Rubrica: “La Sardegna dei Comuni” – Riola Sardo

Ogni settimana raccontiamo la storia di un paese della Sardegna per far conoscere le sue particolarità, la sua storia, le sue bellezze e la sua comunità

di Antonio Tore  

Riola Sardo è un comune della provincia di Oristano di circa 2.000 abitanti e confina con Baratili San Pietro, Nurachi, San Vero Milis, Cabras e Narbolia.

Massimo Pittau fa derivare il toponimo da Arriora che, in lingua latina sarebbe rivora, plurale di rivus. Più precisamente ritiene probabile che Arriora = «rivi» faccia riferimento ai diversi piccoli corsi d’acqua che si versano nello stagno di Cabras.

Il paese fu abitato sin dall’età nuragica, come testimoniano diversi resti archeologici come alcuni nuraghi, tra i quali il nuraghe “Benatzu de sa conca de su moru” che figura nella carta catastale De Candia custodita nell’Archivio di Stato di Cagliari, il nuraghe Civas, il nuraghe Predi Madau.

Vicino al nuraghe Civas sono stati rinvenuti frammenti di ceramiche, tra cui delle anfore a sacco con orlo aggettante all’interno della bocca, appartenenti al III secolo a.C.

Presso la zona chiamata “Is ariscas burdas” sono stati trovati tanti frammenti di ceramica punica e di terracotta figurata e piccole maschere femminili riferibili forse alla stirpe votiva di un piccolo tempio campestre dedicato a Demetra e Kore. Un vasto centro punico è localizzato a Sud del nuraghe Predi Madau, riconoscibili dalle ceramiche rinvenute.

Verso il 450-55 d.C. la Sardegna passò dall’amministrazione romana al dominio dei vandali fino al 533 d.C., quando i Bizantini conquistarono l’isola.

Nel medioevo appartenne al giudicato di Arborea e fece parte della curatoria del Campidano di Oristano. Alla caduta del giudicato entrò a far parte del Marchesato di Oristano e, alla definitiva sconfitta degli arborensi, passò sotto il dominio aragonese, di cui divenne un feudo regio. Nel XVIII secolo venne incorporato nel marchesato d’Arcais, feudo dei Flores Nurra, ai quali venne riscattato dopo la soppressione del sistema feudale.

Nel territorio di RIola esisteva un altro paese, Villamaiore, che andò distrutto ma che aveva una certa importanza in epoca medievale.

Nella periferia est del paese sono visibili i ruderi dell’antica chiesa parrocchiale di Santa Corona, di recente attribuita ai Templari, la cui data di edificazione non è certa, ma è certa l’esistenza nel XII secolo: quindi è stata sicuramente costruita fra il 1100 e il 1200. Il nome originale di questa chiesa è Sancta Corona de Rivora (o d’Errivora).

La dimostrazione della appartenenza ai Templari sarebbe data da diversi elementi. In un antico documento medievale riguardante una donazione viene citato il presbitero della Sancta Corona de Rivora, che nello stesso documento è definito col grado di “capitano”: l’attribuzione dei gradi militari anche ai religiosi, è una peculiarità dei Templari. La presenza di un sacerdote che allo stesso tempo militare è dunque un chiaro indizio.

Inoltre nel documento medievale, la chiesa di Santa Corona viene definita “tempio” e anche questo è un aspetto tipico dei templari. Il nome stesso della chiesa, Sancta Corona, si lega ad un culto che è particolarmente connesso con la Terra Santa. L’attribuzione ai Templari è comprovata anche dai numerosi simboli presenti nelle decorazioni della chiesa. Molti di questi simboli sono oggi visibili fra le vie del paese, in quanto parti della chiesa sono state riutilizzate per decorare le facciate delle case, dopo che la chiesa fu abbandonata e iniziò a crollare.

Un tempo era importante la pesca nel vicino stagno di Mare Foghe, poi bonificato e trasformato attualmente in una sorta di ampio fiume dalle acque quasi immobili, come si nota dal ponte subito a nord dell’abitato. La tradizione della pesca continua visto che il comune ne possiede come specchio acqueo quasi la metà, oltre ad alcuni chilometri del fiume Rio Mare Foghe che apporta le acque dolci dello stagno permettendo ai muggini di crescere in acque meno salmastre.

L’economia agricola si basa sulla coltivazione di frumento, riso, la vite, vitigni monospecifici di Vernaccia dai quali si produce l’omonimo vino Vernaccia, la Nieddera, il Cannonau, e il Vermentino; ortaggi, angurie e meloni famosi per crescere nel Sinis quasi senza l’apporto d’acqua, l’ulivo della qualità semidana, ottima per il particolare tipo di raccolta che si effettua con l’abbacchiatura con le canne.

È importante anche la produzione del pane casereccio fatto con grano duro prodotto in loco, e cotto negli antichi forni a legna. Nel comune di Riola Sardo altra voce economica molto importante è l’attività agrituristica: il paese, infatti, si trova a pochi chilometri dalle più belle spiagge del Sinis, con un territorio ricco di avifauna, soprattutto acquatica, visto che sono presenti nel territorio, oltre allo stagno di Cabras e Riola Sardo, anche diverse paludi perenni e parte dello salina di Sale Porcus, dove stanzia il fenicottero rosa.

Sulla costa nord si possono ammirare le falesie di “Roia de cantoru” e quelle de “Su Cuccuru Mannu”, formatesi nel corso dei millenni grazie all’erosione del mare.

Nel paese di Riola Sardo sono vive alcune leggende che vale la pena di riportare:

Is perdas de sa marchesa

Esistono diverse varianti di questa leggenda. La più conosciuta narra che nel periodo in cui esisteva la città di Tharros, c’era una ricca marchesa che possedeva un vastissimo territorio nei dintorni della città stessa. Questa marchesa seminava tanto grano, ma non era mai contenta di quello che produceva. Un giorno nel periodo in cui gli operai separavano il grano dalla paglia, fece una brutta giornata, tirava poco vento e la marchesa era inquieta. Era molto egoista ed avara, tanto che non dava mai un soldo ai poveri. Quel giorno, ordinò agli operai di lavorare lo stesso, anche se il vento non era propizio per quel lavoro. In quel momento si presentò un poverello per chiedere l’elemosina, ma la marchesa lo cacciò via con brutte maniere. Quel poveretto, che era Gesù, la volle punire e con un miracolo trasformò in colline il mucchio del grano e quello della paglia. La marchesa disperata prese la sua carrozza con i cavalli e scappò via verso Tharros, ma a metà strada fu trasformata in pietra. I cavalli corsero a lungo e Gesù li fermò vicino a Santa Caterina e li trasformò in pietra. Oggi quel mucchio di grano si chiama “monte Trigu” e quello di paglia “monte e Palla” e le pietre in cui fu trasformata la marchesa “Is perdas de sa marchesa”.

La leggenda della vernaccia

Esistono numerose varianti di questa leggenda. Una di queste narra che tanti anni fa era venuta in Sardegna Santa Cristina per predicare la religione cristiana.
Andando di villaggio in villaggio aveva notato che il popolo sardo era molto povero e allora aveva pregato Dio affinchè concedesse ai sardi qualche grazia. Dio le promise che avrebbe fatto crescere una vite che avrebbe prodotto un vino speciale. In quel momento la Santa si commosse e pianse. Nel punto in cui caddero le sue lacrime spuntò la vite che produsse uva bianca dorata, dalla quale si ottenne un vino pregiato e squisito dal sapore amarognolo, dal profumo del fiore di pesco e dal colore dorato, che si chiama ancora oggi vernaccia (in dialetto riolese Sa crannazza).

Le mucche del Sinis

Narra la leggenda che molti anni orsono un povero contadino di Cabras, essendo stanco di patire la fame, si fosse rivolto ad una jana che viveva sulla montagna di Sinis perché lo rendesse ricco.
Commossa dalle preghiere dell’uomo, la magica creatura si era librata in aria, posandosi in cima al nuraghe in cui dimorava. Poi aveva estratto dalla tasca del suo grembiule un pugno di frumento e lo aveva sparso tutt’intorno. Toccando il terreno, i chicchi di frumento si erano trasformati in altrettante vacche nere che, non appena comparse, avevano partorito ognuna un vitellino dello stesso colore. Raggiante di gioia, il contadino aveva ringraziato di cuore la fata ed era tornato a Cabras con l’imponente mandria.
Il poveretto, però, non aveva fatto in tempo a raggiungere la sua abitazione, che già tutte le mucche erano scomparse.
A dire di alcuni era successo che il diavolo le aveva rubate, approfittando del loro pelame nero come la pece che le confondeva con l’oscurità della notte. Secondo altri, invece, le mucche svanivano nel nulla, perché le magie delle janas, diversamente dai miracoli dei santi, sono destinati a non durare troppo a lungo.
Fatto sta che il contadino tornò dalla jana e si lamentò per quello che era successo. Lei allora, tornò di nuovo ad innalzarsi fino alla cima del nuraghe, ripetendo ancora l’incantesimo dei chicchi di frumento. Poi spiegò al contadino quel che avrebbe dovuto fare per impedire alle bestie di svanire un’altra volta. “Ebbene” gli disse “se non vuoi che le vacche spariscano, toccale con la mano, e fa loro sulla schiena un segno di croce”. Poi gli rivelò qual era la sacra preghiera della croce che doveva recitare nel compiere l’operazione. Il contadino obbedì e sul pelame nero di ognuna delle mucche comparve miracolosamente una vistosa croce bianca.
Da allora le vacche fatate non scomparvero più. Anzi, dalle parti di Cabras c’è chi giura che la mandria della jana esiste ancora, perché si era recitata la preghiera della croce e vi si era posto mano, rendendo in questo modo le bestie immortali.