Rubrica: “La Sardegna dei Comuni” – Belvì

Ogni settimana raccontiamo la storia di un paese della Sardegna per far conoscere le sue particolarità, la sua storia, le sue bellezze e la sua comunità

di Antonio Tore

Belvì (Brebì in sardo) è un comune della Barbagia di Nuoro di circa 600 abitanti e confina con Aritzo, Desulo, Tonara, Meana Sardo, Atzara e Sorgono.

Non ci sono opinioni condivise sull’etimologia del nome di Belvì.

Secondo lo storico Massimo Pittau “la caduta dell’accento sull’ultima sillaba è una buona prova della matrice sardiana o protosarda del toponimo, proprio come in Azzanì, Barì, Bidoní, Senorbì, Soddì, Tortolí. Pur essendo sardiano il toponimo Belvì richiama il latino belva, bel(l)ua, cioè «belva, animale grosso e feroce» e in particolare «cinghiale».

E, prosegue Pittau: “Io dico che l’appellativo lat. belva, bel(l)ua, che veniva scritto anche velua, deriva dal vocabolo etrusco VELVA, si determina un triangolo: il toponimo sardiano o protosardo Belvì è un vocabolo fratello dell’etrusco VELVA, che a sua volta è padre del lat. Belva (la terminologia parentale ovviamente è qui usata soltanto con valore figurato). Il villaggio di Belvì dunque molto probabilmente trae la sua denominazione dalla particolare abbondanza di cinghiali nella zona, evidentemente favorita dalla fitta vegetazione che tuttora la caratterizza”.

Il paese è situato tra ovest, dove si trova la fine del lungo braccio calcareo dei tacchi, i cosiddetti “Tonneri” o “Mezeddos” ed est, in cui si erge la catena del Gennargentu, rocce composte da scisti molto antichi, fino ad arrivare alla vetta di punta La Marmora che raggiunge i 1834 metri s.l.m.

Belvì si trova tra folti boschi di noccioli, noci, castagni, roverelle, lecci e agrifogli, mentre l’abitato si trova nella costa del monte “Genna de Crobu”.

Da evidenziare anche la bella Valle de S’Iscara, che prende il nome dal fiume che la attraversa, ricca di frutteti, interessanti essenze arboree e noci secolari conserva ancora oggi scorci di grande suggestione.

Fra le specie faunistiche, grazie alla tutela e conservazione del territorio, sono presenti principalmente il cinghiale, la donnola, il corvo, l’astore, la volpe, il picchio, il verdone, la rondine, il colombaccio e la ghiandaia.

Nel territorio di Belvì sono presenti interessanti testimonianze del passato. Oltre a diversi utensili e ceramiche che risalgono ad un periodo che va dal Neolitico all’epoca romana, attestando quindi la presenza dell’uomo nell’area già da tempi molto antichi, sono numerose nei boschi che circondano il paese le domus de janas.

Nell’immaginario popolare, esseri fantastici abitano queste foreste: il Maschinganna, che spaventa chi vi si avventura, e le janas, che di giorno tessono nelle loro domus scavate nella roccia e di notte vagano per le selve.

Maschinganna è un personaggio invisibile e leggendario, abitatore dei boschi. Aveva la caratteristica di comportarsi a seconda del carattere della persona che incontrava. Nel caso di persone buone, egli poteva anche aiutarle facendo trovare del cibo, ad esempio. Nel caso di persone cattive, Maschinganna si divertiva a spaventarle con voci e suoni, maledizioni, ma anche luci, fiammelle e scintille. Questi erano spinti a scappare; la loro indole cattiva li faceva tornare sul luogo dell’incontro per vendicarsi, ma Maschinganna non si faceva mai trovare e al posto suo lasciava sempre della cenere o del fuocherello. Quando ad una persona sparivano degli oggetti nel bosco, i cattivi di indole accusavano Maschinganna, che non tardava a beffare costoro, facendo trovare sempre fumo al suo posto. Era un’essere indicativamente antropomorfo.

Altri esseri fantastici, che si trovano in tutto il territorio dell’isola, sono “is Giànas”, le piccole donne dalle straordinarie caratteristiche. Le loro abitazioni sono identificate nelle migliaia di piccole grotticelle “domos de gianas” (in realtà sepolture dell’età neolitica) sparse in tutta la Sardegna. Queste non si facevano mai vedere durante il giorno, ma uscivano la notte per fare festa e ballare, e per fare strani riti. Ce ne erano di buone e cattive. Si dice che di giorno tessano al telaio con fili d’oro, facendo tessuti che accumulano presso le loro abitazioni. Hanno delle unghie durissime e affilatissime che usano per scavare le abitazioni nella roccia.

Si usa paragonare le persone cattive a le “gianas” cattive, allora in lingua sarda si dice: “cussa est una giàna mala” (quella donna è una “giana” cattiva). Sono ricordate come esseri benevoli, ma la loro fama di esseri malevoli è stata incoraggiata dall’azione repressiva della Chiesa nei confronti delle divinità pagane abitatrici dei boschi.

Non mancano altre testimonianze preistoriche: la tomba di Giganti di Troculu, costruita con un vano funerario in blocchi di granito ed esedra con muro gradonato e, nell’altopiano su Pranu, il vasto complesso di Cuccuru Nolza con un nuraghe, costituito da mastio e bastione quadrilobato, e attorno un villaggio.

Per molto tempo il centro abitato di Belvì è stato poco esteso: le case erano anticamente costruite con pietre di scisto legate per lo più con fango, nonostante Belvì avesse una produzione non indifferente di calce, esportata in grandi quantità. Quasi tutte erano prive di cortile, ma erano dotate di un ballatoio di legno e piccole finestre.

Le strade, tipiche della montagna, erano strette e tortuose, irregolarmente lastricate e con ciottolate ricavate dai sentieri e dai residui delle fornaci della calce di “Intra montes” o dal letto asciutto del rio S’Isca.

Nel verde rigoglioso spiccano l’oasi Su de Maccioni, la punta Tonnai, la pineta di Pitz’e Pranu e la foresta di Uatzo, attraversata dal tratto settentrionale del Trenino Verde.

La ferrovia turistica fa tappa nella vecchia stazione di Belvì, per seguire poi una curva panoramica offrendo scorci sulle vallate attorno.

Un simbolo di Belvì sono i particolarissimi caschettes, dolci fatti a mano che, un tempo, erano riservati alle cerimonie (e sono considerati, infatti, i dolci della sposa).

La pasta violada (o violata) è una specie di pasta brisée (dal nome della lavorazione di un tipo di pasta francese), ma con lo strutto al posto del burro e la semola al posto della farina.

Questo dolce ha origini remote che risalgono al 1600, veniva presentato nelle occasioni più importanti della vita sociale della comunità, in particolare durante i matrimoni, quando veniva offerto dallo sposo alla sposa per omaggiarla, e durante le feste religiose più sentite dalla comunità.

Uno degli aspetti più importanti è la lavorazione, in particolare la sfoglia finissima che lo contiene e che dà al dolce quell’aspetto così unico e particolare. Tale sfoglia era fino a qualche decennio fa lavorata e stirata interamente a mano o con l’ausilio di un semplice mattarello, ottenuta così sottile e trasparente quasi per magia.

Ancora oggi gran parte della lavorazione si effettua a mano, quindi artigianalmente sebbene vi sia l’aiuto di macchine per la stiratura della sfoglia finissima. Vi sono diverse tesi circa la forma tipica del dolce alcuni la interpretano come il velo della sposa altri come una rosa e altri ancora come un semplice frutto della fantasia.

A Belvì si può visitare il museo di scienze naturali, dove ammirare circa mille minerali (delle miniere sarde) e 300 fossili, databili tra Paleozoico e Quaternario, aracnidi, coleotteri, imenotteri, lepidotteri della Sardegna e non solo (comprese farfalle esotiche), circa 400 specie di volatili sardi, tra cui rarissimi rapaci e 70 di mammiferi, 200 tipi di conchiglie marine, madrepore e crostacei. Il percorso è chiuso da anfibi, rettili e pesci e da una tartaruga ‘Caretta caretta’ gigante.

Ai primi di giugno si teneva la sagra delle ciliegie, insieme a una mostra d’artigianato, dove scoprire le arti di intaglio del legno e di lavorazione del ferro.

Nei secoli, a partire dal Neolitico, le comunità di Aritzo e Belvì si erano mescolate, agevolate non solo dalla loro vicinanza ma anche dalla strategica ubicazione che si protrae verso la vallata di “S’Iscara”, crocevia di scambi commerciali, tracciata ancora ad oggi, dall’antica ferrovia che aprì i due centri al mondo moderno.

E non è di certo un caso, se nel 1890, proprio nella stazione condivisa da belviesi e aritzesi, giunse il viaggiatore francese Gaston Vuillier che meglio di altri raccontò “l’essenza tra dirimpettai”, e un legame che passava già da allora non solo per le tradizioni popolari e il vissuto quotidiano, ma anche per le eccellenze della tavola

Di ritorno da una domenica di balli in piazza svoltisi a Belvì, Vuillier mostrò segni di apprezzamento per i “tradizionali maccarroni fumanti” gustati in un’osteria aritzese. Non un semplice aneddoto, raccolto tuttora nell’opera “Le isole dimenticate. La Sardegna”, ma l’esempio di un filo comune che porta alla cucina delle nonne, ancora ad oggi viva, malgrado i danni del progresso alimentare.

Una cucina povera ma genuina, dove i prodotti delle campagne, si fondevano fra loro, con presenze sporadiche di carne e dolci.

E nei pranzi e nelle cene, momento di unione per le famiglie dopo giornate di sfiancante lavoro, non mancavano di certo “Sa minestra e’ lampazzu” o “Su minestrone”: la prima frutto di un’ebollizione di erbe selvatiche con latte di pecora e pasta, il secondo, trionfo di ortaggi a chilometri zero.

(foto da facebook e sardegna digital library)