Rubrica: “La Sardegna dei Comuni” – Sennariolo

Ogni settimana raccontiamo la storia di un paese della Sardegna per far conoscere le sue particolarità, la sua storia, le sue bellezze e la sua comunità

di Antonio Tore 

Sennariolo è un comune di meno di 200 abitanti della provincia di Oristano e confina con  Scano di Montiferro, Cuglieri, Tresnuraghes e Flussio.

È uno dei comuni più piccoli della Sardegna in assoluto e si trova nel versante occidentale del Montiferru al confine con la zona storico-geografica della Planargia.

La felice posizione geografica del piccolo centro, tra due fiumi (Riu Mannu e Riu di Marale o Marafè, in sardo Malafau) e pianeggiante, ne ha favorito il popolamento fin dai tempi più remoti, come testimoniano la presenza di nuraghi e alcune domus de janas.

Nell’area del comune si trovano infatti i nuraghi: Fròmigas, Murgu, S’Ena e Tìana, e soprattutto Liortìnas, davvero imponente, a guardia della confluenza tra il Rio Piraura e il Rio Mannu; non mancano inoltre delle tombe dei giganti.

Il nome ” Sennariolo ” deriverebbe dal toponimo s’ena de su riu che significa letteralmente ” vena del fiume ” (rivo) , a testimonianza di un’antica sorgente all’interno dell’attuale centro abitato che faceva da affluente su un rio principale.

Nel medioevo appartenne al Giudicato di Torres e fece parte della curatoria di Montiferru. Alla caduta del giudicato nel 1259 passò sotto il dominio del Giudicato di Arborea, finché, intorno al 1350, nel corso della guerra sardo-catalana, passò sotto il dominio aragonese, dove divenne un feudo. Nel 1417 venne incorporato nella baronia del Montiferru, feudo inizialmente dei Zatrillas. Nel  1839, con la soppressione del sistema feudale, venne riscattato agli Amat di San Filippo, ultimi feudatari.

Nei dintorni del paese, a circa 5 km in direzione ovest si trova la chiesa di Santa Vittoria, in cima alla collina omonima. La chiesa è stata edificata in tempi antichi e dedicata a Santa Vittoria proprio per la vittoria degli abitanti locali sui mori invasori.

A tale proposito Vittorio Angius e Goffredo Casalis, nella loro opera “Dizionario geografico-storico-statistico-commerciale degli Stati di S. M. il Re di Sardegna evidenziarono come “Sotto il ponente del paese, alla distanza di poco men di tre miglia, levasi un colle, in cima al quale è una cappella dedicata alla SS. Vergine dal titolo della Vittoria, perché a piè del medesimo i planargianesi ebbero vittoria sopra una ciurma di barbari che erano sbarcati per invadere il paese, saccheggiarlo e portarne in schiavitù le persone. Ignorasi l’epoca, in cui ebbe luogo questo fatto glorioso, del quale si ebbe riconoscenza alla Diva, invocata nel pericolo. In massima parte le buone e le tristi avventure che incontrarono i popoli sardi nel medio evo passarono poco osservate, e mentre gli uomini di lettere si affaticavano in scrivere stoltezze neglessero di raccomandare alle lettere ciò che apparteneva alla storia. Se non rimanessero alcuni monumenti, alcuni cenni, la storia avrebbe bianche totalmente molte sue pagine”.

A breve distanza dal paese possono essere ammirati gli imponenti resti della chiesa campestre di San Quirico (o Santu Chirigheddu).

La chiesa è posta al confine tra il territorio di Cuglieri e Sennariolo. Sembra che in passato la chiesetta sia stata oggetto di vivaci contese tra i due comuni. In effetti, come si può vedere da immagini satellitari, la chiesetta è spaccata esattamente a metà dal confine tra i due comuni.

La chiesa potrebbe essere di origine bizantina nel primo impianto, poi modificata nei secoli. Probabilmente di originale resta l’abside con un curioso oculo, una piccola apertura di forma circolare, formato da due conci, uno superiore e uno inferiore.  

San Quirico è uno dei più giovani martiri della cristianità. Si racconta che, durante la persecuzione di Diocleziano in terra d’Asia, si trovava Giuditta, donna ricchissima e di alto lignaggio, la quale era rimasta vedova con un figlio in tenera età di nome Quirico. Lasciata la sua città e i suoi averi, per sfuggire alla feroce persecuzione, si recò a Tarso, nella Cilicia, dove fu raggiunta e fatta arrestare con il suo bambino dal crudele governatore romano Alessandro, con l’accusa di essere cristiana. Sottoposta a lunghi interrogatori al fine di farla abiurare confesso con fermezza: “Io sono cristiana”. Il bambino, vedendo colpire sua madre e professarsi cristiana fece altrettanto e fu ucciso.

Un’altra chiesa di Sennariolo è intitolata a Sant’Andrea Apostolo. L’attuale fabbricato risale alla seconda metà del XVII secolo, come documenta la data 1676 incisa sull’architrave della mostra in trachite rossa che incornicia il portale al centro della facciata.

Le cappelle laterali sono voltate a botte: delle prime due, la sinistra è intitolata al Sacro Cuore di Gesù. la destra, di dimensioni maggiori e dovuta ad un probabile intervento ottocentesco, intitolata a Sant’Antonio da Padova. Le altre due cappelle sono intitolate, la sinistra alla B. V. del Rosario ove ha sede l’omonima Confraternita istituita nel 1755. la destra alle Anime del Purgatorio.

Una recentissima operazione di recupero ha visto ricollocare in un vano propriamente adibito il settecentesco fonte battesimale con alzata lignea, prima semi occultato in una nicchia di una cappella.

Addossata alla destra della facciata, è la torre campanaria, unica architettura a qualificare in modo distintivo l’agglomerato urbano di Sennariolo. Completata nel 1867, è costituita da tre ordini a pianta quadrata scanditi da cornici in pietra e paraste angolari, l’ultimo dei quali ospita il vano campanario, cui si somma un elemento a registro ridotto e pianta ottagonale ove è alloggiato l’orologio pubblico, e infine un cupolino “a cipolla” coperto da maioliche policrome di memoria settecentesca.

All’interno del territorio comunale si può inoltre ammirare la “Funtana Ezza”, fontana vecchia in italiano, antica sorgente del comune.

Il borgo di Sennariolo è rinomato per la produzione di formaggio, olio d’oliva e miele di qualità.

Tra le ricette tipiche locali ricordiamo: le budelline d’agnello, preparate con indivia e altre erbe aromatiche; le lumache ripiene, cucinate con pecorino, prezzemolo e aglio; l’ogliastra di patate, ravioli ripieni con patate, pecorino o caprino fresco, menta e formaggio in salamoia, detto viscidu.

Tra i dolci spiccano i cattas, frittelle a forma di spirale tipiche del carnevale, preparate con una punta di zafferano, succo d’arancia ed un bicchierino di vino Moscato secco.