Rubrica: “La Sardegna dei Comuni” – Santa Giusta

Ogni settimana raccontiamo la storia di un paese della Sardegna per far conoscere le sue particolarità, la sua storia, le sue bellezze e la sua comunità

di Antonio Tore 

Santa Giusta è un comune della provincia di Oristano di circa 5.000 abitanti e confina con Palmas Arborea, Oristano, Arborea, Marrubiu, Pau, Morgongiori e Ales.

È stata fondata dai Fenici nell’VIII secolo a.C. col nome di Othoca, la ‘città antica’ in contrapposizione a Neapolis, sorta in seguito a opera dei cartaginesi: da un promontorio dominava la laguna, all’epoca golfo navigabile, la cui sponda nord-orientale lambisce l’attuale abitato. Santa Giusta sorge sulle ceneri di una delle prime città dell’Isola, fondata nella seconda metà dell’VIII secolo a.C. insieme a Tharros e Sulky, che divenne poi municipium romano

Le più antiche testimonianze della presenza umana nel territorio di S.Giusta risalgono verosimilmente al Neolitico antico (VI-V millennio a.C.). A tale fase, infatti, sono riferibili alcuni manufatti in ossidiana rinvenuti occasionalmente in superficie in regione Interaquas, un terrazzo alluvionale ubicato tra depressioni colmate da paludi e acquitrini, ad oriente dell’attuale centro abitato e al confine col territorio del comune di Palmas Arborea.

Tuttavia sono presenti testimonianze dell’età del bronzo con diversi nuraghi sparsi nel territorio. Passò poi ai Romani e divenne un centro di cristianità: sotto l’impero di Adriano nell’anno 130 vi furono martirizzate le sante Giusta, Giustina ed Enedina. A seguito della caduta dell’impero, Othoca venne progressivamente abbandonata; nel medioevo la popolazione si spostò nei pressi della chiesa romanica di Santa Giusta.

La maestosa basilica, costruita tra 1135 e 1145, è un ‘tempio’ romanico intitolato alla martire che dà nome al paese, celebrata a metà maggio. Alcune colonne della basilica provengono da Tharros e dalla stessa Othoca, della quale, risalenti a epoca romana, si conservano anche due arcate del ponte sul rio Palmas.

Qui si intersecavano due ‘arterie’ stradali, la litoranea occidentale e la via Karales-Turris: era snodo militare e commerciale come testimoniano l’Itinerarium Antonini (III d.C.) e i ricchi corredi ritrovati nella necropoli (prima fenicio-punica, poi romana).

Il sepolcreto, con tombe di vario genere, si estendeva nell’area dove sorse nel XVII secolo la chiesa di santa Severa, celebrata a fine settembre, in concomitanza con la sagra de is malloreddus a sa campidanesa. Mentre la festa di san Giovanni Battista, a fine giugno, è associata alla sagra della pecora.

Il villaggio di Santa Giusta fece parte del giudicato di Arborea, nella curatoria del Campidano di Simaxis, e alla caduta del giudicato entrò a far parte del marchesato di Oristano fino ad essere inglobato nel Regno di Sardegna, all’epoca dominata dagli aragonesi dopo la sconfitta dell’ultimo marchese Leonardo Alagon. Il paese poi si spopolò per le continue incursioni barbaresche, dovute alla vicinanza al mare, che portavano a frequenti assalti e saccheggi.

Nel 1637 a Santa Giusta furono sconfitti i francesi, che guidati dall’arcivescovo di Bordeaux, avevano occupato Oristano e, in epoca sabauda, il paese fu annesso al marchesato d’Arcais dal re Carlo Emanuele III, feudo dei Nurra, ai quali fu riscattato nel 1839 con la soppressione del sistema feudale.

Santa Giusta si trova sulle sponde dell’omonimo stagno le cui basse acque sono solcate da is fassonis, imbarcazioni di origine preistorica. Qui hanno trovato il loro habitat l’airone cenerino e il germano reale.

Lo stagno è collegato alle più piccole Pauli Figu e Pauli Majori, circondate da fitti canneti dove nidificano cavalieri d’Italia, fenicotteri e pollo sultano.

La pesca nello stagno, in particolare muggini, anguille e granchi, costituisce un perno dell’economia del paese. Gli impianti ittici detti ‘pischeras’ sono molto simili ad impianti di pescicoltura anche se, in essi, si pratica la pesca attraverso la cattura.

Non sono presenti solo lagune, ma anche anche il mare con la grande spiaggia di Santa Giusta, e montagne, con il parco del monte Arci, splendida oasi naturale, ricca di giacimenti di ossidiana, ‘oro nero’ della preistoria, materia prima delle testimonianze umane più antiche del territorio sangiustese. La maggiore arriva dalla tomba di una necropoli del 3700-3300 a.C.: una statuina di dea Madre di appena sette centimetri.

La vegetazione lagunare ha da sempre fornito materie prime come asfodelo, palma nana e vimini per i cestini fatti in casa. Altri preziosi manufatti sono arazzi e tappeti, realizzati con telai orizzontali e di evidente influenza bizantina.

L’artigiano competente veniva chiamato cadinaiu, ‘cestinaio’. Le piante utilizzate sono quelle che in gergo locale vengono denominate moddìzzi(lentischio) ollastu (olivastro) e inoltre per le parti laterali veniva usata anche la canna spaccata, canna sperrada (canna spaccata).
La lavorazione tradizionale si compie avvolgendo le essenze vegetali su una base di giunchi o paglia, con andamento a spirale e cucendo la treccia ottenuta con punti d’ago. La decorazione, ottenuta con materiali affini o con cotone rosso e nero, viene aggiunta in un secondo tempo oppure sviluppata con la costruzione del cestino.

L‘influenza bizantina è evidente nella tessitura santagiustese che alterna classici motivi orientali come l’albero della vita, a pavoni contrapposti, le aquile e le colombe o i disegni geometrici quali rombi o cerchi, derivati da antichi mosaici. Gli stessi richiami all’arte bizantina si notano nelle decorazioni della cassapanca nuziale, nei gioielli d’argento e in molti ricami.

Lo strumento base per il lavoro è il telaio, usato per ogni tipo di tessuto, compresi gli arazzi ed i tappeti. È tipico della tessitura santagiustese il telaio orizzontale.
La tessitura consiste nell’intrecciare una serie di fili chiamati ordito e mantenuti paralleli e in tensione, con un’altra serie, chiamata trama. I fili di trama avvolti su apposita navetta e fissati al primo filo di ordito, vengono introdotti tra i pari ed i dispari dell’ordito. Questa operazione, detta passata, viene seguita dalla battitura, effettuata con un pettine o un attrezzo analogo, che serve per comprimere uniformemente il tessuto.

La produzione attuale viene arricchita da altri manufatti destinati all’arredamento della casa, come le tende, le stoffe, i cuscini e il tovagliato.