Rubrica: “La Sardegna dei Comuni” – Paulilatino

Ogni settimana raccontiamo la storia di un paese della Sardegna per far conoscere le sue particolarità, la sua storia, le sue bellezze e la sua comunità

di Antonio Tore

Paulilàtino è un comune della provincia di Oristano di circa 2.000 abitanti e confina con Abbasanta, Ghilarza, Bonarcado, Bauladu, Villanova Truschedu, Fordongianus, Santu Lussurgiu, Zerfaliu e Solarussa.

Il toponimo corrisponde all’appellativo paúli, che deriva dal latino padule(m), cioè palude.  Parecchi villaggi e località della Sardegna si chiamano e si chiamavano in questo modo e in particolare Pauli Arbarèi, Pauli Gerrèi, Paulilatino, Pauli Pirri, Pauli Sizzanos, ecc.  

Il territorio di Paulilatino fu abitato sin dal periodo prenuragico e continuò ad essere frequentato soprattutto nell’età nuragica e anche nel periodo punico e romano, ma è dell’età nuragica che rimangono importanti testimonianze nel territorio di Paulilatino.

Infatti vi sono sparsi più di cento nuraghi, oltre all’importantissimo sito di santa Cristina, che testimoniano l’importanza e la frequentazione del territorio di Paulilatino anche nell’antichità. Durante il periodo romano fu costruito il centro abitato di Paulis Lactea, da cui deriva l’attuale paese.

Nel medioevo Paulilatino fece parte del Giudicato di Arborea e della curatoria del Guilcier. Dopo la caduta del giudicato gli abitanti mantennero un atteggiamento ostile verso gli invasori Aragonesi e si ribellarono quando vollero imporre come signori feudali i De Ligia.

Nel 1417 il villaggio fu incluso nel grande feudo concesso a Giovanni Corbera che nel 1426 fu ceduto al marchese di Oristano. Dopo che il marchesato fu confiscato a Leonardo Alagon), il paese entrò a far parte della contrada dell’Ocier Reale, e fu un feudo regio per tutto il periodo aragonese e spagnolo: gli abitanti chiesero e ottennero di essere amministrati direttamente da funzionari reali e non più da signori feudali.

Agli inizi dell’Ottocento il paese (dopo essere passato insieme all’intera isola sotto la dominazione piemontese dei Savoia) fu oggetto di bonifica della zona paludosa che occupava una parte del suo territorio e nel 1821 fu incluso nella provincia di Oristano. Nel 1838 fu riscattato al demanio e fu  costituito un comune, amministrato da un sindaco e da un consiglio comunale.

Circondato da sugherete, macchia mediterranea, oliveti e vigneti, irrorati da sorgenti, occupa la parte meridionale dell’altopiano basaltico di Abbasanta.

Il complesso di santa Cristina sorge in un parco con ulivi secolari, che prende nome dalla chiesetta campestre dedicata alla santa, risalente all’XI secolo. Il tempio a pozzo, con scale discendenti, abbracciato da un recinto a forma di ‘serratura’, presenta un vestibolo e scala coperti da architravi e una camera con volta a tholos. L’acqua arriva alla vasca da una falda perenne.

Fuori dal recinto ci sono la capanna delle riunioni e una decina di ambienti, forse alloggi di maestri di culto e botteghe del mercato. A 200 metri, si erge il nuraghe Santa Cristina, alto sei metri e largo 13, cui si addossano capanne abitate da età nuragica al Medioevo.

Nella zona, non bisogna perdere anche una visita ai nuraghi Battizzonis, con mastio e bastione a tre torri e Lugherras, costruito tra Bronzo medio e finale, con torre centrale attorniata da un bastione, a sua volta circondato da un antemurale con quattro torri. Vicino si trova una tomba di Giganti con rara stele quadrangolare. In epoca punico-romana sulla sommità del nuraghe fu edificato un tempio per Demetra e Kore. Dagli scavi vennero alla luce varie lucerne votive (lugherras), da cui il nome.

Il sito di Goronna comprende 4 o forse 5 sepolture, due delle quali con “stele centinata”. La tomba maggiore è una delle più grandi conosciute tombe dei giganti dell’intera isola. Si sviluppa in lunghezza per quasi 25 metri ed ha il lato di fondo absidato realizzato con lastre di basalto lavorato. Il corridoio funerario interno è il più lungo finora conosciuto e poteva contenere circa 200 inumazioni.

La stele monolitica della tomba, attualmente spezzata, in origine doveva raggiungere almeno 3,50 metri di altezza. Alla sua base è presente l’apertura che porta al vano sepolcrale ed è situata al centro di un emiciclo composto da pietrefitte, cioè inserite direttamente all’interno del terreno.

Una seconda tomba è situata a nord-est della precedente – di dimensioni assai più contenute – ed è oggi assai malridotta: infatti, la stele è fuori posto e ridotta in pezzi sparsi li intorno.

Le due o, probabilmente, tre sepolture che dovevano completare il complesso sono situate sul pendio settentrionale del tavolato. Purtroppo le costruzioni si trovano in pessime condizioni e risultano nascoste dalla vegetazione arbustiva: la tomba più piccola presenta in parte il vano funerario – di tipo dolmenico, coperto da lastre a piattabanda – mentre quella di maggiori dimensioni conserva alcuni frammenti della lunetta centinata della stele. Le tombe sono databili al Bronzo medio- Bronzo recente. Interessante è anche la tomba di Mura Cuada.

La risorsa principale di Paulilatino è l’allevamento, da cui derivano ottimi prodotti caseari: caciotta, dolce paulese e musinau (tipo di pecorino). I saperi antichi sono legati alla tessitura e al ‘fare’ il pane in casa, di tutti i giorni (su coccoi de tzicchi) e per le feste (su lazzaru).

Le tradizioni locali sono esposte nel palazzo nobiliare Atzori, che ospita il museo etnografico: la vita agropastorale della comunità è rappresentata da antichi arredi e attrezzi da lavoro

Casette basse in basalto nero, con portali ‘aragonesi’ e balconi di ferro battuto, fanno assumere contorni da fiaba al borgo.

La piazza principale è su Pangulieri, ossia banchi del mercato o luogo in cui erano puniti i fuorilegge, dove si erge su Cantaru mannu, grande fontana alimentata dalla sorgente sa Bubulica. Molte altre sorgenti azionavano mulini fino a metà XX secolo.

Al centro sorge la chiesa parrocchiale di san Teodoro del XVI secolo, in forme gotico-aragonesi, con prospetto arricchito da rosone e campanile a cipolla. Altri edifici di culto sono le seicentesche chiese delle Anime e di santa Maria Maddalena, per la quale si celebra la festa più sentita, a fine luglio, la cinquecentesca chiesa cimiteriale di san Sebastiano e Nostra Signora d’Itria, festeggiata il martedì dopo Pentecoste, con processione di abiti tradizionali e canti sacri, is goccius.