Film: Il parassita

di Annalisa Pirastu

La cosa più difficile per noi italiani sarà tenere d’occhio questo regista a causa del nome poco memorizzabile. Ma perché in Corea hanno questi nomi frammentati non si capisce.

Comunque il regista Bong Joon Ho, riporta il suo lavoro al suo paese natale, la Corea, srotolando per noi un racconto moderno dai toni ruvidamente neri.

La famiglia Park, presentata nell’appartamento al livello del terreno nel vicolo sovraffollato in cui vive, non se la passa per niente bene. A loro viene contrapposta la famiglia Kim che assomiglia a tutti gli opulenti del mondo in qualunque latitudine. Le due famiglie vengono accoppiate dal destino e da uno scaltro Kim woo il figlio della misera famiglia Park, che sa cogliere un’opportunità d’oro a cui il destino bizzarro lo chiama.

In una favorevole reazione a catena la famiglia Park si installa dai Kim fornendo loro i servizi di tutoraggio nella persona del figlio, primo artefice dell’inganno, che tira dentro la sorella come art terapista, la quale crea la possibilità che il padre diventi autista della famiglia sino a chiudere il cerchio con la moglie chiamata a sostituire definitivamente la domestica. Tutto sembra andare per il meglio mentre noi teniamo il fiato sospeso tra una sindrome di Stendhal e un’etica che ci vorrebbe critici di un tale inganno.

Ma ogni casa ha un segreto e la villa con giardino dei Kim non è da meno. Sarà un lotta non tra titani ma tra topi, quella che si svolgerà tra il sotterraneo e il giardino e che porterà a un finale sconvolgente.

Ma Bong Joon Ho è buono con noi umani, troppo vessati dalla realtà di ogni giorno e, nel finale si impietosisce, lanciandoci una corda per immaginare un esito diverso.

Consiglio di vederlo in lingua originale con i sottotitoli. Solo così i colpi di scena della storia, sottolineati da toni improvvisi e martellanti, possono tirarci dentro il film, dimenticando di essere in sala.
Il titolo? Andate a vedere il film.