Rubrica: “La Sardegna dei Comuni” – Narbolia

Ogni settimana raccontiamo la storia di un paese della Sardegna per far conoscere le sue particolarità, la sua storia, le sue bellezze e la sua comunità

di Antonio Tore

Narbolia è un comune della provincia di Oristano, conta circa 1.700 abitanti e confina con San Vero Milis, Seneghe, Riola sardo e Cuglieri.

Il territorio comunale raggiunge la massima altitudine di 475 metri presso il Monte Rassu, nella vetta rocciosa chiamata “Sa Rocca Manna”, luogo in cui si trovano due crateri molto simili fra loro, dei quali il più a sud appartiene al territorio di Narbolia, quello di pochi metri più a nord a Seneghe. Ciò indica l’antica presenza di una zona vulcanica.

Monte Rassu fa parte del settore sud-occidentale del Montiferru e costituisce un’unica e ripida dorsale con Monte Mesu ‘e Roccas (nel territorio di Seneghe). Altre colline sono Monte Arru (260 m), Cuccuru ‘e Forru (190), Monte Entu (180 m), Monte Zeppara (170 m), Monte Curreu (150 m), Monte Agos (130 m) e Curruru ‘e S’arimita (100 m).

Il territorio di Narbolia è frequentato dall’uomo sin dal periodo prenuragico e nuragico testimoniato  dal ritrovamento di una statuina femminile di “dea madre” in stile volumetrico rinvenuta in località Su Anzu, e in seguito nelle fasi successive del Neolitico recente, come attestano i siti di Funtana e Figu e le Domus de janas documentate in località Campu Darè.

Di grande interesse è la struttura denominata Sa Muralla, nel centro storico del paese; si tratta di un grande nuraghe di tipo complesso riadattato e riutilizzato nei periodi successivi sino al medioevo.

Le testimonianze funerarie della civiltà nuragica sono documentate da una vera e propria necropoli costituita da un raggruppamento di tombe dei giganti che non ha eguali in tutta l’isola. Si tratta delle 7 tombe dei giganti ubicate a breve distanza l’una dall’altra tra le località citate di Campu Darè, Funtana e Pira e Caratzu, edificate in un’area già interessata dalla presenza di strutture funerarie sin dal Neolitico recente.

Merita di essere citata anche la scultura in calcare a forma di testa umana recuperata da un pozzo in località Banatou. La testa, sebbene danneggiata, presenta caratteristiche che suggeriscono confronti con le note statue di arcieri e pugilatori di Monte Prama (Cabras).

Grande rilevanza hanno gli insediamenti che si sviluppano in età romana, tra questi alcuni insediamenti produttivi tipo villa urbano – rustica, con ambienti di pregio muniti di terme, come nei siti di Su Anzu e Sant’Andrea di Pischinappiu. In quest’ultimo caso le strutture termali sono state trasformate in chiesa cristiana in età altomedievale.

In periodo medievale la villa di Narbolia fece parte del giudicato di Arborea e fu inserita nella curatoria di Parte Milis. La villa, fortificata, ebbe una notevole importanza in epoca giudicale, e andò poi via via decadendo.

Durante il medioevo il centro, denominato Nurabulia, crebbe di importanza e nei suoi pressi si svilupparono anche i villaggi di Tune (presso il nuraghe Tunis) e di Mura, di cui sono osservabili i ruderi della chiesa dedicata a S. Andrea, nota come Sant’Andria de Mura.

Alla caduta del giudicato entrò a far parte del marchesato di Oristano e successivamente, alla definitiva sconfitta degli arborensi entrò a far parte del Regno di Sardegna aragonese.

Sotto gli aragonesi divenne un feudo regio, incorporato nel XVIII secolo nel marchesato d’Arcais, feudo dei Flores Nurra.

Data la vicinanza con il mare, il paese subì molti attacchi da parte dei  corsari: particolarmente feroce fu quello del 1623, quando gli abitanti, già ridotti in catene, vennero liberati da dei seneghesi guidati dalla chiesa d’origine. Tutto ciò avvenne nelle vicinanze dell’attuale cimitero del paese. Inoltre, alcuni toponimi come Trippus e Conca de Moru corrispondenti a zone tra il comune e la costa, ricorderebbero rispettivamente “Tripoli” e “testa di moro” e sarebbero i luoghi dove avvennero le più importanti battaglie contro gli invasori.

Il nome Narbolia deriverebbe dalla presenza nel territorio della malva arborea chiamata, in sardo, narbonia, con la pronuncia del gruppo ni come i o come li. Un’altra teoria fa derivare il toponimo da Nurapolis, ossia città dei nuraghi. Nel testo del Casalis  è citato Nurapolia e non Nurapolis”, per via, appunto, dei numerosi nuraghi tra i quali il Tradori, lo Zoddias, la “Zufais” Araganzola (quadrilobato), il Cresia, il Terra Craccus, nonché, nel territorio del comune di Milis, il nuraghe Tunis famoso per il ritrovamento al suo interno di monete e terrecotte romane.

L’area è ricca di torrenti dalle acque cristalline, che scendono verso sud e vanno ad alimentare il Rio Cunzau che nasce come Riu Mast’Impera dai monti di Seneghe, ed è alimentato dalle grosse sorgenti di Nuraghe Scala, Connau Piscamu e Mundighis.La parte iniziale del bacino è molto bella, con strette vallate ricoperte da fitti boschi e da una serie di poderosi nuraghi.

A Narbolia, così come negli altri paesi della zona, è ancora viva la tradizione di fare regolarmente il pane al forno casalingo.

Numerose sono le forme e i tipi di pane soprattutto con quello fatto di semola.  Is tureddus che sono fatti con pezzi di pasta aperta in due o tre parti con il coltello ai quali venivano date delle sforbiciate al centro e alle estremità per favorire la cottura del pane e renderlo più croccante (Is coccois).
Altre forme sono le coroncine usate per i bambini al momento della prima dentizione. Su pani pintau è il pane delle grandi occasioni, mentre Is brufullettis sono costituiti da pezzi di pasta piegati e tagliati nella parte superiore e Su crivazu viene preparato con la farina ordinaria, separata dalla semola (sa farranetta).

I dolci sono prodotti a seconda della stagione. Così, ad esempio, per Carnevale si usa fare le zippole, per Ognissanti si fanno i papassini e le ziddias, dolci fatti col mosto cotto, mentre per Natale si prepara su pai cun ozzu (pane con l’anice e lo strutto).
Per il primo dell’anno si faceva su trigu cottu, grano cotto nella saba e per Pasqua, su coccoi cun ou e is padruas.
E infine i gueffus, amarettus, mustazzous, pirichittus, pipia de tzuccuru, che si potevano fare e mangiare in qualsiasi occasione, come per i battesimi o le cresime o le feste patronali, is agabbamentu de coia (fidanzamenti ufficiali), i matrimoni, Natale, Pasqua e come regalo gradito sempre da tutti.