SCELTI per VOi su Netflix: Viaggio in Groenlandia

di Annalisa Pirastu

Il regista francese Sebastian Betbeder dopo il cortometraggio Inupiluk del 2014, in cui raccontava il viaggio di due cacciatori eschimesi a Parigi,sposta la  macchina da presa nel villaggio di Kullorsuag in Groenlandia, da dove provengono i due cacciatori, e racconta il viaggio di Thomas, che li aveva ospitati nella capitale  e  di un amico, per andare a trovare il padre nel villaggio fuori dal tempo e osiamo dire anche dallo spazio. 

La comunità groenlandese, come è immaginabile, è arrotolata su  se stessa e ripete usanze e rituali in uso da secoli. Gli inuit vivono  di caccia e poco altro, in un clima difficile per la sopravvivenza umana.

I due giovani parigini  ritrovano, grazie alla sospensione del giudizio su questo tipo di vita,la sicurezza diluita da anni di precariato lavorativo  e da una frustrante burocrazia che li costringe a timbrare un ipotetico cartellino, per poter ottenere il denaro della disoccupazione.

Il film non si arrampica su mirabolanti immagini che tolgano il respiro, pur  documentando gli infiniti bianchi silenzi dei luoghi. Eppure lo squartamento immediato prima che si congeli, della foca cacciata, che ne rivela il sangue e le interiora quasi nere, si imprimono  nella nostra mente, come un disegno geometrico ben eseguito. L’uccisione dell’animale, seppur ad armi impari visto l’uso del fucile, ci riporta a un tempo umano in cui era eticamente morale e privo di sensi di colpa, nutrirsi degli animali cacciati per il proprio fabbisogno. 

Il regista inoltre opera quello che potremmo battezzare col nome di “comicità domata” in cui temiamo di ridere per la paura di mancare di rispetto. Le scene “lost in translations”, rimandano non solo a incomprensioni linguistiche ma a comportamenti i cui codici,lontanissimi tra loro, fanno cadere delle bombe di silenzio per alcuni secondi. Il cacciatore di orsi che si fa trovare una mattina accomodato in salotto completamente vestito di bianco, con il fucile di traverso sulle ginocchia, lascia noi e i due protagonisti con il fiato sospeso sulle sue intenzioni, per un’intera scena.
I due parigini che fanno jogging in mezzo alla neve,vengono imitati dagli abitanti del villaggio per scoprire il senso dell’azione ma per i quali, un’attività cosi “cittadina”,  rimane priva di significato.

Qui tra i ghiacciai e un forzato rallentamento di qualunque attività  i due amici , come davanti a uno specchio, si aprono l’uno all’altro. Betbeder però si focalizza troppo sulle sfaccettature dei protagonisti, finendo a tratti  per appesantire  il film che porta a delle cadute di attenzione, laddove sarebbe stato necessario avere più scorrevolezza.
Non mancano accenni a criticità inerenti il luogo, come il numero di suicidi e le “nuove ” problematiche, che vedono intere generazioni di giovani, potersi confrontare virtualmente, tramite Internet, con un mondo il cui glamour, dalla distanza, sembra brillare senza ombre.

Il finale con l’addio dei Parigini che offrono delle “crepes”, peraltro corrompendo un ambiente con cibi lavorati moderni,  sembra semplicemente un tentativo del regista di allungare  il film, lasciandoci un gusto dolciastro e melenso che si poteva evitare.