Rubrica: “La Sardegna dei Comuni” – Villanova Truschedu

Ogni settimana raccontiamo la storia di un paese della Sardegna per far conoscere le sue particolarità, la sua storia, le sue bellezze e la sua comunità

di Antonio Tore

Villanova Truschedu è un comune con circa 300 abitanti della provincia di Oristano e si trova nella regione storica del Barigadu; confina con Fordongianus, Ollastra, Paulilatino e Zerfaliu.

Il nome viene fatto derivare, da alcuni studiosi, da Etruscula, villaggio fondato forse in età romana repubblicana, o più verosimilmente da truiscu, “pepe montano”, pianta erbacea che cresceva rigogliosa nelle colline che circondano il paesino, usata per pulire asini e cavalli.

Villanova Truschedu, scenario del romanzo di Flavio Soriga ‘Sardinia Blues’, si trova sulle rive del fiume Tirso.

Il centro storico, sorto attorno alla chiesa parrocchiale di sant’Andrea apostolo, è noto come Ruinas, a indicare le rovine di un villaggio di epoca romana, disposto lungo la strada che collegava Forum Traiani al Campidano e che rivestì uno strategico ruolo economico-militare.

L’edificio di culto più affascinante è il santuario di san Gemiliano, tardo-romanico, caratterizzato dalle muristenes o cumbessias, piccole case usate dai fedeli durante le novene per il santo, festeggiato a settembre, mentre il patrono sant’Andrea, è celebrato a fine novembre.

L’area fu abitata già nel Neolitico, in epoca nuragica, come confermano la presenza sul territorio di numerosi nuraghi.

Si possono visitare i complessi di San Gemiliano, Dominigu Porru, Zoppianu e, soprattutto, accanto al santuario di san Gemiliano, il maestoso nuraghe di santa Barbara, una struttura complessa con torre principale e corpo aggiunto, che contiene un cortile e una torre secondaria. Con quasi sette metri di diametro alla base, la camera della torre principale è una delle maggiori dell’Isola, mentre la camera di quella secondaria è contornata da una serie di feritoie.

L’insediamento nuragico è delimitato da una muraglia costruita con blocchi di grandi dimensioni, in massima parte occultata dal pietrame e dalla vegetazione, ma ancora riconoscibile in alcuni tratti. In mancanza di dati di scavo specifici, si può ritenere che essa (come i muri di delimitazione del vicino abitato nuragico di Pidighi a Solarussa) sia stata costruita nelle ultime fasi di vita dell’abitato nuragico, in tempi caratterizzati da una pressante esigenza di sicurezza, quando l’insediamento aveva raggiunto l’estensione definitiva. La muraglia ha andamento pressappoco ovoidale col nuraghe in posizione quasi centrale. Si calcola, quindi, che l’insediamento potesse ospitare circa 150 abitanti.

Il nuraghe Santa Barbara fu donato allo Stato agli inizi del XX secolo, ma la maggior parte del complesso archeologico è ancora di proprietà privata ed è pertanto sottoposto a vincolo di tutela.

Il nuraghe sorge sulla sommità della collinetta omonima, alla quota di 70 metri sul mare. I primi scavi archeologici furono eseguiti intorno al 1915 da Antonio Taramelli; nel 1991-92 la Soprintendenza Archeologica per le province di Cagliari e Oristano ha effettuato un accurato intervento di scavo e restauro e, infine, nel 2006 il Comune di Villanova Truschedu ha attivato un cantiere per agevolare l’accesso e per eseguire opere di sistemazione e valorizzazione.

Nella torre principale si può osservare la scala, che dal lato sinistro dell’andito sale verso la sommità dove si trovava la camera superiore, oggi interamente crollata. Giunta al livello della volta della camera inferiore, la scala incontra una probabile nicchia e cambia direzione, tornando sopra l’andito d’ingresso; qui si raccorda con un piccolo vano di servizio e infine riprende l’ascesa verso l’alto.

Lo scavo del 1991-92 ha posto in luce nel cortile un’ampia cavità della piattaforma rocciosa, che è stata ricolmata nel 2006 per ragioni di sicurezza. Nello scavo sono stati rinvenuti frammenti di vasi risalenti a diverse epoche, tra cui una brocca nuragica interamente ricomposta che sembra indicare un utilizzo della cavità come cisterna.

Durante il medioevo appartenne al Giudicato di Arborea e fece parte della curatoria di  Parte Barigadu. Nel 1420, Alla caduta del Giudicato entrò a far parte del marchesato di Oristano e, alla sconfitta di quest’ultimo passò sotto il dominio aragonese, ove divenne un feudo incorporato nell’Incontrada di Parte Barigadu.

Nel 1829, in epoca sabauda, fu dato in feudo alla famiglia Manca Ledà, che la unirono insieme a Fordongianus nella contea di San Placido. Fu riscattato all’ultimo feudatario, don Giacomo Manca Ledà conte di San Placido, nel 1839 con la soppressione del sistema feudale, per cui diventò un comune amministrato da un sindaco e da un consiglio comuna

La chiesa campestre dedicata a San Gemiliano è a navata unica, suddivisa in tre campate da pilastri e archi a tutto sesto con conci in trachite locale lasciati a vista. La zona absidale, coperta a botte, è di poco sollevata rispetto allo spazio circostante. E’ ancora presente un pregevole altare ligneo settecentesco. Le pareti interne della chiesa sono intonacate e semplicemente dipinte di bianco. La facciata di forma rettangolare presenta un portale sovrastato da una lunetta, incorniciato da elementi lapidei e un ampio rosone in pietra lavorata a motivo floreale. La facciata è chiusa superiormente da una cornice della stessa pietra con sovrastanti quattro merli, una croce centrale e un piccolo campanile a vela sul lato destro. La parte posteriore dell’edificio al suo esterno è caratterizzata da possenti contrafforti in muratura lapidea.