I racconti dei lettori: “Nina”

Pubblichiamo il primo dei racconti inviati dai nostri lettori. Oggi è il turno di “Nina” di Cristiana Majone

redazione

Quell’estate andavamo tutti i giorni a trovare la nonna, che ormai stava a letto tutto il tempo e aveva rari momenti di lucidità.

Io avevo otto anni e la ricordo come una bambola inerte e grinzosa, adagiata sui cuscini, con lo sguardo vitreo e la bocca aperta. Era quasi giunta alla fine del calvario che aveva segnato i suoi ultimi anni, privandola prima della capacità di muoversi, poi di parlare e infine di pensare.

Ricordo che nonno ci aspettava tutti i pomeriggi sul portone massiccio, dietro al quale si apriva il cortile ombreggiato da un nespolo. Era un uomo sottile e un po’ curvo, con la nuca segnata da una griglia di rughe profonde e una dentiera troppo grande per il suo immenso sorriso.

Portava i capelli lisci impomatati all’indietro, con una brillantina che gli conferiva un odore unico, profumo di nonno.

Affrontava la vita con la grazia canterina di un’allodola.
«Nonno» gli chiedevo mentre affondavo il cucchiaino nello yogurt alla fragola «Oggi Bianchina ha fatto l’uovo?»
«Chissà!» Rispondeva strizzando l’occhio «Andiamo a controllare.»
Infilavo la manina morbida nella sua, grande e nodosa, e insieme raggiungevamo il capanno in fondo al cortile, dove teneva qualche gallina e alcuni conigli. Faceva in modo che fossi io a trovare fra la paglia l’uovo appena deposto e mi insegnò a berlo ancora caldo, facendo due forellini alle estremità del guscio.

Non penso di averlo mai visto contrariato o incupito. Neanche in quei giorni di dolore e lutto.

Per gli adulti fu un’estate segnata dal tanfo della morte, ma io l’ho vissuta con l’inconsapevolezza dei bambini, aggirandomi per la casa campidanese come fosse un castello misterioso, tutto da esplorare.
C’era, a metà del porticato che si affacciava sul cortile, una porticina che avevo il divieto di aprire. I grandi dicevano che portava in una parte della casa abbandonata; la vicina, però, riuscì ad essere più incisiva: «Mi che c’è l’Uomo Nero che viene a prenderti!» Mi atterrì tanto da aver paura di passarci accanto; ma la curiosità prese presto il sopravvento e mi spinse a chiedere e a immaginare come fosse l’antro di quell’orco.
Un pomeriggio in cui gli adulti erano occupati nelle loro faccende, presi coraggio e varcai quella soglia.

Mi trovai su un pianerottolo buio, oltre il quale si arrampicava una scala stretta. La salii con le gambe molli di paura, sorreggendomi al corrimano di ferro.

Non so se temessi più la punizione, nel caso in cui mi avessero scoperto, o ciò che avrei trovato al piano di sopra.

La soffitta aveva il pavimento di legno, con le assi scheggiate che cigolavano sotto i piedi.

Al centro della stanza troneggiava un vecchio letto in ferro battuto, con il materasso di crine arrotolato sulla rete sfondata. Il resto dello spazio era occupato da libri accatastati in disordine, poltrone con il broccato strappato, uno specchio corroso dal tempo e altre carabattole.

Era tutto lì, osservai tranquillizzata. Nulla di cui spaventarsi. Anzi, poteva diventare il mio rifugio segreto.

Mi aggirai fra quei cimeli polverosi, alla ricerca di qualche tesoro dimenticato e venni attratta da un baule squadrato.

Dentro vi trovai la vecchia Olivetti del nonno, con la vernice nera scrostata in più punti, e un mazzo di fogli dattiloscritti.

Lessi il titolo sul frontespizio: “Nina”. Sotto c’era il nome del nonno.

Incuriosita, con lentezza di bambina, lessi a voce alta: “Nina attraversò la piazza polverosa, bilanciando sulla testa l’orcio colmo d’acqua…”

«Finalmente!»

Sussultai, facendo cadere i fogli dalle mani. Mi avevano beccata.

Mi voltai lentamente, pronta alle conseguenze per la mia disobbedienza, ma nella soffitta non era salito nessuno. Tesi l’orecchio.

«Non continui?»

Ancora quella voce. Sembrava venisse proprio da lì.

Mi guardai attorno e vidi nello specchio l’immagine sfocata di una ragazzina poco più grande di me.

Portava una gonna a pieghe fitte, lunga fino ai piedi. Sopra la camicia candida, il corpetto era chiuso da bottoni d’argento. Uno scialle ricamato le incorniciava il volto, mettendo in risalto gli occhi neri. Nel riflesso sembrava seduta sul letto, ma sul vecchio materasso di crine non c’era nessuno.

Indietreggiai travolgendo il baule e calpestando i fogli sparsi.
La ragazzina rise: «Itt’è? Atzicara ti sesi?»
Non capii e restai a guardare quel riflesso, immobilizzata dalla paura.
«Cumprendiu m’asi?»
Io, muta.
La ragazzina proseguì parlandomi come se venissi dalla luna: «Lo capisci il sardo?»
Scossi la testa impercettibilmente.
«Cessu cessu. Andausu beni!»
«Chi sei?» Chiesi con un filo di voce.
«Nina.»
«Quella del racconto?»
«Sissi.»
«Perchè sei lì?»
«Ah, no du sciu! Però, voglio sentire come finisce la storia.»
«Ma non è la tua?»
«Eja. Ma se non la leggi, io non esisto.»
Le sorrisi: «Ma io sono lenta.»
«Non importa, c’è tempo.»
La ragazzina si assestò meglio, facendo cigolare la rete del letto nel riflesso. «Allora, continui o no?»

La guardai incerta e lei mi esortò: «Ajò! Non ti mangio mica!»

Mi sedetti esitante su una poltrona strappata e, con la gola stretta per la paura e lo stupore, ripresi a leggere.

Sullo sfondo della piazza si stagliava la chiesa bianca di calcare, con il campanile tozzo e il portone di quercia. Nina si segnò la croce e proseguì svelta verso la casa dei suoi padroni…”

Andai avanti, facendomi trasportare in luoghi e tempi lontani; ma il racconto era incompiuto e, appena lessi l’ultima parola, anche la Nina nello specchio svanì.

Venni assalita da una sensazione di delusione e abbandono. Avevo perso la mia nuova amica e non sapevo come farla tornare.

Riposi il racconto e scesi dabbasso.

Durante la notte, la nonna ci lasciò e questo cambiò molte cose.
Non tornai più nella vecchia soffitta e per molti anni mi dimenticai della macchina per scrivere.

Tempo fa, però, mi tornò in mente e chiesi a mia madre come il nonno ne fosse venuto in possesso.

Mi raccontò che gliela regalarono durante la guerra. Era appartenuta a Ferdinando, un commilitone addetto alle cucine che veniva da Napoli. Lui e il nonno divennero amici e nelle lunghe ore trascorse insieme impararono a conoscersi a fondo.

Ferdinando aveva trovato la macchina per scrivere fra la roba usata esposta su una bancarella, in un mercato saturo di odori pungenti, stoffe colorate e gente che urlava con la voce e con le mani.

Se l’era portata al fronte per scrivere favole alla figlia, Nina.

La sera si sedeva sul bordo della branda, con macchina per scrivere su uno sgabello e, nella luce fioca della lampada a petrolio, batteva lentamente sui tasti.

Mentre scriveva, l’inchiostro si trasformava in arcobaleni, prati, e cieli azzurri.

Dipingeva con le parole un mondo colorato e giusto, senza violenza, né guerra.

Un giorno però l’uomo ricevette una notizia terribile, che lo gettò nello sconforto: la sua Nina era morta.

Da quel momento il giovane soldato si chiuse nel suo dolore e regalò la Olivetti al nonno: voleva disfarsi di tutto ciò che potesse ricordargli la figlia. Come se fosse possibile!

Anche quella guerra finì e nonno non rivide mai più l’amico di Napoli. A volte, quando lo assaliva la malinconia, si chiudeva nel suo studio con i ricordi belli e terribili di quei giorni al fronte. Allora lo si sentiva battere sui tasti, lentamente, come faceva Ferdinando: voleva scrivere un racconto per ricordare la loro amicizia.

«Ce l’ho ancora, sai, la macchina per scrivere» concluse mamma, con la voce che le tremava un po’. «Ma sono sicura che il nonno sarebbe felice di sapere che l’ho data a te.»

A casa aprii quel baule odoroso di muffa e ricordi. Dentro, oltre alla vecchia Olivetti trovai la storia di Nina.

Presi un foglio nuovo, bianchissimo rispetto agli altri, lo inserii nel rullo e continuai a scrivere il racconto da dove, tanti anni prima, il nonno lo aveva interrotto.

«E gi fiara ora!» fece Nina, sorridendo dallo specchio di camera mia.

di Cristiana Majone

(foto da Freepik – autore Wirestock)