Rubrica: “La Sardegna dei Comuni” – Aritzo

Ogni settimana raccontiamo la storia di un paese della Sardegna per far conoscere le sue particolarità, la sua storia, le sue bellezze e la sua comunità

di Antonio Tore

Aritzo è un comune di circa 1.200 abitanti e si trova nella provincia di Nuoro, nell’antica regione della Barbagia di Belvì. Confina con Gadoni, Desulo, Seulo, Belvì, Meana Sardo, Laconi e Arzana.

Il toponimo, viene fatto risalire, in modo unanime, a quello dei ricci di castagno, pianta abbondante nell’area.

Proprio per questa caratteristica fin dal 1972 nel comune si organizza la “sagra delle castagne e delle nocciole”, che si tiene nell’ultimo fine settimana di ottobre, dove si contano quasi 50.000 visitatori nei 2 giorni festivi.

Aritzo sorge ad una altitudine di 800 metri sul livello del mare e proprio sui monti è stata praticata per cinque secoli un’attività che ha segnato la storia del paese: l’‘industria della neve’ (di cui Aritzo aveva ottenuto il monopolio dal fisco spagnolo).

La neve veniva raccolta nelle domos de nie (‘neviere’), profondi pozzi risalenti al XVII secolo, che si possono ammirare a Funtana Cungiada, a 1300 metri tra felci e ginepri, vicino alla chiesa di Santa Maria della Neve.

Sino a inizio Novecento, in estate, i niargios commerciavano blocchi di ghiaccio in tutta l’Isola e con essi preparavano “sa carapigna”, una specie di sorbetto al limone, celebre dolce locale, ancora oggi protagonista delle feste isolane e soprattutto di una sagra aritzese a metà agosto.

Aritzo è noto anche per le innumerevoli quantità di sorgenti presenti nel suo territorio: se ne contano oltre 1.000.

Nella parte nord del paese, vicino all’omonimo ruscello, si trova la fonte di ”IS ALINOS” (che letteralmente è il nome con cui vengono chiamti gli alberi di ontano) visitatissima sia per le proprietà diuretica delle sue acque che per la felice posizione panoramica.

La sorgente ”FUNTANA DE S. ANTONI”, invece, sgorga nella parte sud di Aritzo. La particolarità di queste acque consiste, oltre che per la sua leggerezza, anche per il fatto che sgorga con una temperatura di soli 7 gradi.

Lungo la passeggiata, subito dopo il castello Arangino,  si trova la fonte di ”SU ZURRU”.

All’interno dei parco comunale si trovano due sorgenti immerse nel verde: ”FUNTANA DE PASTISSU” e la ”FUNTANA DE SU MAMMAI”.

Incastonata in graniti, opportunamente dispost0, si trova ”FUNTANA ORRUBIA”, dalle acque particolarmente fresche e leggere.

In lontananza si può ammirare il tacco di ”TEXILE” dal quale recita la leggenda, S. Efisio predicò convertendo i barbarici alla religione cristiana. La conversione, pare, produsse il miracolo di trasformare gli sterpi ed i cespugli In boschi di castagne e nocciuole.

Al centro del paese si erge la chiesa parrocchiale di San Michele Arcangelo, la cui parte più antica risale all’anno mille. Un restauro del 1917 le ha conferito eleganza e maestosità, lasciando intatte le parti gotico-aragonesi (XIV-XV). All’interno custodisce una miriade di opere d’arte: dipinti, statue, organo settecentesco e altare in marmi policromi.

Sopra il portone d’ingresso si può vedere un dipinto di S. Michele Arcangelo, Santo a cui è stata dedicata la chiesa nel 1745. All’interno, sulla destra, si trova la cappella del Fonte Battesimale.

La cappella successiva è dedicata alla ”PlETA” gruppo scultoreo ligneo di notevole efficacia espressiva realizzato intorno ai VII secolo con gusto spagnolo.

Più avanti, la cappella è dedicata al ”ROSARIO”, dove vi si trova una grande tela del pittore aritzese Antonio Mura, del quale si ricordano anche alcuni suoi dipinti che si trovano nella Basilica di N.S. di Bonaria a Cagliari, nella quale sono raffigurati: la Beata Vergine , S. Domenico e Papa Giovanni XXIII attorniati da numerosi cherubini. Il Mura nella sua pittura amava raffigurare, quasi a testimonianza della religiosità degli aritzesi, i visi dei suoi compaesani.

Prima del presbiterio, si trova la cappella di S. Cristoforo. Il Santo è rappresentato con una statua (sec. XVIII) la cui altezza arriva a mt. 1,90, realizzata in legno policromo di finissima esecuzione. Venerato dai fedeli, S. Cristoforo veniva portato in processione per propiziare la pioggia. Il rito consisteva, oltre alle preghiere, nella immersione della statua nell’acqua.

Sul presbiterio l’altare maggiore in marmi policromi, opera di Domenico Franco, realizzato fra il 1914 ed il 1919. Nella nicchia centrale la statua di S. Michele Arcangelo titolare della chiesa. Sono visibili, in alto, sopra l’altare e soprattutto dietro nella zona del coro attualmente nascosta dall’altare, l’arco ed i capitelli a fregi dei XlV e XV secolo.

Nella navata di sinistra, nella cappella di S. Giuseppe, è presente un quadro raffigurante il Cristo sulla croce opera ugualmente del pittore Antonio Mura.

Di seguito  si trova la cappella intitolata a S. Francesco, nella quale si trova un quadro raffigurante S. Ignazio da Laconi e la capella del Sacro Cuore raffigurante il Cristo.

Per ultima la cappella di S. Antonio che ospita le tombe del mecenati A. Arangino e della moglie Marianna Vargiu De Arca i quali provvidero al restauro della chiesa. Nella sacrestia si trovano interessanti arredi lignei e l’organo del 1.700.

Oltre alla parrocchiale ad Aritzo si trovano anche la chiesa di Sant’Antonio di Padova e la chiesa di Santa Maria della Neve. Un tempo erano esistenti anche le Chiese di Sant’Antonio Abate e Santa Vitalia di cui rimane memoria solo in alcune immagini, mentre della chiesa di Sant’Antonio Abate rimangono dei pezzi dell’altare ligneo nel museo etnografico e alcuni pezzi architettonici custoditi gelosamente nei giardini delle case private.

Di notevole interesse storico-artistico sono alcuni elementi tardo gotici della chiesa parrocchiale di San Michele Arcangelo, che custodisce all’interno una statua secentesca di S. Cristoforo, una scultura lignea policroma di una Pietà del XVIII secolo una croce a stile d’argento del XV e diverse tele di Antonio Mura, apprezzato artista locale. Elemento di richiamo e anche l’altare ligneo dei XVII secolo della chiesetta S. Antonio da Padova.

Di fronte a San Michele, si possono raggiungere le seicentesche carceri spagnole, di massima sicurezza fino a metà XX secolo – dove furono detenuti anche ufficiali francesi di Napoleone – caratterizzate da un sottopassaggio detto “sa Bovida”.

Al giorno d’oggi le carceri sono ‘teatro’ di Bruxas, affascinante mostra su stregoneria, strumenti di tortura e sacra Inquisizione in Sardegna.

Di grande interesse è anche il museo etnografico della montagna sarda che, attraverso un patrimonio di abiti tradizionali, maschere, attrezzi artigiani e di cucina, ricostruisce la cultura agropastorale barbaricina.

Del Seicento è anche l’affascinante casa Devilla, nel centro storico, non lontana dal castello Arangino, costruito nel 1917 con pietra a vista, secondo modelli medioevali e nel  cui cortile interno venne ucciso il poeta Bachisio Sulis.

Aritzo basa la propria economia anche su pastorizia e artigianato, che prende forma dal legno dei suoi infiniti castagneti. Sos “maistos ‘e linna” producono famose cassepanche (cascie) e taglieri, secondo la tecnica dell’intaglio. Si possono ammirare diverse collezioni di cascie, adibite a conservazione di pane e biancheria.

Uno degli abiti più ammirati durante le sfilate religiose che si svolgono in tutta la Sardegna è proprio quello indossato dalle donne di Aritzo.

Nel dizionario Angius-Casalis così descrivono l’abito: “La versione più sfarzosa del costume di Aritzo, sfoggiata nelle occasioni particolari e in special modo per i matrimoni, era composta in primo luogo da sa camisa: una lunga camicia di lino o cotone finemente ricamata, aperta fino alla vita e chiusa solo dietro la nuca con un bottone. Il petto, is pettorras, veniva lavorato a devellas: con ricami a pieghettine, affiancate allo sfilato sardo con disegni di fiori – sa mosta ‘e s’orrosa – o di frutta – sa mosta ‘e s’àxina – di modo che le devellas risultassero ai lati e lo sfilato al centro. Il colletto, is perras de zugu, ha due asole, legate con un fiocco rosso, dove si fissano i bottoni in filigrana d’oro: is buttones de oro.

La composizione di fiocco e bottoni prende il nome di istella coronada. Le striscioline del collo e dei polsini – is pugnittos – vengono ricamate a parte e unite all’arricciatura. Le maniche sono cucite e arricciate direttamente al collo, mentre il polsino è talvolta lavorato a prefallu. Un altro elemento fondamentale del costume è su cosso: busto strettissimo, in broccato ricamato bianco e verde, senza maniche e chiuso davanti, sotto il seno, con un nastro di raso incrociato che passa in alcuni gancetti.

Su cosso è diviso in tre parti unite tra loro con un nastro che può essere di diversi colori, ed è ornato tutto intorno con seta colorata – sa fetta frignia – e con sa trina. Caratteristico è su cippone attrinau: giubbone in velluto scarlatto cucito con seta gialla, ornato sulle spalle con sa trina e con decorazioni dette su biccu de prama, realizzate col nastro. Su cippone è abbellito lungo i bordi con un nastro liscio di seta blu: su galò e presenta aperture ai gomiti e agli avambracci, dove la camicia esce a sbuffo.

I polsi sono chiusi da lacci – coldiolas – pendenti sul polsino e da bottoni d’argento. Affascinante è su sautzu, la gonna d’orbace rosso lunga fino ai piedi e stretta con dei lacci sui fianchi, sia davanti che dietro. In vita presenta un bordo – sa capiciola – che permette di allacciare la gonna ai lati. Su sautzu è ornato ai fianchi con ricami orizzontali – realizzati a ‘punto erba’ e s’ispighitta – e con fili di seta verde: su cordonitu; mentre in basso è orlato con nastro azzurro: su galò, cucito intorno con filo di seta giallo a punto de coldone.

Sotto e sopra, l’orlo presenta decorazioni come sa fetta frignia o su biccu de prama. Sulla gonna risalta sa cinta: grembiule a forma di parabola o lingua, in velluto rosso ricamato ai lati con un tessuto di seta fiorito detto fetta froria che può essere liscio – lisu – ossia senza decorazioni. Impreziosisce il costume su velu ‘e tullu: l’ampio scialle bianco di tulle finemente ricamato. Lo indossavano le spose o le ragazze molto giovani nelle grandi occasioni. Su velu ‘e tullu cinge completamente il viso e viene rigirato intorno al collo. Particolare è su cappucciu, il cappuccio in panno rosso o nero, che copriva il capo o le spalle come un velo monacale.

Le donne lo vestivano in segno di devozione e di penitenza nelle cerimonie religiose e nelle occasioni importanti. Lascia scoperto solo il viso e viene agganciato sotto il mento. Completa il costume s’isciallu: il copricapo di seta quadrato ricamato, usato al posto del cappuccio, piegato a triangolo e abbellito tutto intorno da frange e da un bellissimo disegno a fiori”.

L’area fu abitata fin dal periodo neolitico, come testimonia la presenza sul territorio di una tomba dei giganti e di alcune domus de janas. Divenne anche un centro punico: in regione Gedillau, infatti, furono trovati dei depositi con monete puniche e una tomba con oggetti in bronzo, ora custoditi nel museo archeologico di Cagliari.

Nel medioevo appartenne al Giudicato di Arborea e fece parte della curatoria della Barbagia di Meana. Alla caduta del giudicato, nel 1420 passò sotto il dominio aragonese, in seguito alla guerra sardo-catalana. Sotto gli aragonesi fu incorporato nella signoria della Barbagia di Belvì e vi rimase fino al 1840 quando fu riscattato agli ultimi feudatari per diventare un comune amministrato da un sindaco e da un consiglio comunale.