curia è in Ales.  È questo popoletto nella giurisdizione del vescovo d’Ales, la chiesa principale, che è assai povera, è sotto la invocazione di s. Sebastiano. La cura delle anime commessa a un vicario. L’altra chiesetta, che abbiasi, è denominata da santa Maria, dove per la N. D. nella commemorazione di sua assunzione festeggiasi con grande solennità. La campagna conoscesi molto idonea a’ cereali. Se le danno a semenza starelli di grano 300; d’orzo 80; di fave 50; di legumi 40; e nel comune non si è solito avere più dell’ottuplo per poca diligenza e difetto d’arte: il lino può produrre 4000 manipoli. Sono coltivati alcuni orti e un mediocre vigneto; ed essendo il clima, fausto alle viti, ottengonsi ottimi vini, e in copia, di cui però a niuno si fa parte. La coltivazione degli alberi fruttiferi non è trascurata: niente di meno le specie né sono molte, né molto varie. I chiusi occupano la terza parte del terreno coltivabile, che si può computare a una capacità di stare 300, dove o si semina, o lasciasi a pastura il bestiame domito. In quest’arte resta compreso Montijeddu vestito di lentischi, tra quali macchie sorgono frequenti quercie e soveri. Le specie del bestiame sono ristrette alle pecore, alle vacche e ai buoi, ed ai cavalli, majali e giumenti; e ciascuna ha cosi pochi capi, che la somma non ti sorgerà sopra i 2000. Le lane e il formaggio si consumano nello stesso luogo. Delle specie selvatiche non hannosi che le sole minute; delle volatili sono in grandissimo numero i passerotti, i merli, i tordi, e frequenti le tortore, le pernici e le anitre. Scorre per questo territorio il fiume, che dicono Narbeddu, il quale provenendo dalla Giara ingrossa in quel di Figu per le acque di Pau e Banari, e prende in questo nuovi incrementi per lo riozzolo (Flumineddu) che esiste dalla riunione di due rivoli, uno dalla montagna di Ales, l’altro dai salti di Morgongiòri. Le sponde sono amene per li pioppi, che belli s’innalzano, e per li canneti assai densi: il guadarlo dopo i temporali, o in tempi piovosi è cosa piena di pericolo, ondechè spesso gl’imprudenti, che ne tentano il guado, sieno rapiti nella corrente. Talvolta cresce in tanto dai torrenti, che soverchiate le sponde, diffondesi a coprire parte e di queste e delle vicine terre dell’antico e deserto villaggio di Giàmussi, comprese di presente nella circoscrizione di Simala. Contiensi questo comune nella signoria di Parte-Usellus, di cui gode il marchese di Quirra, uomo straniero. Quale sia la condizione di questi terrazzani, la impara da ciò che nel proposito fu scritto nell’articolo Ales”.

Il 20 gennaio a Curcuris, così come in molte altre località italiane, si svolge la festa di San Sebastiano che, secondo s. Ambrogio, nacque a Milano e venne educato secondo la fede cristiana.
Si trasferì a Roma nel 270 e, verso il 283, intraprese la carriera militare e divenne tribuno della prima coorte della guardia imperiale sotto gli imperatori Massimiano e Diocleziano, che non sospettavano ch’egli fosse cristiano. Grazie alla sua carica, aiutò i cristiani incarcerati e curò la sepoltura dei martiri. Per questo motivo fu proclamato da papa San Caio “difensore della Chiesa” e proprio quando, stava seppellendo i santi martiri Claudio, Castorio, Sinforiano, Nicostrato venne arrestato e condotto da Diocleziano, il quale lo condannò ad sagittas (essere giustiziato con lancio di frecce).

Secondo la Passione, venne legato ad un albero e fu trafitto da così tante frecce da sembrare un riccio; creduto morto venne abbandonato. La nobile Irene, vedova di San Castulo, nel tentativo di recuperare il corpo per la sepoltura si accorse che il tribuno non era morto, lo curò e miracolosamente riuscì a guarire. In seguito proclamò la sua fede davanti a Diocleziano che ordinò, questa volta, la flagellazione sino alla morte; l’esecuzione avvenne nel 304 e il corpo fu gettato nella Cloaca Massima, affinché i cristiani non potessero recuperarlo.  Il martire apparve in sogno alla matrona Lucina e le indicò il luogo dove trovare il suo corpo e le ordinò di seppellirlo nelle Catacombe della Via Appia, che oggi portano il suo nome.

La celebrazione del santo patrono si svolge, a Curcuris, secondo un rito antico e particolare: la statua del santo viene legata ad un albero nei cui rami sono state appese delle arance. L’albero verrà scosso ripetutamente dai giovani del paese nel tentativo di far cadere il maggior numero possibile di frutti e dal risultato di questi “assalti” si ricaveranno gli auspici per il raccolto. Nella serata verrà acceso un falò, attorno al quale si danzerà.