Rubrica: “La Sardegna dei Comuni” – Gonnostramatza

Ogni settimana raccontiamo la storia di un paese della Sardegna per far conoscere le sue particolarità, la sua storia, le sue bellezze e la sua comunità

di Antonio Tore

Gonnostramatza è un comune della provincia di Oristano e conta oltre 800 abitanti. Confina con Gonnoscodina, Collinas, Siddi e Masullas.

Il nome Gonnos (paese) Tramatza (tamerice), viene dalla ampia presenza della pianta nei dintorni del paese. Per altri il significato è da ricercarsi nel vocabolario greco, dove il termine “GHENOS”,  ci conduce ad alcuni  significati, quali le parole: origine, stirpe, nascita, famiglia, quindi il termine sarebbe stato ripreso direttamente dal greco, e solo in seguito, cioè alcuni secoli fa, al termine “GONOS” sarebbe stata aggiunta la seconda “ENNE”, formando cosi la parola “Gonnos”.

Gonnostramatza è un piccolo centro agricolo della Marmilla situato in una valle ricca di vigneti, oliveti e mandorli. Il paese è attraversato dal Rio Mannu che la divide in due rioni: “su xiau mannu” (il grande rione) e “su xiadeddu” (il piccolo rione). Il passaggio da un rione all’altro è reso possibile da tre ponti. Il territorio comunale ora comprende anche il distrutto borgo di “Serzela”.

Gonnostramatza ha origini nuragiche come testimoniano gli insediamenti presenti e la scoperta di reperti di notevole interesse archeologico, come il collier della tomba eneolitica di “Bingia e Monti”, il più antico monile d’oro ritrovato in Sardegna.

La tomba preistorica di Bingia e Monti, famosa soprattutto per i ritrovamenti effettuati al suo interno si colloca a metà tra ipogeismo e megalitismo. Si compone infatti di un vano scavato nella roccia e di una camera antistante costruita con quattro grossi blocchi angolari e pietre più piccole ai lati. Secondo gli studiosi, si tratta di una tomba collettiva utilizzata per un periodo di tempo molto lungo tra la fine dell’Età del Rame e il Bronzo Antico.

Nell’area sono stati rinvenuti anche i resti di un insediamento attribuibile alla Cultura di Monte Claro (metà III millennio a.C.), Nello strato più antico, poi, sono stati rinvenuti i resti ossei di vari individui e oggetti di corredo della cultura del Vaso Campaniforme (seconda metà del III millennio a.C.).  Oltre ad un ossario erano state ritrovate tre sepolture primarie, con scheletri completi e numerosi oggetti di corredo che oltre ai tipici vasi in ceramica della cultura campaniforme, tra cui bicchieri e tripodi, comprendevano anche ornamenti e gioielli.

Oltre il già citato collier d’oro, furono rinvenute anche collane in osso e bracciali da arciere, nonchè armi come pugnali in rame e punte di freccia.

Ad un periodo successivo appartengono i numerosi resti ossei sconnessi che al momento dello scavo si trovavano sopra il primo crollo. Nell’ultimo periodo di uso della tomba, corrispondente al Bronzo Antico e alla Cultura di Bonannaro (fine III-inizi II millennio a.C.) il monumento fu parzialmente risistemato e tra i blocchi furono deposti circa 50 crani di individui adulti coi loro corredi, che hanno permesso di datare quest’ultima fase. Gli oggetti rinvenuti nella tomba si trovano ora conservati al Museo Nazionale di Cagliari.

Dall’XI secolo divenne sede di capoluogo della Parte Montis, nel Giudicato di Arborea. Nel 1388, Eleonora d’Arborea scelse Gonnostramatza come sede per la stipula del trattato di pace con Pietro IV d’Aragona con l’intervento dei rappresentati di tutti i borghi del circondario.

Il nuovo Museo Multimediale Turcus e Morus, a Gonnostramatza, racconta un millennio di incursioni barbare in Sardegna. La spinta decisiva alla sua creazione è dovuta alla lapide, conservata nella chiesa campestre di “San Paolo” risalente al XIII secolo, recante la scritta:”EI 5 de arbili 1515 esti istada isfata sa vila de uras de manu de turcus e morus e fudi capitanu del morus barbarossa“, tragica testimonianza della distruzione di Uras da parte dei barbari capitanati dal Barbarossa.

Il Museo racconta quegli avvenimenti e quelle paure, quegli odi antichi fra cristiani e mori e quei pregiudizi, per la verità non del tutto scomparsi. Kaireddin il terribile pirata detto anche il Barbarossa, Andrea Doria, Solimano il Magnifico, le torri costiere, i villaggi scomparsi, gli avvenimenti raccontati direttamente dai personaggi del tempo che prendono vita, che raccontano di quell’antica tragica guerra, e riempiono la splendida sala del restaurato Monte Granatico del paese, accogliendo i visitatori in un percorso a ritroso nel tempo.

Piccoli gioielli sono la piccola chiesetta di Sant’Antonio e quella principale di  San Michele Arcangelo. Quest’ultima ospita il retablo dell’Annunziata, proveniente dalla chiesa di San Paolo a Sèrzela, opera di Lorenzo Cavaro, capostipite della famiglia di pittori cagliaritani che diede vita, nel XVI secolo, alla Scuola di Stampace.  La grande tavola d’altare si compone di tre parti superiori verticali e di due orizzontali, divise in vari settori ciascuna. Sono rappresentate scene della vita di Cristo, della Madonna, arcangeli e santi

La chiesa di San Michele venne edificata sulle preesistenze di un’altra chiesa, in stile Gotico-Aragonese intitolata anch’essa a Santu Miali, della quale mantenne l’abside con la sua tipica volta a crociera e parte della Sacrestia. Nell’archivio parrocchiale erano conservati gli atti notarili nei quali si dice che «La Chiesa parrocchiale fu edificata tra la seconda metà del secolo XVII e la prima metà del XVIII, come risulta dai diversi contratti in lingua spagnola stipulati dal Rettore Giovanni Garau, Parroco di quell’epoca con diversi muratori di Cagliari».

La chiesa rurale di San Paolo è l’antica parrocchia dello scomparso villaggio di Serzela che si trova a mezz’ora da Gonnostramatza, circa due chilometri, sulla sponda sinistra del rio Flumini Mannu (Rio Mogoro). Le statue esposte nella chiesa erano quelle di Sant’Antioco, San Pietro, San Paolo, San Lucifero, S. Antonio di Padova, Santa Lucia, San Sebastiano e Sant’Elena.

Per la valorizzazione dei siti archeologici, Gonnostramatza fa parte con 19 Comuni e della Marmilla, del consorzio sa Corona Arrubia.

 

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