I racconti dei lettori: “Nella pancia della balena”

Prosegue la pubblicazione dei racconti inviati dai nostri lettori. Oggi è il turno di “Nella pancia della balena” di Cristiana Majone

redazione

 

11 Ottobre

Stamattina sono tornata a S’Archittu.
C’era aria di burrasca: il vento sollevava le onde schiantandole contro le rocce e colonne di spuma rabbiosa si accavallavano, subito risucchiate dalla corrente in mulinelli scuri.
Un mare così fa paura. Si sentiva la sua ira ruggire contro il cielo compatto e masticare sassi sputandoli sulla spiaggia deserta.
Folate come sberle scarmigliavano i capelli e i cespugli di lentischio, sibilando attraverso le fenditure della scogliera.
Oltre l’arco di calcare, cielo e mare si confondevano nel medesimo acciaio.

Stavo immobile nel maestrale, squassata da quel fragore, con i pensieri alla deriva, sbattuti come le vele strappate di una zattera.
Sono andata lì per cercarti. Prima non ne avevo la forza, ma ultimamente il bisogno di sentire la tua voce si è fatto urgenza.
Era una domenica di vento come oggi. Stavo a casa, dai miei, e aiutavo mamma a preparare panadas.
Verso le cinque arrivarono le prime voci, le smentite, le telefonate e infine i carabinieri sulla porta, con la conferma di quell’enormità: «Ci dispiace, signorina: Pietro ha avuto un incidente.»
Salivate sull’arco da quando eravate pitzinnos. Avrete fatto centinaia di tuffi da quella roccia, con i piedi graffiati e la pelle bianca di salsedine. Tu, Nanni, Tore e Sandro.
Conoscevate ogni passaggio scivoloso, gli spuntoni, la profondità delle acque, le correnti.
Cosa è successo quel giorno? Perché ci siete andati, tu e Tore? Non era la giornata giusta, con quel vento teso e i cavalloni. Che modo idiota di morire.

Eri il più bravo di tutti, il più bello, il più balente. Il più azzardato.
Il mare ti ha abbracciato stretto, come facevo io, levandoti il respiro. Ma poi non ti ha lasciato più. Sono rimaste solo le scarpe sulla roccia e il tuo ultimo messaggio sul telefono: passo a prenderti dopo cena.
Ho passato questo tempo come una sonnambula.
Tore mi è stato vicino, anche lui devastato dal dolore. Mi è rimasto accanto anche dopo, quando mi ha preso una mano, mi ha scostato i capelli dal viso e mi ha baciato.
Ora si parla di matrimonio, ma io non sono sicura. Volevo parlarne con te, Pedru meu.
Lo conosci, Tore. E’ un bravo ragazzo, ma quando è con il gruppo esagera. Dice che gli altri non devono guardarmi.

Non lo fa con cattiveria, ma è capitato un paio di volte che dopo aver bevuto qualche bicchiere di troppo se la sia presa con me. Sono sciocchezze, bisticci di nessun peso. Lo so che mi vuole bene.
L’altra sera però è volato uno schiaffo forte. Ho perso l’equilibrio e sono caduta sbattendo il fianco. Un livido. Nulla di più. Ma quello schiaffo brucia ancora.
E’ per questo che sono venuta da te, Pedru meu. Aspettavo la tua voce nel vento, per capire. Mi bastava una sola parola. Un sì o un no.
E invece, stamattina, mi hai mandato quel vecchio.
E’ arrivato dal vialetto lastricato sul belvedere, usando un ramo nodoso per accompagnare i suoi passi. Aveva la giacca di velluto a coste dei pastori, sa berritta ben calzata per resistere al vento teso e uno zaino in spalla. Passandomi accanto ha fatto un breve movimento del capo, per salutare.
Mi ha sorpassato, ma poco dopo si è fermato, colto da un ripensamento.
«Tutto bene, signorina?» Ha chiesto. «Le serve aiuto?»
«No, grazie. Sto bene.»
«Guardi che qui fra poco ne viene il finimondo. Le conviene tornare a casa.»
«Grazie. Fra poco vado.»
E’ restato in silenzio qualche istante, a guardarmi. Poi ha fatto per muoversi, ma invece mi ha chiesto: «Come mai è venuta qui? Non è più stagione di mare e non è un posto sicuro, questo, sa?»
«Lo so bene.» ho detto io. «Lo so bene. Ero qui per ascoltare il vento.»
«E cosa sente nel vento?» Ma già conosceva la risposta e, al silenzio dei miei occhi, ha obiettato: «Non faccia pensieri tristi, che non è ancora tempo per lei. E’ solo una pitzinna!»
Ho scosso la testa. «No, certo.» E poi: «Lei conosceva Pedru Canu?»
«Sissi. Che già lo conoscevo.»
«Dovevamo sposarci.»
Il vecchio ha annuito e si è seduto accanto a me, come se sapesse tutto e mi fosse vicino da sempre. Come un nonno.
Sono trascorsi lunghi minuti, riempiti dal furore instancabile del mare, mentre ci stringevamo nelle giacche e nel silenzio dei nostri pensieri.
Ha asciugato una lacrima dal mio viso col pollice ruvido e ha detto: «Se sta cercando a Pedru, non doveva venire qui.»
L’ho guardato interrogativa e lui si è spiegato, indicando il promontorio bianco sormontato dalla torre aragonese, al di là del piccolo golfo.
«La voce di chi si è perso nel mare la può sentire nella pancia della balena, a Torre del Pozzo.»
Feci spallucce «E’ solo una leggenda.»
«Le leggende spiegano l’inspiegabile. Altrimenti nessuno le racconterebbe.»
Si è alzato, salutandomi con lo stesso movimento del capo di quando è arrivato, ed è andato via, poggiandosi sul bastone, con la giacca di velluto frustata dalle folate.

14 Ottobre

Oggi sono stata sul promontorio della balena, per cercare la tua voce, come ha detto il vecchio.
O almeno per inseguire nel maestrale il ricordo di te.
Il vento era ancora molto forte, ma il cielo era stato spazzato per bene e le rare nuvole bianche erano lunghe pennellate nel blu, parallele all’orizzonte.
Camminando a fatica sul calcare corroso e butterato sono arrivata fino al pozzo.
Nei giorni di burrasca come questi il mare risale dalle caverne scavate nel ventre di roccia e scarica la propria energia in alte colonne di spuma bianca, come lo sfiatatoio sulla schiena di un cetaceo immoto.
Sopra di me un gabbiano che si lasciava trasportare dalla corrente, d’improvviso ha chiuso le ali, tuffandosi in mare fra garriti striduli. E’ emerso subito dopo con la preda che ancora si agitava nel becco.

In fondo, bianco sull’orizzonte, un traghetto dirigeva verso sud.
Mi sono seduta vicino al pozzo, dove il fragore del mare copriva ogni suono. Si caricava in un risucchio prolungato per poi esplodere dal sifone con potenza, inondando la roccia priva di vegetazione.
Qualche granchio rossastro, portato lì dagli spruzzi, si aggirava disorientato fra i piccoli crateri di calcare chiedendosi, forse, come fosse atterrato su quella luna.
Ho provato a chiamarti, urlando il tuo nome e implorando il dio del mare di rendermi almeno la tua voce. Non ho ottenuto altra risposta che il frastuono ritmico nel pozzo e lo stridio dei gabbiani.
Lì non ti avrei trovato.
Stavo per andarmene, quando sono stata inzuppata da un’ondata più potente, che insieme all’acqua ha trasportato piccoli sassi, conchiglie e alghe strappate dal fondo.
Proprio accanto ai miei piedi qualcosa luccicava. Mi sono chinata, credendo si trattasse di un frammento di madreperla, ma fra le mani mi sono ritrovata una catenella d’argento, con la targhetta consumata dal mare, appena leggibile: Pietro e Nives.
Era il bracciale che ti regalai per il nostro primo anniversario.
Ero emozionata e frastornata. Sono corsa via di lì, con il mio tesoro stretto in pugno.
Mi sono precipitata da Michele, il nostro amico carabiniere, per raccontargli la mia scoperta.

Farà il possibile per riaprire il caso e cercarti là sotto, come Pinocchio, nella pancia della balena.

21 Giugno

Sono passati otto mesi da quando ho trovato il bracciale.

Adesso vivo a Roma, da sola.
Ti hanno trovato, Pedru meu, proprio dove diceva il vecchio, intrappolato dalle correnti nelle caverne sotto Torre del Pozzo.
E’ venuto fuori che non sei morto a causa del tuffo.
Qualcuno ti ha reciso il collo con una furia tale da incidere una vertebra cervicale. Hanno detto che il colpo inferto era compatibile con una lama liscia, corta, robusta.
Hanno esaminato il coltello a serramanico di Tore, l’unico che quel giorno era con te.
Non c’è stato neanche il tempo perché arrivassero i risultati della scientifica.
E’ crollato, ammettendo di averti ucciso lui.
Dice di averlo fatto per amore; di averlo fatto per me.