Rubrica: ”Una strada, un personaggio, una Storia” – Cagliari, via Tigellio

Ogni settimana parleremo di una strada raccontando la storia del personaggio a cui è dedicata. Si potranno scoprire così le persone, molte volte sconosciute, legate alla storia della Sardegna o Italiana tramite la loro biografia.

di Annalisa Pirastu

via Tigellio si trova nel quartiere di Stampace

Tigellio Ermogene, visse nel I secolo a.C.. Gli studiosi ipotizzano che Ermogene fosse il cognome e Tigellio il nome. L’abbinamento di un nome romano e un cognome greco fanno pensare che l’artista fosse un liberto, cioè uno schiavo legalmente affrancato dalla sua servitù. Il fatto poi che fosse un cantore rafforza l’ipotesi che fosse di origine greca perché tale professione era molto praticata dai greci e disprezzata invece dai romani. Sappiamo che Tigellio era sardo e amico di Giulio Cesare e che questo particolare scatenava la gelosia degli artisti dell’epoca.

La figura di questo poeta e musicista vissuto a Roma, ci viene tramandata da Orazio e Cicerone. Cicerone descrive il poeta in termini non lusinghieri, forse per il suo pregiudizio nei confronti dei sardi, che definiva ladroni con la mastruca, prepotenti, menzogneri e ignoranti, essendo incapaci di parlare un corretto latino. Cicerone descrive Tigellio come un pezzente che si atteggiava da signore. L’amicizia con Giulio Cesare poi, accerrimo rivale di Cicerone non contribuiva a farglielo amare. A ciò si aggiungeva il fatto che Tigellio aveva citato in giudizio Cicerone. Nelle sue lettere l’oratore chiama Tigellio uomo pestilenziale.

Da Orazio sappiamo che Tigellio morì tra il 40 e il 39 a.C a Roma. Lo descrive come un artista lunatico che cominciava a cantare improvvisamente e che viceversa si rifiutava di farlo quando richiesto. Si mescolava con persone di dubbia moralità come prostitute, maghi, ciarlatani e buffoni. Secondo la testimonianza di Orazio, il poeta sardo era eccentrico e incostante. Stava sveglio di notte e dormiva di giorno. Correva improvvisamente senza che nessuno lo seguisse, e a volte invece camminava in modo eccessivamente solenne. Amava il lusso sfrenato e spesso si trovava al verde però questo non gli causava problemi perché, secondo le stesse parole di Tigellio, poteva bastargli per vivere «un cucchiaio di sale fino e una veste, anche se rozza».

Malgrado questo quadro severo fornitoci da Orazio e Cicerone sappiamo che Tigellio aveva anche fama di uomo generoso. Malgrado Orazio descriva il suo funerale come uno spettacolo ridicolo e malinconico, il corteo era composto dalla folla variopinta dei personaggi di cui si circondava in vita, e che avevano beneficiato dei suoi aiuti.

Secondo alcuni studiosi inoltre, il musico sardo aveva animato, con la sua personalità istrionica la corte dei Cesari, ma aveva anche il merito probabilmente di aver introdotto a Roma il canto a tenore tipico sardo. Non si esclude che accompagnasse i suoi canti con le launeddas. Nessuna delle sue composizioni è arrivata fino a noi, ma sappiamo che la maggior parte dei suoi canti erano dedicati a Bacco.

Nel 1865 Pietro Martini pubblicò il contenuto di alcune pergamene che narravano la Vita di Tigellio ad opera di Sertorio. L’opera risultò falsa come fu evidente dalle Carte d’Arborea. Giovanni Spano, volendo andare a fondo alla questione, intraprese una campagna di scavi a Stampace, non lontano dall’Anfiteatro romano. Vennero alla luce le vestigia di un complesso edilizio, datato dalla fine del I sec. a.C. agli inizi del I sec. d.C., dell’antica città romana di Karalis. Lo Spano denominò impropriamente tale scoperta archeologica “villa di Tigellio”. E  così è conosciuta dalla maggior parte dei sardi.