Rubrica: ”Una strada, un personaggio, una Storia” – Cagliari, via Guido Reni

Ogni settimana parleremo di una strada raccontando la storia del personaggio a cui è dedicata. Si potranno scoprire così le persone, molte volte sconosciute, legate alla storia della Sardegna o Italiana tramite la loro biografia.

di Annalisa Pirastu

Via Guido Reni si trova nella zona di San Benedetto vicino a piazza Michelangelo.

Guido Reni nacque a Bologna il 4 novembre 1575. Nel 1584 entrò nell’avviata bottega bolognese del pittore fiammingo Deniis Calvaert studiando in particolare le incisioni del Durer e di Raffaello.
Nel 1594 entrò all’Accademia degli Incamminati, dove approfondì la pittura ad olio, l’incisione a bulino e copiò a più riprese singole parti dell’Estasi di Santa Cecilia.
Nel 1598, già pittore indipendente, dipinse la Incoronazione della Vergine e quattro santi, oggi nella Pinacoteca di Bologna e vinse la gara per la decorazione della facciata del palazzo municipale di Bologna. Sono contemporanee le tele della Madonna col Bambino, san Domenico e i Misteri del Rosario e due affreschi in palazzo Zani a Bologna. Nel 1599 entrò nel Consiglio della Congregazione dei pittori di Bologna.
Nel 1601 era a Roma, dove dipinse per il cardinale Sfondrato il Martirio di santa Cecilia in Trastevere oltre all’Incoronazione dei santi Cecilia e Valeriano e una copia del dipinto di Raffaello, l’Estasi di Santa Cecilia con quattro santi.

Nel 1605 completò La crocefissione di san Pietro, ora nella Pinacoteca Vaticana, commissionatagli dal cardinale Pietro Aldobrandini derivato dalla tela caravaggesca della basilica di S.Maria del Popolo, per danneggiare il Caravaggio nei favori dei committenti. Ne riprodusse in parte i contrasti di luce ma tolse il dramma: la sua crocefissione è un tranquillo lavoro di artigiani, che rovesciano un santo rassegnato sulla croce e lo legano e l’inchiodano con gesti lenti e metodici.
La sua fama è così consolidata che nel 1608 papa Pio V gli affidò la decorazione di due sale dei Palazzi Vaticani, e il cardinale Borgherini gli affreschi di San Gregorio al Celio. L’anno dopo iniziò la decorazione della cappella dell’Annunciata nel palazzo del Quirinale.

Nel 1609 ricevette il primo acconto per gli affreschi della cappella Paolina in S. Maria Maggiore che interruppe alla fine del 1610, per contrasti con l’amministrazione papale. La strage degli Innocenti e il Sansone vittorioso furono iniziati a Roma e terminati a Bologna, venti scudi gli erano infatti stati anticipati a Roma.
Se il Sansone è un gigante effeminato che si ristora dopo il massacro, e i morti sembrano dormire nella serenità di una vasta pianura, nell’altra Strage, rappresentata con sei donne, due piccoli morti e due assassini, la tragedia è congelata nella simmetria della composizione raffaellesca. Di questo suo capolavoro assoluto, si ricordarono Poussin, i pittori neoclassici francesi e persino Picasso, che richiamò la tela di Reni in alcune parti di Guernica.

Reni tornò a Roma nel 1612, per terminare gli affreschi di S. Maria Maggiore e il cardinale Borghese gli commissionò, per Palazzo Pallavicini Rospigliosi, il grandioso affresco dell’Aurora,
Tornò a Bologna dove eseguì opere che saranno prototipo di numerose tele seicentesche come l’enorme pala detta Pietà dei Mendicanti, la Crocifissione ora nella Pinacoteca Nazionale e l’Assunzione della Vergine di Genova. Nel 1615 terminò di affrescare la Gloria di San Domenico iniziata due anni prima e interrotta a causa dei viaggi a Roma.
I lavori del Reni, in contemporanea e su grandi formati, sia a Roma che a Bologna, necessitarono la collaborazione di circa 200 colleghi, assistenti e praticanti Tanti furono i giovani pittori che ambirono ad essere suoi allievi, partecipando alla vita delle sue “stanze” oppure passandovi sporadicamente per cogliere qualche spunto. Per questo motivo il Reni riservava ai suoi lavori più importanti ambienti appartati, per evitare plagi da parte di giovani di passaggio e per smorzare invidie tra gli assistenti più stretti.

Nel 1617 fu chiamato a Mantova per eseguire decorazioni nel Palazzo Ducale ma rifiutò per le infermità mortali della pittura a fresco, ma eseguì per il duca quattro tele con le Fatiche di Ercole.
Nel 1622 a Napoli affrescò la cappella del Tesoro di San Gennaro nel Duomo ma non raggiunse l’accordo economico e ripartì per Roma. Reni aveva costantemente estremo bisogno di denaro perché era un larghissimo dissipatore. A ciò si deve probabilmente anche la sua imponente produzione.
La tela napoletana dell’Atalanta e Ippomene figurava nel Seicento nelle collezioni dei Gonzaga a Mantova. Rappresenta la gara fra Ippomene e l’invincibile Atalanta, che perderà la corsa e la verginità per fermarsi a raccogliere le mele d’oro lasciate cadere da Ippomene.

Reni ritornò ancora a Roma nel 1627 per eseguire gli affreschi, commissionatigli dal cardinale Barberini, delle Storie di Attila in S. Pietro. Impose che nessuno salisse sulle impalcature e tuttavia non iniziò nemmeno e ripartì bruscamente per Bologna, per l’ostilità di alcuni cardinali.
Durante la permanenza a Roma ricevette la commissione del Ratto d’Elena dallambasciatore spagnolo, ma non si accordò sul compenso e fu venduto in Francia. Dopo la peste del 1630, il Senato bolognese gli commissionò la pala votiva della Madonna col Bambino e santi.

Eseguì su seta, per il cardinale Sant’Onofrio, fratello del papa Urbano VIII, il San Michele arcangelo, celebrato come esempio di bellezza ideale,
Fanno parte della produzione ultima le Adorazioni dei pastori di Napoli e di Londra, i San Sebastiano di Londra e di Bologna, la Flagellazione di Cristo di Bologna, Il suicidio di Cleopatra e La fanciulla con corona, entrambe nella Pinacoteca Capitolina e il San Pietro piangente in collezione privata, Sono opere che il Malvasia definì incompiute perchè eseguite a pennellate veloci e sommarie. La critica, dal Novecento riconobbe invece in esse la consapevole scelta estetica e stilistica.

A causa dei debiti, il pittore fu costretto negli ultimi anni a lavorare mezze figure e teste e senza il letto sotto, a finire inconsideratamente le storie e le tavole più riguardevoli, a prender denaro a cambio da tutti, a non ricusare prestiti dagli amici, a vendere le sue opere a chiunque a vendere le sue giornate a un tanto l’ora.

Sembra che soffrisse di depressione che, se accoppiata al suo spendere senza limiti, potrebbe indicare una diagnosi di bipolarismo.
Fu esaltato dai contemporanei per l’armonia raggiunta nel coniugare il classicismo raffaellesco alle esigenze di verità poste da Caravaggio e depurate dagli eccessi, in nome del decoro e della ricerca del bello ideale. Lo si vede soprattutto nei disegni preparatori di grandi dimensioni dove ogni particolare è reso con assoluta precisione.

La poetica classicista fu dominante nel Reni e pur identificando il suo ideale di bellezza con le immagini della mitologia classica, dovette mediare tale ideale con la realtà storica, politica e religiosa della Controriforma. Fra il suo ideale di bellezza e il suo sentimento religioso assestato in una quieta pietà, egli non sentì forse mai un vero contrasto.

Il 6 agosto 1642 fu colto da febbri che lo portarono a morte il 18 agosto a Bologna.