Rubrica: “La Sardegna dei Comuni” – Samugheo

Ogni settimana raccontiamo la storia di un paese della Sardegna per far conoscere le sue particolarità, la sua storia, le sue bellezze e la sua comunità

di Antonio Tore

Samugheo è un comune della provincia di Oristano di poco meno 3.000 abitanti, Si trova nella sub regione del Mandrolisai  e confina con Busachi, Ortueri, Sorgono, Allai, Ruinas, Atzara, Meana Sardo e Laconi.

Il comune, che si caratterizza sia per le tradizioni che ancora la sua gente conserva (come il carnevale, la lavorazione del pane, o la produzione vitivinicola) che per gli importanti reperti archeologici, è posto a circa 400 metri di altezza, in una zona chiamata Brabayanna (porta della Barbagia) come per  testimoniare l’inizio della sub-regione barbaricina proprio nel territorio samughese, per poi terminare a nord nei territori dell’antica Barbagia di Bitti.  La zona è caratterizzata da monti solitari e selvaggi e da una successione di gole, dirupi e imponenti pareti rocciose.

Secondo alcune teorie, il nome Samugheo deriva da Sammach, Summugheo, Summucley, Simagleo, San Miguel. Era opinione comune la derivazione di Samugheo dall’antica chiesa di San Michele, in catalano chiamata San Migueu e in castigliano San Miguel, nome che poi corrotto sarebbe diventato quello attuale, questo secondo quanto scrisse l’Angius nel dizionario del Casalis, questa teoria fu ripresa, in seguito, da Alberto della Marmora e contribuì alla sua diffusione.

Secondo Massimo Pittau, invece, esso è chiaramente da connettere col fitonimo samuccu, sammuccu, samuqu «sambuco» (Sambucus nigra L.), il quale è da confrontare col nome latino sambucus, sabucus, che è di origine ignota e quindi probabilmente “fitonimo mediterraneo”. Questo, dunque, sarebbe esistito in Sardegna, prima che i Romani vi portassero il loro sabucus, *sabuccus, il quale in sardo è chiamato sabuccu, sauccu.

Il territorio fu certamente popolato fin dal neolitico, come testimoniano le domus de janas che lo costellano. La zona abitata sin dal III millennio a.C., come testimoniano le domus de janas e per tutto il periodo nuragico e punico, fu romanizzata per la vicinanza al Forum Traianum (Fordongianus, celebre per le acque termali) come comprovano i ritrovamenti del periodo repubblicano ed imperiale.

Nel testamento di Ugone III nel 1336 viene citato Sumugleo, mentre nel 1341 apparve il nome  Sumucley, Simagleo nel 1346 e Simocleo nel 1350).

Durante il medioevo, Samugheo appartenne al giudicato di Arborea e fece parte della curatoria del Mandrolisai. Nel 1420, alla caduta del giudicato entrò a far parte del Marchesato di Oristano e, alla definitiva sconfitta degli arborensi, passò sotto il dominio aragonese. La villa, incorporata nell’Incontrada del Mandrolisai, ottenne nel 1507 di essere governata, insieme a tutto il territorio al quale apparteneva, da un signore scelto tra i nativi dell’Incontrada mediante elezione: il re d’Aragona doveva scegliere il funzionario (oficial) da una terna presentata annualmente dagli abitanti locali.

All’epoca bizantina risale il Castello di Medusa, a circa otto chilometri dal paese, utilizzato fino al XIV secolo, una roccaforte costruita in posizione strategica per sbarrare il passo ai montanari. Il territorio fu inglobato nella curatoria del Mandrolisai, facente capo al giudicato di Arborea, che contrastava l’egemonia Aragonese nell’isola; subì il dominio della corona di Aragona e successivamente la colonizzazione spagnola, i cui tratti sono ancora oggi facilmente individuabili nella lingua, nell’architettura e nelle consuetudini.

La storia del castello di Medusa è avvolta nella leggenda: esso sorge a picco sulla gola formata dal Riu Araxixi ed è interamente scavato nel marmo. Fu costruito in epoca bizantina con funzione di controllo del territorio e di protezione dai barbaricini, che spesso penetravano nelle terre della Marmilla per saccheggiarne i villaggi. Oggi la visita è resa difficoltosa dalla vegetazione troppo fitta e lussureggiante. Secondo la leggenda il castello ospiterebbe ancora il fantasma della fantomatica regina Medusa.

Il territorio si presenta ricco di fresche sorgenti che lo rendono estremamente fertile e rigoglioso. La vegetazione autoctona è costituita da lentisco, leccio, olivastro ed euforbia con la presenza di garofani selvatici. La fauna invece è caratterizzata dalla presenza di volpi, pernici, ghiandaie e cinghiali. Sulle pareti inaccessibili nidificano il piccione, il gheppio e altri falchi, mentre a volte volteggia maestosa persino l’aquila reale.

L’altra  peculiarità  del  territorio è rappresentata dalla presenza di un discreto numero di grotte che meritano di essere visitate. Tra le tante grotte possiamo ricordare quella di Sa conca ‘e su Cuaddu nella valle del Riu Settilighe, la Grotta dell’Aquila sul monte de Sa Pala de is Fais (qui vi si accede solo calandosi dall’alto per circa 25 m con funi e scalette) e quelle vicine al Castello di Medusa, come il suggestivo Buco della Chiave con la caratteristica forma a clessidra.

Le maschere tipiche del carnevale samughese sono i cosiddetti mamutzones, riscoperte e portate alla luce all’inizio degli anni ottanta.

Il costume è composto da una mastrucca di pelle di capra nera (bianca per il capogruppo), campane in bronzo e campanacci (campaneddas e trinittos), scarponi artigianali, (cosìngios), pantaloni in velluto nero, stretti da gambales in pelle nera, e il tipico copricapo su casiddu. Di sughero, sormontato da autentiche corna caprine e rivestite in pelle di questo animale, su casiddu è un simbolo di fertilità e abbondanza, rimandando sia al moju, recipiente che contiene il miele, il latte e misura il grano e i cereali, sia ai riti dionisiaci.

Durante la sfilata il gruppo utilizza la propria danza cadenzata dal frastuono dei campanacci percorrendo le vie del paese; di tanto in tanto il gruppo, sempre con stesso passo e stessa ritmica, esegue il “cerchio”: creando un’unica fila circolare, nel cui centro è posto il capogruppo, i membri a turno tolgono su casiddu per poi riporlo nel centro.

La maschera di Minchilleo (sa mascàra de Minchillèo) è una delle tante figure del carnevale samughese. È composta da due personaggi principali: Minchilleo e “Is fiudas”, ovvero le vedove (dette comunemente mammais, anziane). La figura di Minchilleo veste una tonaca bianca, la mitra papale e un campanaccio appeso alla vita. Siede sopra un carretto trainato da un asino ove è disposta una botte contenente vino. Le anziane vestono pantaloni in velluto o fustagno coperti da una gonna nera, s’isciallu (la mantellina tipica delle anziane) e su muncadore (un fazzoletto adibito alla testa che viene legato sotto al mento) e i caratteristici cosingios (scarpe in pelle fatte a mano); ambedue le figure tingono il proprio volto con su tzintzieddu (sughero bruciato). Durante la sfilata le vedove proseguono in una processione disordinata dietro al carretto, venerando Minchilleo, cantando salmi e poesie di fantasia (che alludono al vino) e offrendo vino ai passanti. Questa maschera rappresenta ironicamente la fede che le bigotte ripongono nella chiesa.

Ogni anno nel mese di agosto si svolge “Tessingiu”, mostra dell’artigianato sardo, con l’esposizione e la vendita dei tappeti, uno dei tratti più caratteristici e inconfondibili, radicati nella tradizione manifatturiera e artistica del paese.

La mostra si tiene al Museo unico regionale dell’arte tessile sarda, in acronimo MURATS e dispone di una collezione basata sulla produzione tessile della Sardegna che va dal XVIII secolo  fino alla prima metà del XX.

Sono presenti anche manufatti provenienti da tutte le zone dell’Isola, con la esposizione di coperte, copricassapanche, tovagliati, bisacce, sacchi da pastore, teli per il pane, abiti femminili e maschili sia giornalieri che festivi e altri preziosi manufatti realizzati artigianalmente in lana, cotone e lino.

Sono presenti anche alcuni attrezzi che venivano utilizzati nel processo di realizzazione della materia prima e anche alcuni esempi di antichi telai in legno con cui venivano realizzati i manufatti. Tra i pezzi più pregiati spiccano le affaciadas, piccolissime strisce di tessuto finemente lavorato che si esponevano nei balconi durante la processione del Corpus Domini, e i tappinu e mortu.