Cagliari: Sant’Efisio, tra storia e leggenda

Si svolge ogni anno a Cagliari, il primo maggio, una  processione dedicata al santo, alla quale assistono migliaia di persone.  E il modo di  sciogliere il voto fatto al santo  dalla municipalità cagliaritana nel 1657 per far cessare una grave epidemia di peste. Sant’Efisio operò quel miracolo da qui la processione promessa che porta la statua nel luogo del suo martirio a Nora.   

di Sergio Atzeni 

Efisio nasce, forse alla metà del III secolo, a Aelia Capitolina, nome imposto dall’imperatore Adriano alla città di Gerusalemme.  Il padre è cristiano e la madre pagana, perde in giovane età il genitore e subisce l’influenza della madre Alessandra che lo educa alla idolatria che pare non faccia presa nel giovane

Il mondo romano in quel periodo è scosso da diatribe interne e l’imperatore Diocleziano (284-305), di origine illirica, tenta di assestare lo Stato creando la Tetrarchia

(nome greco che indica la divisione dell’impero in quattro zone), che prevede un metodo di governo affidato a due Augusti, uno a Occidente, uno a Oriente; alle loro dipendenze, altrettanti Cesari a cui è demandata la conduzione delle province.

Diocleziano governa la parte orientale che comprende la Tracia, l’Egitto e alcune regioni dell’Asia, Galerio è il suo Cesare; l’Occidente con l’Italia e l’Africa, è invece governato dall’altro Augusto, Massimiliano, il suo Cesare è Costanzo Cloro.

Una riforma complessa che in quel III secolo, si dimostra efficace, ma Diocleziano si propone come un monarca assoluto e tenta di imporre il culto della sua persona entrando in rotta di collisione con i cristiani che, è notorio, per il loro monoteismo escludono qualunque atto di sottomissione verso chi detiene un potere terreno.

Diocleziano in suo viaggio ad Antiochia, conosce il giovane Efisio, viene arruolato come ufficiale nell’esercito e inviato in Italia a combattere i cristiani.

Durante il viaggio di trasferimento , al novello ufficiale si presenta alta e splendente in cielo una Croce, accompagnata da un gran rumore di tuoni e da luci di fulmini. Efisio cade stordito e in quello stato ode la parola di Gesù Cristo che gli anticipa i suoi supplizi, le sue vittorie e la sua morte da martire, grazie alla fede cristiana che acquisterà.

Quando Efisio si ridesta dal gradevole torpore, trova impresso sul palmo della sua mano destra  il segno della croce,  allo stupore segue l’abbraccio del Cristianesimo che segnerà la sua vita.

A Gaeta viene battezzato e ormai immerso nella più profonda religiosità, decide di battersi per divulgare la sua nuova  fede e sconfiggere il paganesimo latino, per caso viene a conoscenza che in Sardegna delle tribù che vivono isolate tra i monti dell’interno, forse gli eredi dei nuragici, adorano ancora feticci e con continue scorrerie razziano e devastano i territori sotto il controllo romano.

Decide di intervenire per difendere i cristiani dell’isola dal pericolo di quelle popolazioni primitive, la sua è una crociata personale, non certo una presa di posizione a favore degli interessi del pagano impero romano, un impegno per cercare di convertire quelle genti che i latini chiamano “barbari” e la zona da loro abitata “Barbaria” da cui l’odierno nome di Barbagia.

Dopo alterne peripezie, Efisio giunge in Sardegna e spinto dalla sua immensa fede, riesce a sconfiggere i barbari delle montagne  che ritiene nemici del Cristianesimo, si stabilisce poi a Caralis e cerca di diffondere la parola di Cristo e convertire sempre più persone.

È talmente convinto del suo credo e del suo operato che non esita a scrivere all’imperatore Diocleziano e alla madre Alessandra, pregandoli di convertirsi alla religione cristiana.

Un gesto azzardato per chi come lui, ufficiale dell’esercito, conosce bene il pensiero dell’imperatore che è tutto teso ad instaurare il culto della propria personalità proponendosi al popolo come un dio da venerare: forse proprio per questo Efisio decide di convincere Diocleziano, perché vuole conquistarlo alla “vera fede”, pur avendo ben presente quali sarebbero state le conseguenze del suo gesto.

L’imperatore infatti reagisce in modo deciso impartendo precisi ordini a Iulio, delegato al governo dell’isola, di costringere l’ufficiale cristiano e tutti quelli a lui vicini già convertiti di rinnegare la loro fede e compiere sacrifici agli dei per espiare le loro colpe; ordina anche di intraprendere nell’isola una severa azione di persecuzione contro tutti coloro che professano la nuova fede.

Efisio non accetta di abiurare né di onorare gli dei romani, affrontando così terribili torture che martoriano il suo corpo.

Constatato che a nulla valgono le pene corporali, Efisio viene portato alla presenza di Iulio, il quale nota che le ferite inflitte con i supplizi, sono scomparse dal corpo del prigioniero ad opera di alcuni angeli che sono scesi dal cielo e lo hanno completamente guarito.

La notizia di questo miracolo gira per la città e molti altri si convertono al Cristianesimo, il sacrificio dell’ex ufficiale sta compiendo il miracolo di diffondere nell’isola la fede di Cristo, Iulio, cosciente della popolarità di Efisio e del cristianesimo, invita il futuro martire nel tempio pagano, forse per metterlo ancora alla prova e cercare di convincerlo a rinnegare la sua Fede: Efisio si limita a pregare e gli idoli pagani cadono a terra rompendosi in mille pezzi, così come il tempio che si riduce a un cumulo di macerie.

Iulio, a questo punto cade in preda al terrore, in quanto comprende che ciò che è avvenuto può essere opera solo di un intervento divino, e abbandona Caralis in preda alla disperazione.

Diocleziano, informato dell’accaduto invia nell’isola un nuovo governatore, Flaviano, con precise disposizioni di chiudere i conti con Efisio, che costituisce un serio pericolo per l’impero, perché il suo comportamento sta rafforzando notevolmente il Cristianesimo.

Flaviano tenta di convincere ancora una volta Efisio, senza riuscirci, nonostante nuove e più pesanti torture, e dispone per la sua condanna a morte. Mentre Efisio subisce le sue pene nella città di Cagliari, viene deciso che la sua esecuzione avvenga a Nora, questo fatto ci fa capire come il futuro martire sia ritenuto pericoloso in quanto capace di far scoppiare insurrezioni nella sua città d’adozione, dove i cristiani sono ormai numerosi e mai avrebbero sopportato passivamente il suo estremo sacrificio. Immaginiamo il trasferimento del prigioniero, di notte, lontano da occhi indiscreti e l’arrivo a Nora in gran segreto dove tutto è già pronto per l’esecuzione.

È il 15 gennaio del 303 (forse 305). Il Codice Vaticano latino dell’XI secolo, contiene la narrazione del presbitero Marco che avrebbe assistito personalmente all’esecuzione del Santo che, prima di essere decapitato, si sarebbe rivolto al Signore con una toccante preghiera.

Efisio supplica Dio di proteggere Caralis dagli attacchi di popoli nemici, chiedendogli di guarire i cittadini ammalati che si recheranno in pellegrinaggio nel luogo dove saranno sepolte le sue spoglie, di concedere quanto richiesto a tutti coloro che gli si rivolgeranno perché in difficoltà in special modo ai naviganti, agli oppressi, agli affranti e a coloro che sono colpiti dalla peste. Secondo questa testimonianza, in punto di morte Efisio dimostra il suo attaccamento alla città di Cagliari e alla sua popolazione e a tutti coloro che soffrono evidenziando le caratteristiche morali di un vero cristiano che sa di passare a una vita ultraterrena che trascorrerà nell’oasi di pace che è il Paradiso.

È difficile credere che la testimonianza di Marco sia attendibile, ma è facile ipotizzare che la leggenda di Efisio nasconda una verità storica non appurabile ma probabilmente reale.

L’apparizione poi della croce è un tema ricorrente nella nomenclatura cristiana, così come l’apparizione degli angeli o le comunicazioni di Dio alle persone prescelte e investite dalla responsabilità di propagandare il Cristianesimo e immolarsi in suo nome.

La leggenda di Efisio, serba pertanto una base di verità incontestabile, perché dopo il suo sacrificio, il popolo lo amerà sempre di più e lo invocherà in ogni situazione di necessità: se una prerogativa dei santi è essere popolari tra la gente, Efisio è uno di questi.

Dopo dieci anni dalla sua morte per decapitazione, nel 313, Costantino anch’egli folgorato dall’apparizione della croce, con il famoso editto di Milano, dispone che la religione cristiana sia tollerata in tutto l’impero e la Chiesa di Gesù Cristo, fino allora clandestina, emerge di colpo, mostrando un’organizzazione mirabile che per primo atto onorerà pubblicamente i martiri erigendo chiese sul luogo del loro sacrificio o dove riposano i resti terreni.

Non sappiamo quando fu costruita, sul luogo del martirio di Efisio, l’antica chiesetta di Nora, ma è certo che fu voluta dalla fede popolare che tramanda le gesta del Santo il cui ricordo pare accrescersi sempre di più nel tempo.

Tradizione della processione i costumi variopinti . La sfilata del primo maggio in onore di Sant’Efisio, oltre che del santo, è la festa dei costumi e dei colori che nonostante la solennità del rito infondono quel giorno un’aria di  gioia e felicità.

La sfilata è aperta dai tanti costumi spesso con colori sgargianti che colpiscono per la loro ricchezza e per l’eleganza con cui sono portati dalle persone che sfilano.

Quegli abiti d’altri tempi contraddistinguono  i vari paesi sardi e sono un’eredità spagnola riveduta e adattata alle esigenze e al senso cromatico tradizionale della nostra isola.

I tessuti conservano ancora quei colori che una volta venivano tinti in modo originale  usando erbe naturali ed applicando speciali miscele che ogni comunità creava e che teneva gelosamente segrete tramandandole di generazione in generazione.

Costumi variopinti quindi che a partire dalla prima edizione della processione di ringraziamento del 1657, anno dopo anno, sono stati al centro della manifestazione di devozione e hanno rappresentato le popolazioni sarde che fanno individuare il paese d’origine proprio  grazie a quell’abbigliamento particolare.

Quelli che oggi noi chiamiamo costumi infatti non erano altro che gli abiti usuali che si utilizzavano anticamente, magari il vestito da indossarsi per le grandi occasioni, ma pur sempre un abito di uso comune.

Poi quel vestito è rimasto a indicare le varie comunità dei tanti paesi sardi che appunto si distinguono dal loro costume variopinto, almeno quello delle donne, mentre il maschile, con poche eccezioni, conserva perlopiù il bianco e il nero, colori freddi e austeri  che esprimono essenzialità e semplicità ma anche fierezza quasi a rappresentare il carattere degli uomini sardi.

I costumi che sfilano quindi conferiscono alla processione quel tocco di letizia che è del resto consono al ringraziamento al santo per la cessazione della peste e alla conseguente gioia per lo scampato pericolo.

Caratteristica delle sfilanti in rappresentanza dei paesi isolani è anche lo sfoggio di preziosi gioielli come collane, orecchini, anelli e bracciali che provengono in maggior parte  da eredità familiari e che contribuiscono ad  abbellire il costume tradizionale che le donne sarde ancora oggi  portano con disinvoltura ed eleganza.

Preziosi anche i fazzoletti e gli scialli portati sulle spalle delle sfilanti e riccamente ricamati e che spesso sono il risultato di un lavoro di anni.

La processione del primo maggio è quindi un festival di costumi e colori  aperta dalle donne e dagli uomini che sfilano a piedi o a cavallo ma anche a bordo di quelle che erano un tempo i mezzi di trasporto diffusi cioè le “traccas” trainate da  buoi e addobbate con fiori di ogni tipo.

Atteso in modo particolare dagli spettatori e il  passaggio dei miliziani a cavallo in rappresentanza dei quartieri di  Stampace, Marina e Villanova, corpo ausiliare del Regno di Sardegna con compiti di polizia, la cui uniforme è inconfondibile per  il cappello a cilindro rosso come la giubba rifinita da bottoni dorati e con  dei riporti ricamati neri, nera anche la gonnellina che copre i pantaloni sbuffati d’un bianco candido.

A questo punto la sfilata si fa più solenne perché riguarda prettamente il lato religioso e così anche i colori dei costumi diventano seri e sobri come quello del terzo guardiano, che ha la responsabilità di organizzare la manifestazione, e reca lo stendardo dell’arciconfraternita del Gonfalone.

Austero e impeccabile il costume  della Guardianìa, corpo scelto dalla Confraternita,  che si compone da cilindro, frac nero e fascia azzurra sul fianchi, così  come il  costume dell’Alternos che sfila tra due mazzieri con giacca rossa e pantaloni blu,   che in origine rappresentava il viceré, anch’esso in frac e cilindro nero e  con al collo il Toson d’oro

l’onorificenza conferita al comune di Cagliari dal re di Spagna nel 1679 e la fascia tricolore per indicare il sindaco.

Il tono si fa ancor più serio ed entra nel vivo della rappresentazione religiosa  e i colori si fanno sempre più monocromatici  quando sfila la Confraternita con circa 150 persone  in abito penitenziale, nero quello delle consorelle con cordone, guanti e camicetta bianchi, mozzetta bianca e saio azzurro sul quale si nota un grande rosario bianco quello dei confratelli.

Arriva poi chi oggi ha il compito di protezione, i carabinieri, che con i colori della loro uniforme d’epoca sembrano adeguarsi al momento solenne che precede il passaggio del santo martire.

La loro divisa nero-blu  con risvolti rossi e cappello tricorno nero con  pennacchio rosso-blu anticipa il fulcro della manifestazione con la sfilata del cocchio trainato da buoi che ridanno un tono di colore alla sfilata che ridiventa policromatica  con il carro  addobbato con bandiere variopinte e tanti fiori che fanno da cornice ai tanti ex voto che durante la sfilata tanti sofferenti hanno inserito nel cocchio per richiedere al santo più amato dai sardi una grazia.