Rubrica: “La Sardegna dei Comuni” – Bitti

Ogni settimana raccontiamo la storia di un paese della Sardegna per far conoscere le sue particolarità, la sua storia, le sue bellezze e la sua comunità

di Antonio Tore

Bitti (Bitzi in sardo) è un comune di circa 3.000 abitanti della provincia di Nuoro e si trova nella subregione storica della Barbagia. Confina con Alà dei Sardi, Buddusò, Lodè, Lula, Nule, Onani, Orune, Osidda e Padru.

Bitti si trova in una valle circondata dai colli di Sant’Elia, di monte Bannitu e di Buon Cammino.L’abitato, disposto ad anfiteatro, si è sviluppato intorno a un nucleo storico al cui centro è la chiesa di San Giorgio, e conserva le tipiche costruzioni in pietra.

Il paese prenderebbe il nome dal sardo sa bitta (cerbiatta). Secondo una leggenda, infatti, una cerbiatta venne uccisa da un cacciatore mentre si abbeverava in una fonte, l’attuale fontana de Su Cantaru all’interno del paese.

Il fatto viene richiamato anche da una poesia popolare di autore ignoto

 

«In sa untàna nostra
b ‘ana mortu una cherva
pro cussu bi nan Bithi
In sa untàna nostra
si su coro permìttimi
Tòrrami una risposta.
»

 

«Nella fontana nostra
hanno ucciso una cerva
per questo ci chiamano Bitti
Nella fontana nostra
se il cuore permette
rimandami una risposta.»

Secondo altri studiosi, invece, le origini del nome deriverebbero dal termine latino victi (“vinti”).

Le origini del paese risalgono alla preistoria. Il primo nucleo urbano, però, viene fatto risalire  all’epoca romana.

Un vasto altopiano granitico custodisce, immersa in un contesto ambientale di bosco di sughere e pittoreschi affioramenti rocciosi, una delle più suggestive stratificazioni monumentali prodotte dalla civiltà nuragica nel corso della sua storia millenaria: il complesso abitativo-cultuale di Romanzesu.

Il primo intervento esplorativo attuato nell’area di Romanzesu risale al 1919 a cura dell’allora Soprintendente alle Antichità della Sardegna Antonio Taramelli dopo il primo danneggiamento delle strutture murarie di un tempio a pozzo che  le prime notizie sulla presenza di strutture di epoca nuragica in questa località.

A partire dalla fine degli anni ’80, una serie di regolari campagne di scavo ha consentito di esplorare un ventesimo circa della vasta area insediativa riportando alla luce una decina di capanne e 5 monumentali edifici a destinazione cultuale e/o cerimoniale, tutti realizzati in granito locale.

L’abitato sorse nel corso del XVI sec. a.C. come un semplice aggregato di capanne attorno alla sorgente che verrà utilizzata più tardi dal tempio a pozzo e, accanto alla tipica capanna nuragica a pianta circolare, sono state ritrovati materiali ceramici della prima età del ferro (IX-VIII sec. a.C.).

A partire dal XIII sec. a.C., il villaggio di Romanzesu sembra conoscere un’intensa attività edilizia che si manifesta nella realizzazione di numerosi monumenti a destinazione cultuale: un tempio a pozzo per il culto delle acque con annesso uno straordinario allestimento gradonato funzionale per cerimonie collettive  che prevedevano, forse, abluzioni e rituali purificatori, due tempietti a pianta rettangolare del tipo cosiddetto a megaron, un grande recinto sub-ellittico con probabile percorso rituale e sacello centrale e un’altra struttura a pianta rettangolare associata a tre betili.

Quest’ultima, almeno in una fase di utilizzo interpretabile come monumentale ”luogo di sepoltura virtuale” dedicato al culto di un’entità ”eroica-semidivina”, ha restituito, oltre ad una deposizione votiva di armi in bronzo, quello che a tutt’oggi rappresenta per la Sardegna nuragica il più consistente singolo rinvenimento di perle d’ambra (135 elementi di collana integri e centinaia di frammenti).

Il monumento costituisce un sintomo della radicale trasformazione funzionale di ”Romanzesu” da comune villaggio in vero e proprio ”centro cerimoniale comunitario” di riferimento di un sistema insediativo strutturato su un territorio ampio.

A poca distanza dalla tomba di giganti di Guore, si trova la fontana di S’Eliche che in antichità rappresentava il punto più vicino per l’approvvigionamento idrico.

La tomba di giganti di Solle è situata ad una quota di m 800 s.l.m., in corrispondenza di un ampio dosso che si trova presso il fondovalle del fiume Tirso. Del monumento, realizzato in granito, si conservano parte dell’ingresso centrale ed il corpo del corridoio funerario.

Nella zona di Bitti si trovano tantissimi siti religiosi: Santu Jorgi (San Giorgio Martire), Sa Pietate (Madonna della Pietà), Sas Grassas (Madonna delle Grazie),  Santu Michelli (San Michele Arcangelo), Cumbentu (Chiesa di Santa Croce), Sant’Elia, Bonaera e Santa Tzigliana (Chiesa della Madonna di Bonaria e Santa Giuliana), Bonu Caminu (Madonna del Buon Cammino), Santu Juanne ‘e S’Ena (San Giovanni Battista), Santu Matzeu (San Matteo apostolo), S’Annossata (Santuario della SS. Madonna dell’Annunziata), Santa Maria ‘e Dure (Santa Maria), Babbu Mannu (SS. Trinità), Sant’Istevene ‘e Dure (Santo Stefano), Santa Luchia ‘e Dure (Santa Lucia), Santu Jorgeddu ‘e Dure (San Giorgio di Suelli), Sant’Antoni (Sant’Antonio da Padova), Sa Defessa (Madonna della Difesa), Su Meraculu (Santuario di Nostra Signora del Miracolo), Su Sarvatore (SS.mo Salvatore – Chiesa parrocchiale Gorofai), Sa ‘e Velitza (SS.mo Salvatore – Chiesa del cimitero).

Nel comune di Bitti ricade una gran parte del territorio del Parco naturale regionale di Tepilora, Sant’Anna e Rio Posada che ospita il colle di Tepilora, la foresta demaniale di Crastazza, parte della foresta demaniale di Sos Littos-Sas Tumbas e le cascate di S’Illiorai e di Sas Iapias.

L’attività prevalente è l’allevamento ovino: nel paese operano infatti circa 150 aziende zootecniche.

Abbondante è anche la produzione lattiero-casearia, in particolare del formaggio pecorino, e del pane carasatu, che viene venduto non solo in Sardegna, ma anche nella Penisola e all’estero.

La produzione tradizione è raccontata nel museo della Civiltà contadina e pastorale, allestito in una casa padronale nel centro del paese.

Una sua sezione, il museo multimediale del canto a Tenore, è destinata all’arte del canto polifonico sardo che ha reso Bitti famoso nel mondo: è il luogo dove meglio è conservata una memoria atavica, la più viva testimonianza delle radici arcaiche della cultura sarda, tramandata da secoli da padre in figlio e legata alla poesia d’improvvisazione, che descrive momenti di vita agricola, pastorale e artigianale. L’importanza del canto è stata riconosciuta a livello internazionale con l’inserimento da parte dell’Unesco nel patrimonio intangibile dell’Umanità.

Importante è anche la produzione artigianale di tappeti tessuti con il caratteristico telaio verticale, di ceramiche artistiche e la lavorazione del ferro e del legno.

(foto Comune di Bitti, Facebook, Wikipedia)