Rubrica: “La Sardegna dei Comuni” – Borore

Ogni settimana raccontiamo la storia di un paese della Sardegna per far conoscere le sue particolarità, la sua storia, le sue bellezze e la sua comunità

di Antonio Tore

Borore (Bòrore in sardo) è un comune di circa 2.000 abitanti della provincia di Nuoro che si trova a 400 metri sul livello del mare ai piedi della catena montuosa del  Marghine. Confina con Macomer, Birori, Aidomaggiore, Dualchi, Norbello, Santu Lussurgiu e Scano di Montiferro.

Il nome Borore, secondo la tesi più diffusa, sarebbe di derivazione fenicia (bor-hon), dall’unione tra bor (fonte, sorgente) e hon (ricchezza, abbondanza). In questo senso, il significato di bòrone sarebbe “terra ricca d’acqua/sorgenti”.

È anche conosciuto come il paese delle tombe dei giganti perché nel territorio se ne contano ben otto, tra cui la famosa tomba di Imbertighe, ma sono presenti anche anche domus de janas, dolmen e menhir.

La tomba di giganti di Imbertighe si trova fuori dall’abitato di Borore, tra le località Su fangarzu e Giunchedu. Essa fu definita dall’archeologo Giovanni Pinzacome «il prospetto del più bel sepolcro di giganti che si conosce in Sardegna». La monumentale stele è alta 3,65 metri, composta di tre filari di conci, che rendono ancora perfettamente la pianta della sepoltura e il tipo di costruzione.

Borore è conosciuto anche come il “paese dal vino più antico del mondo” per il fatto che nella zona furono scoperti numerosi vinaccioli databili al 1200 a.C.

La scoperta, oltre a dimostrare che le popolazioni nuragiche coltivavano la vite e producevano vino, ha permesso di capire che il “cannonau, che fino a oggi si pensava fosse stato importato dalla Spagna, è di una varietà diversa da quella iberica e potrebbe, quindi, essere nato in Sardegna.

Le scoperte sui vinaccioli sardi fanno modificare le teorie secondo le quali la vite, nata nell’area del Caucaso e della Mesopotamia, venne trasferita progressivamente in Anatolia ed Egitto, passando poi nelle isole egee e nel resto d’Europa e infine, grazie ai Fenici, arrivò nel Mediterraneo Occidentale e in Sardegna. Oggi, invece,con le recenti scoperte archeologiche, si può affermare con certezza che quando arrivarono i Fenici, la coltivazione del vitigno era già conosciuta in Sardegna.

Nel territorio di Borore possono essere visitati numerosi nuraghi tra cui si possono citare quelli di Porcarzos, Toscono, Bighinzone, Craba, Oschera, Duos Nuraghes, Figu, Columbos , Cherbos, Tresnuraghes, Imbertighe, Pischedda, Uore, Suerzu, S’Infurcadu, S’Istrampu, Magossula, San Sergio, Urpes, Ludrau, Busaggione, Interenas, Paule Nivazzi, Casas, Pedru Feghe, Mura sa figu, Padrulazzu, Interenas, Arghentu, Albu.

Tra le domus de janas si evidenziano:  Ortigosu, Preitza, Preitza II, Mura ‘e pungas, Putzu, Serbine, Tannara, mentre i dolmen più conosciuti sono: Muttianu, Giuanne Pedraghe, Arghentu, Serbine, Serbine II, Sa mata ‘e sa ‘ide, Pedra in cuccuru,

I menhir conosciuti sono Busola, Putzu e le tombe dei giganti Imbertighe, Santu Bainzu, Figu, Uore, Su ‘acchileddu (due tombe), Su Norbanu, Giuanne Pedraghe, Sa mata ‘e sa ‘ide.

Il complesso nuragico Duos Nuraghes, unico nel suo genere, è formato da due torri distanti una decina di metri circa l’una dall’altra, circondate da un vasto villaggio di capanne, scoperte in occasione delle campagne di scavo condotte da archeologi americani. La più antica è la torre Sud, dove sono stati trovati 14 livelli di depositi culturali, il più profondo e quindi più antico dei quali, che data l’intera torre, risale secondo le analisi al 2000 a.C. circa.

In prossimità della chiesetta di Santu Bainzu, a un chilometro circa dall’abitato di Borore e a poche decine di metri dal nuraghe Toscono e Porcarzos, si trova la tomba dei giganti di Santu Bainzu.

La grande e imponente stele conserva ancora immutato il suo fascino anche se ormai priva quasi interamente della cornice che è presente solo nella parte superiore. Un’immagine del perfetto stato originario della tomba dei giganti di Santu Bainzu, risalente a fine ‘800, è pubblicata nella raccolta fotografica “Immagini dal passato. La Sardegna archeologica di fine Ottocento nelle fotografie inedite del padre domenicano inglese Peter Paul Mackey”.

La tomba dei giganti di Figu si caratterizza per la bellissima stele in basalto spezzata in verticale, alta 3,90 metri, mentre la tomba Uore, a differenza delle altre, si caratterizza per avere la stele bilitica, ossia composta da due blocchi di pietra.

Il territorio fu intensamente abitato fin dall’antichità sia per la fertilità del terreno e la buona presenza d’acqua sia perché luogo di passaggio obbligato fra settentrione e meridione dell’Isola.

Secondo una leggenda orale che viene tramandata, le prime abitazioni che diedero vita a Borore furono edificate nei pressi del sito de Sa Crèsia Etza da Bore Istene, un pastore originario però di Birori, dove vi edificò la sua pinnetta, attualmente in corrispondenza dell’omonima via a lui dedicata.

Appartenne al giudicato di Torres con il nome di Gorore. Alla caduta del giudicato passò al giudicato di Arborea e, successivamente, al dominio aragonese. Sotto questi ultimi formò un feudo annesso al marchesato del Marghine, di cui furono signori prima i Pimentel e poi i Tellez-Giron, ai quali fu riscattato nel 1839 con l’abolizione del sistema feudale.

Nel 1919, subito dopo il primo conflitto mondiale, i Ministero della Guerra costruì a Borore uno dei primi campi di aviazione in Sardegna (assieme a quelli di Cagliari-Monserrato e Sassari), dove avviare in via sperimentale il servizio aeropostale giornaliero.

Alla vigilia della seconda guerra mondiale, il campo di aviazione di Borore venne destinato ad accogliere l’attività aerea della RUNA (Reale unione nazionale aeronautica). Nel 1943 il campo fu costantemente presidiato dai militari italiani, ma non ospitò reparti operativi, ospitando temporaneamente velivoli italiani e tedeschi. Solamente nel 1996 il terreno passò definitivamente al Comune.

Nel recente passato l’economia locale era basata sulla cerealicoltura e Borore fu, per molto tempo il granaio del territorio. Di notevole importanza è l’allevamento ovino, bovino ed equino e la produzione del formaggio, che viene commercializzato in diversi centri dell’Isola.

Nel paese è presente la Chiesa parrocchiale della Beata Vergine Assunta, costruita nel XVII secolo, al cui interno si possono ammirare i quattro evangelisti (Marco, Matteo, Giovanni e Luca) dipinti nel 1895, mentre nella cappella dedicata a sant’Antonio Abate si trova un altare ligneo in stile barocco risalente al XVIII secolo.

Nella chiesa possono essere ammirati anche alcuni dipinti di notevole valore storico, del XVI secolo, raffiguranti San Lussorio martire, dove appare la prima raffigurazione pittorica del costume sardo.

Altra chiesa all’interno del centro abitato è la chiesa della Madonna del Carmelo, che custodisce le statue lignee della Madonna e del Cristo morto.

La chiesa di San Lussorio, costruita nel XVIII secolo, presenta al suo interno alcuni dipinti di notevole interesse, che raffigurano i costumi tradizionali sardi. La chiesa è circondata dai tradizionali muristenes, piccoli edifici in cui dimorano i fedeli per la durata della festa durante il novenario. In occasione della processione, durante la quale la popolazione accompagna la statua del santo dalla chiesa parrocchiale della Beata Vergine Assunta alla chiesa campestre, i cavalieri gareggiano in una piccola “Ardia” attorno al santuario, facendo tre giri in senso antiorario.

Un’altra chiesa campestre, lungo la strada che collega Borore a Dualchi, è quella di san Gavino, Santu Bainzu, a cui è dedicata la seconda ricorrenza tradizionale del paese.

Altre strutture del centro abitato di un certo interesse sono rappresentate dalla casa Delogu, affacciata nella piazza centrale, così conosciuta perché di proprietà della famiglia Delogu, che rappresenta uno degli edifici di maggior pregio architettonico del paese;

l’ex monte granatico, detto “Sa Piedade”, struttura interamente realizzata in pietra, nel centro storico, di interesse storico-artistico: l’edificio è stato uno dei numerosi depositi di grano, diffusi in tutti i centri dell’isola, a partire dai primi del ‘700, con l’istituzione del Credito agrario e rappresenta, per forme, proporzioni e tecniche costruttive, una testimonianza dell’edilizia minore del centro del Marghine.

Dal punto di vista paesaggistico, naturalistico e archeologico, è degno di nota il Monte di Sant’Antonio, caratterizzato per la presenza arborea di sughere), roverelle, lecci e agrifogli e di varie specie di uccelli come l’Astore Sardo, lo Sparviere, il Barbagianni, il Picchio rosso maggiore, lo Scricciolo, il Pigliamosche), la Cincia Mora), la Cinciallegra, la Ghiandaia), lo Zigolo Nero.

Borore si è contraddistinto sia per la tradizione della poesia estemporanea sarda, che si svolgeva attraverso delle vere e proprie gare di improvvisazione dai palchi allestiti per le feste patronali, sia per la ‘poesia di meditazione’, scritta a tavolino.

A Borore è ospitato il Museo del Pane Rituale, che raccoglie una selezione di pani tradizionali e pani delle feste di vari paesi della Sardegna. Il Museo ospita annualmente il concorso di panificazione artistica “sa coccoi pintada”.

Tra le esposizioni dei pani rituali, di particolare interesse sono la sala dei pani del ciclo pasquale (pani con l’uovo, pani che riproducono le varie fasi della passione di Cristo, Su Lazzaru, ecc.); l’esposizione dei pani del ciclo dell’anno, che ospita i pani legati alle festività calendariali e agrarie (come il Capodanno e la trebbiatura); le feste dei santi patroni e dei santi guaritori (pani di san Marco, santa Rita, Sant’Antonio, san Filippo, ecc.);

La sala dei pani del ciclo della vita raccolti i pani che tradizionalmente accompagnavano o accompagnano le tappe di passaggio della vita dell’uomo: la nascita (pani dell’infanzia), il matrimonio (pani dei fidanzati e degli sposi) e la morte (pani per la commemorazione dei morti).

Lo spazio dei pani processionali, preparati o addobbati per essere esposti anche nei momenti processionali delle varie feste religiose.