Rubrica: “La Sardegna dei Comuni” – Tadasuni

Ogni settimana raccontiamo la storia di un paese della Sardegna per far conoscere le sue particolarità, la sua storia, le sue bellezze e la sua comunità

di Antonio Tore

Tadasuni è un comune della provincia di Oristano di poco più di 100 abitanti e si trova nella regione storica del Guilcer a 180 metri sul livello del mare.

Lo storico Massimo Pittau afferma che “il nome Tadasuni significhi «cavallaro, buttero», derivando da un originario appellativo sardiano o protosardo *agasuni, che sarebbe imparentato col lat. Agaso, onis «cavallaro, servo di stalla, palafreniere». Quest’ultimo è di origine ignota ed è stato già prospettato come di origine etrusca. Ed infatti in etrusco sono attestati gli antroponimi Aczun, Aχsun che richiamano quello lat. Agaso,-onis. Si potrebbe dunque interpretare che in Sardegna esistesse l’appellativo sardiano o protosardo *agasuni «cavallaro, buttero» già prima che ve lo portassero i Romani nella forma di agasone. In tale modo si spiegherebbe anche il fatto che questo appellativo latino si sia conservato solamente in Sardegna: esso infatti si sarebbe fuso col sardiano *agasuni. Propriamente Tadasuni presenterebbe l’articolo determinativo sardiano agglutinato, derivando da ta *agasuni, per cui significherebbe propriamente «il cavallaro». Di fatto il nostro villaggio si trova in una zona – quella di Ghilarza e di Abbasanta – che da epoca molto antica risulta essersi specializzata nell’allevamento dei cavalli.”.

L’origine del toponimo è incerta, ma è interessante anche la proposta dello storico sardo Giovanni Spano secondo cui deriverebbe dalla parola semitica “Thet-ashàn”, vale a dire “casa ricca”.

I primi insediamenti nel territorio sono attribuibili al periodo neolitico e all’epoca nuragica, come testimonia la presenza nel territorio di alcuni nuraghi.

Nel periodo giudicale la Sardegna viene suddivisa in quattro regni autonomi, appunto i giudicati. Tadasuni faceva parte della curatoria del Guilcer, o Gilciber, detta più tardi Ozier Real, della quale fu capoluogo prima Abbasanta e poi Sedilo, posta nella porzione centro-settentrionale del giudicto di Arborea.

Con la fine del giudicato e l’avvento degli aragonesi, tutto il Gilciber e i territori della curatoria di Parte Barigadu vennero concessi in feudo a Valore di Ligia, un arborense che aveva tradito il giudice di Arborea Ugone III nel corso delle guerre tra Aragona ed Arborea.

Quando però Valore e suo figlio Bernardo si recarono a prendere possesso del feudo, vennero uccisi insieme alla loro scorta a Zuri dagli abitanti delle due contrade.

Nel 1435 il paese venne concesso in feudo dal re d’Aragona Alfonso V il Magnanimo a Galcerano de Requenses. Nel 1537 il feudo, che comprendeva anche i paesi di Sedilo, Boroneddu e Zuri, venne venduto da un nipote del Requenses alla famiglia dei Torresani, e nel 1566 venne elevato al rango di contea confermata agli stessi Torreani. Nel 1726, estinta la famiglia Torresani, il feudo passò al demanio del Regno di Sardegna, amministrato quindi direttamente da funzionari reali e non da signori feudali.

Nel 1737 la contea venne elevata a marchesato e concessa al canonico Francesco Solinas. Dal Solinas i feudi passarono ai Delitala che fissarono la residenza a Sedilo.

Nel 1839 il sistema feudale venne abolito e il paese fu riscattato agli ultimi feudatari, diventando un libero comune.

L’abitato si articola in una rete di strade su cui si affacciano caratteristiche abitazioni in pietra. Meritano particolare attenzione la chiesa intitolata a San Nicola di Bari, in stile neoclassico e costituita da conci di calcare scuro, e la chiesa di Santa Croce, edificata nel XVIII secolo.

La chiesa di San Nicola di Bari venne eretta verso la metà del XIX secolo in stile neoclassico, con conci di basalto scuro; ha una unica navata e conserva al suo interno una cinquecentesca Madonna di Boele e alcuni pezzi di argenteria tra cui un ostensorio in oro e argento risalente al XIX secolo. Dagli anni settanta del Novecento fino al 2009, la casa parrocchiale fu sede del “Museo degli Strumenti della Musica Popolare Sarda”, allestito dal parroco Giovanni Dore, esperto nelle tradizioni musicali sarde.

Il Museo degli strumenti musicali sardi custodisce preziosi pezzi della tradizione musicale sarda. Si tratta di una collezione costituita da circa 400 strumenti tra cui si distingue la “launedda”, strumento musicale melodico alimentato a fiato.

La raccolta comprende in gran parte strumenti specifici della tradizione sarda e di tipologie diverse, specialmente a fiato (launeddas, benas, pipiolos), nonché alcune ghitarras e qualche esemplare del rustico violoncello isolano (serraggia).

Tra gli strumenti più singolari c’è il trimpanu – detto anche skorriu – una sorta di tamburo che produce un suono quasi impercettibile all’orecchio dell’uomo, ma particolarmente fastidioso per gli animali. Usato un tempo per disturbare e fare imbizzarrire le cavalcature degli eserciti nemici, era utilizzato ancora non molti decenni fa dai banditi sardi che si davano alla macchia per infastidire i cavalli delle compagnie di carabinieri.

Oltre agli strumenti musicali, il museo ospita diverse armi da fuoco risalenti alla fine dell’Ottocento e alcuni pugnali.

Da ammirare anche un Crocefisso ligneo, un tempo conservato nella chiesa di santa Maria di Boele, sommersa dalle acque dell’Omodeo, la più affascinante attrazione turistica locale.

Il bacino, formato dallo sbarramento del fiume Tirso nel 1924, offre scorci panoramici suggestivi ed è ideale per rilassanti passeggiate ed esplorazioni delle sue acque in canoa. La vallata ricoperta d’acqua custodisce un tesoro archeologico: insediamenti nuragici e prenuragici stanno sott’acqua insieme a una foresta fossile pietrificata di circa 20 milioni di anni e al paesino di Zuri (abbandonato e ricostruito più in cima).

Alla storia si accompagna la bellezza naturalistica: il lago è circondato da altopiani basaltici, aspre montagne e vegetazione avvolgente: lecci, roverelle, olmi, pioppi e macchia mediterranea.