Una Piccola Storia: Cagliari, ecco la sua preistoria e  storia antica 

Il nome “Karalis”  forse  fu attribuito al borgo dai suoi primi frequentatori Fenici, ha il  significato di “città di Dio da  “Qart“=città e “El”=Dio, vanterebbe così la stessa nobile semantica di Cartagine (Qart-Adasht=Città nuova) di cui probabilmente fu coeva

 di Sergio Atzeni

Cagliari, nel suo lungo cammino è stata la città egemone della Sardegna e, per la sua posizione  geografica, ha costituito la soglia d’ingresso nell’isola aprendosi ai commerci e favorendo la pur asfittica economia locale.

Il grande golfo che racchiude  oggi come allora la città, è stato testimone di numerosi avvenimenti, positivi e negativi, che hanno forgiato i suoi abitanti abituandoli ai buoni eventi e, soprattutto, a quelli cattivi, plasmandone il carattere rendendolo “chiuso”, quasi a testimoniare la diffidenza verso il mare e verso l’esterno in generale, sentimento comune anche agli altri abitanti dell’isola.

La città, che affonda le radici nel X secolo a. C., dal primo scalo improvvisato fenicio, si trasformò in vera città prima con  i cartaginesi poi con i romani che costruirono porto, quartieri plebei e residenziali, anfiteatro, teatro, necropoli e, probabilmente, acropoli.

Il nome “Karalis”  che secondo alcuni studiosi  fu attribuito al borgo dai suoi primi frequentatori semiti, ha il  significato di “città di Dio da  “Qart“=città e “El”=Dio, vanterebbe così la stessa nobile semantica di Cartagine (Qart-Adasht=Città nuova) di cui probabilmente fu coeva.

Fu chiamata anche Karales o Carales alla latina, con attribuzione del plurale di cui anche grandi città greche si sono fregiate, segno palese di un centro metropolitano formato da vari nuclei distinti.

La dislocazione geografica del sito e la sua felice posizione a sud della più grande e più fertile pianura sarda, contribuirono a fare di Cagliari un centro mercantile la cui importanza crebbe col tempo, ma suscitò anche le mire di quei popoli che volevano controllare l’isola e che non potevano prescindere dal possederne il cuore pulsante.

Testimonianze remote che ci portano al neolitico sono emerse in vari siti oggi completamente urbanizzati.

Reperti neolitici risalenti al 6000/8000 a.C. sono stati ritrovati nella collina di S. Elia e di S. Bartolomeo, nel promontorio della Sella del Diavolo e nella grotta dei Colombi.

Quegli antichi abitanti amavano stare vicino al mare dal quale traevano il necessario per la loro semplice vita, costruivano delle ceramiche grezze e usavano armi litiche (di pietra)  e d’osso, praticavano la pesca marina e lagunare non disdegnando la caccia che doveva essere abbondante in quell’ambiente allora intensamente boscoso.

Le lagune, sono sempre state per Cagliari il tratto distintivo,  residuo di mutamenti quaternari, hanno contribuito a rendere l’ambiente ameno e a favorire i primi  insediamenti umani che si insediarono in luoghi facilmente difendibili.

Gli stagni, come vengono chiamate le lagune dai locali, hanno sempre caratterizzato l’ambiente cagliaritano e sono sempre stati la calamita naturale che attirò le genti.

Sulle loro sponde si stanziarono popoli del neolitico medio creando, circa 4000 anni fa, villaggi i cui abitanti erano dediti alla pesca come testimoniano le stazioni all’aperto di San Gemiliano a Sestu e Su Coddu a Selargius.

La collina di Monte Claro, ora nel pieno centro urbano della città, ci ha restituito reperti ascrivibili all’età calcolitica (del rame 2000 a.C.) che gli studiosi hanno compreso in una cultura che da quel sito prende il nome.

Le tombe scoperte ci hanno rivelato la religiosità di quelle genti volte al raggiungimento della vita ultraterrena, segno di una evoluzione del pensiero che contraddistingue popoli intellettualmente dinamici.

I vasi ritrovati mostrano nella loro fattura la modernità acquisita caratterizzata da impressioni lineari.

La cultura di Monte Claro fu essenzialmente di pianura, quel popolo disdegnò le zone più elevate dell’isola dedicandosi  all’agricoltura e circondando i propri villaggi di robuste mura per difendersi da non identificati nemici che dall’esterno minacciavano la loro integrità.

Del periodo nuragico, Cagliari non serba nulla e non per mancanza di frequentazioni, ma per le distruzioni e i riutilizzi che il susseguirsi degli stanziamenti antropici hanno causato: è impensabile che il luogo dove abbondano le colline e gli specchi d’acqua non sia stato colonizzato da quel popolo che ci ha lasciato dei segni inconfutabili della sua presenza in siti non lontani e tutti nel golfo o nelle sue vicinanze.

Il nuraghe ora cementato per adattamenti bellici nella località de “Is Mortorius”, i nuraghi in territorio di Sarroch, la tomba dei giganti de “sa Domu e S’Orku” oltre il nuraghe complesso di Nanni Arrù in territorio di Quartucciu, il pozzo sacro di Cuccuru Nuraxi a Settimo San Pietro, sono testimonianze che dimostrano la presenza nuragica e che solo le distruzioni tipiche dei centri antropizzati hanno cancellato dal sito cagliaritano.

Il primo scalo fenicio, forse improvvisato, fu scelto sulle sponde della laguna di Santa Gilla che allora, (X – IX sec. a.C.) era navigabile e facilmente difendibile  e diventò pian piano un approdo stabile che nei secoli si rese autonomo diventando un centro urbano con i servizi essenziali per assolvere il compito di rifornimento e scambio di mercanzie.

Con l’arrivo dei cartaginesi nel 509 a.C. l’insediamento assunse le caratteristiche di vera città dipendente da Cartagine con funzionari punici che amministravano le finanze e la giustizia.

Dopo un primo antagonismo con Nora, Karalis ebbe il sopravvento diventando il centro politico più importante di tutta la Sardegna punica.

Il Governo e le istituzioni ebbero la residenza nella città e la progressiva immigrazione di soldati funzionari, deportati, contribuirono alla semitizzazione del centro che non tardò ad adottare lingua e tradizioni puniche.

Una sorta di diversificazione in confronto al resto dell’isola che fece di Karalis o karales un porto aperto alle nuove tecniche, ai nuovi pensieri che le diedero un’impronta composita.

Con l’arrivo dei romani nel 238 a.C., la città si trasformò ulteriormente diventando un vero centro urbano con servizi pubblici, foro, acquedotti, terme; la vocazione di pianura tipica del periodo punico, fu lentamente abbandonata, con la costruzione di abitazioni nei dolci pendii che coronano ancora oggi la città.

Vero centro quindi è “capitale” dell’isola che ebbe la fortuna di parteggiare per Cesare e ricevere come premio l’onore di salire al rango di “Municipium” con la conseguente cittadinanza romana per i suoi abitanti.

Tutto intorno il popolo isolano tentava la rivolta, mentre la città velocemente latinizzata, mostrava la sua capacità di assimilare le nuove culture facendole sue e fondendole con le vecchie tradizioni per crearne una nuova.

Questa è stata e, forse lo è ancora, la forza di questa città che plasma e modella a suo favore tutto ciò che sembra minacciarla.

Il latifondo romano, la eccessiva fiscalità,  portarono ulteriore ricchezza alla città che diventava sempre più commerciale lucrando, forse, sulle sventure altrui, crescendo con l’immigrazione di masse di diseredati che cercavano una vita migliore ma che finivano nella più classica emarginazione, preda di ricchi e potenti che li sfruttavano in tutti i modi.