Rubrica: “La Sardegna dei Comuni” – Simala

Ogni settimana raccontiamo la storia di un paese della Sardegna per far conoscere le sue particolarità, la sua storia, le sue bellezze e la sua comunità

di Antonio Tore 

Simala è un paese di circa 400 della provincia di Oristano. Confina con Curcuris, Baressa, Masullas, Gonnosnò, Gonoìnoscodina e Pompu.

Sul significato del nome del paese ci sono varie versioni, diverse tra loro. Secondo una teoria, il toponimo deriverebbe dall’antico popolo prenuragico dei semilitenses, presenti nella parte meridionale della Sardegna, che doveva avere in Simala il suo estremo confine.

Un’altra ipotesi è che il nome potrebbe derivare dal greco Thymalis, Thymalla, o Thytimalam, che potrebbe esserle stato attribuito nel periodo bizantino.

Massimo Pittau, famoso storico e studioso, afferma, invece che il toponimo “compare come Simula nella scheda 438 delle Rationes Decimarum Italiae – Sardinia e nella Chorographia Sardiniae di Giovanni Francesco Fara (anni 1580-1589), si può ovviamente pensare che corrisponda all’appellativo sardo símula «semola», «farina di prima o di seconda qualità», che deriva dal lat. simĭla, simŭla. Inoltre, ai fini di una più precisa spiegazione del toponimo, si può pensare a una locuzione come domu ‘e símula, analoga all’altra domu ‘e farra «locale della macina del grano fatta girare da su molenti». Con la quale considerazione si può con verosimiglianza ritenere che praticamente Simula/Simala significasse «Molino»”.

La nascita del territorio è legata ai processi sedimentari marini miocenici rislaneti a oltre 20 milioni di anni fa ed è caratterizzato da un paesaggio rurale simile a quello attiguo della regione storica della «Marmilla» per la presenza di numerose colline arrotondate a forma di mammella, che delimitano piccole fertili valli coltivate, attraversate da ruscelli nei periodi invernali.

Le prime notizie storiche sul paese risalgono alla fine del secolo XI, quando i monaci Vittorini, provenienti da Marsiglia, ottennero la concessione della locale chiesa di S. Caterina di Alessandria, dal Giudice Costantino d’Arborea. Di quest’edificio s’ignora però la collocazione nel territorio comunale.

Durante il medioevo appartenne al giudicato di Arborea e fece parte della curatoria di Parte Montis. Alla caduta del giudicato entrò a far parte del Marchesato di Oristano e, alla definitiva sconfitta degli arborensi, passò sotto il dominio aragonese e fu incorporato nell’Incontrada di Parte Montis, divenendo un feudo dei Carroz,conti di Quirra.

Nel periodo fascista il comune divenne frazione di Gonnostramatza fino al 1947, quando riacquistò la sua autonomia amministrativa.

La toponomastica del paese ricorda la presenza di diverse chiesette anteriori al XVII secolo, di probabile origine bizantina: S. Luca, S. Saturnino, S. Giovanni, Santo Cristo, S. Vito, S. Maria, S. Alessandro P., S. Antioco, S. Caterina di Alessandria, tutte andate distrutte ma rintracciabili tramite i toponimi e qualche traccia di fondazione.

Nel territorio comunale erano presenti anche altri due villaggi di origine altomedievale che sono andati distrutti, quali: Pardu (sec. XIV – XV) e Gemussi (fine sec. XVII, inizi sec. XVIII).

La presenza ambientale piu rilevante è l´area che si trova ai margini del ruscello denominato Rio Mannu o Flumini Mannu, che attraversa tutto il terriorio comunale. Le antiche carte geografiche della Sardegna indicano questo corso d´ acqua come “Fiume Sacro” o Santo, all´interno di un vasto teritorio denominato “Area Sacra o Santa”, derivanti da aspetti religiosi e cerimoniali legati al culto delle acque.

La vicinanza del Monte Arci, ricco di giacimenti di ossidiana, ha consentito che nel periodo neolitico il territorio si popolasse di piccoli stanziamenti umani dediti all’estrazione e alla lavorazione di questa preziosissima roccia vulcanica, indicata come l’oro nero del neolitico.

L’ossidiana fu utilizzata per la creazione di armi e utensili esportati anche in diverse aree del mediterraneo e ha richiesto la creazione di diversi centri di raccolta e di lavorazione del materiale ancora individuabili nel territorio. Dello stesso periodo prenuragico (6000 a. C. – 1500 a. C.) è da rilevare la presenza di un’importante area sacra o di culto, intorno ad una roccia affiorante sul terreno, che doveva fungere da menhir, al confine con i comuni di Simala, Masullas e Gonnoscodina. Intorno a questi blocchi rocciosi dovevano svolgersi le cerimonie propiziatrici delle popolazioni locali legate alle civiltà agro – pastorali.

La presenza del culto dei morti è attestata da una probabile tomba dei giganti in località Piscina craba. Della civiltà nuragica (1500 a. C. – 230 a. C.) si ha testimonianza attraverso i ruderi di nuraghi monotorre (Gemussi, Is canabis de Gemussi, Motroxiu e Nigoba, Su sensu, Serra s’ollastu, I gruxis) e complessi (Is putzus, Su laccu longu, Nuracci) dei quali si scorgono alcune tracce.

Sono da evidenziare le tracce di alcuni abitati e di altri insediamenti del periodo romano (230 a. C. – 476 d. C.), quali: Gemussi, Sant’Uanni, Pirrotta, I Luas, Funtana Cabori, Santu Sadurru, Su piscaba, Terra prumu, Is putzus, I grumas e Buccargius.

I siti di Terra prumu, Is putzus, Buccargius e I grumas testimoniano che in quei luoghi si svolgeva un’intensa attività di estrazione, raccolta e lavorazione di metalli, testimoniata da tracce di pozze di lavaggio, residui di fonderia, come grumi di piombo e galena argentifera.

La testimonianza più rilevante del periodo, ancora sepolta, è la villa rustica romana di Gemussi, probabilmente dotata di un impianto termale, con mosaici a disegno geometrico ed altri motivi decorativi, situata nel territorio dell’omonimo distrutto villaggio, lungo il tracciato stradale che collegava le città romane di Neapolis e Uselis.

Un sito altrettanto significativo dell’evolversi della civiltà locale è il cimitero paleocristiano di Santu Sadurru (S. Saturnino) dove sono stati rinvenuti alcuni reperti con i simboli del cristianesimo nascente. Gran parte dei siti non sono visitabili.

La chiesa parrocchiale di Simala, dedicata a san Nicola, è un esempio singolare d’architettura religiosa sarda del ‘700, completa d’arredi marmorei e lignei dello stesso periodo. L’edificio è sorto nello stesso sito della chiesetta del periodo altomedievale che aveva subito numerose modifiche ed aggiunte fino alla metà del sec. XVIII, quando fu distrutta per far posto alla nuova chiesa.

Pur non essendo ancora conclusa, la chiesa fu consacrata nel 1777, da Mons. Giuseppe Maria Pilo, vescovo della diocesi di Usellus e Terralba.

La chiesa fu costruita ad imitazione del modello seicentesco delle cattedrali di Ales e Cagliari e conserva alcuni altari ed altri arredi marmorei, (vasca del fonte battesimale e acquasantiera) di gran pregio artistico, tipici esempi di scultura settecentesca di scuola piemontese e ligure, opere degli scultori G. B. Spazzi, S. Franco e della loro bottega cagliaritana che, in quell’epoca, operò nell’intera Sardegna. Gli altari lignei sono opera del maestro L. Gallo, mentre le sopraelevazioni di quelli del transetto sono da attribuire allo scultore A. Diana, che realizzò anche la bussola e la copertura del fonte battesimale, entrambe in castagno intagliato e policromato, di gran pregio artistico, tra le quali quelle di S. Raffaele Arcangelo, attribuite, insieme ad altre, al più importante scultore sardo del settecento, G. A. Lonis ed alla sua bottega Cagliaritana di Stampace.

Tra gli arredi sacri si annoverano alcune opere di argentieri sardi dei secc. XV, XVII, XVIII, XIX, paramenti sacri settecenteschi, tappeti  sardi  del  ‘700  e  dell’800  e  un  archivio  parrocchiale  con documenti che partono fin dal sec. XVII.