Rubrica: “La Sardegna dei Comuni” – Gadoni

Ogni settimana raccontiamo la storia di un paese della Sardegna per far conoscere le sue particolarità, la sua storia, le sue bellezze naturali e la sua comunità

di Antonio Tore

Gadoni (Adòni in sardo) è un comune della provincia di Nuoro di circa 700 abitanti e si trova nella antica regione della Barbagia di Belvì. Confina con Aritzo, Seulo, Laconi e Villanova Tulo.

Secondo lo storico Pittau il toponimo, probabilmente, corrisponderebbe al fitonimo o nome di pianta: catone, cadone, cadoni, codone, qadone «farinaccio», «bieta grappolina», «mercorella, erba puzzolona». Se questa derivazione fosse esatta, sempre secondo Pittau, si deve concludere che il villaggio ha derivato la sua denominazione dalla particolare abbondanza, in origine, della citata pianta nel sito in cui esso è sorto.

Una costante tradizione popolare, invece, farebbe derivare il toponimo da un pastore o latitante di Arzana di nome Cadoni, il quale nella prima metà del secolo XV, sarebbe venuto a cercare rifugio per sè e per il suo bestiame nella località detta Mammatulu, che aveva due sbocchi di comunicazione: primo Gennaentu, verso il Sarcidano, il secondo Arzanadolu, che conduce al Gennargentu. Secondo altri la denominazione di Gadoni sarebbe derivata dalle risposte del pastore arzanese ai suoi conterranei, risposte riguardanti il buono stato del suo bestiame. Nella nuova residenza il pastore rispondeva:” Gaudiu onu” cioè ”godo di buona fortuna”. La frase locale è ancora in uso.

Il paese passa dall’altopiano detto di “Corongia” (molto simile alla notissima Giara di Gesturi) alla valle del Flumendosa che attraversa la base del Gennargentu, con spettacolari canyon e cascate continue e laghetti immersi nella natura, al monte “Sa Scova” dal paesaggio quasi lunare presente sulla sua gobba superiore, per non parlare della zona Mineraria oggi ristrutturata e sede di un interessantissimo museo geominerario.

La località fu abitata sia in epoca prenuragica che nuragica, mentre in epoca romana faceva parte di quella regione chiamata Barbaria (Barbagia) che non fu mai totalmente romanizzata.

Gadoni apparteneva a una di quelle regioni montagnose abitata da popolazioni difficilmente controllabili, che i Romani chiamavano con il nome di Barbaria, divisa in Barbagia di Seulo, di Belvì e di Ollolai.

Con i Galilensi (abitanti dell’attuale Gallura) si riunivano i fieri montanari delle due prime Barbagie e insieme esercitavano violente scorrerie nei territori ricchi e coltivati, prossime alle città romanizzate del piano.

Se ne ha conferma in un documento importantissimo dell’Imperatore Ottone, dell’anno 69 d.c. Nella tavola di bronzo rinvenuta nel territorio di Esterzili, fra il Sarcidano e la Barbagia di Seulo, ora conservata nel Museo archeologico di Sassari, è riportato il decreto del magistrato Romano, il pro console L. Elvio Agrippa, il quale impose solennemente agli abitanti della montagna, specie ai galilensi, di ritirarsi dal territorio che essi avevano invaso.

Delle loro antiche abitazioni si possono trovare testimonianza nei ruderi ancora sparsi intorno a Gadoni e denominati Bidonì, Biddiscana, Olzai e specialmente Bidda Arisone col suo ricco materiale archeologico di stoviglie, di armi, anelli di macine a mano e pezzi di ferro lavorato.

L’attività estrattiva del rame presso la miniera di Funtana Raminosa risale probabilmente all’epoca nuragica, come sembrerebbe testimoniare il ritrovamento di alcuni utensili ora conservati nel museo archeologico nazionale di Cagliari e si protrasse fino al 1980.

Durante il medioevo appartenne al Giudicato di Arborea e fece parte della curatoria di Meana Barbagia di Meana fino al XIV secolo quando fu unito alla curatoria del Mandrolisai.

Alla caduta del giudicato passò sotto il governo del Marchesato di Oristano e, alla sconfitta di quest’ultimo, passò sotto il dominio aragonese, dove fece parte della signoria della Barbagia di Belvì.

Nel 1768 il paese venne incorporato nella contea di Santa Sofia, assegnata in feudo a Salvatore Lostia e rimase sotto la loro signoria fino al 1839 quando fu riscattato con l’abolizione del sistema feudale.

Le risorse minerarie sono un simbolo storico di Gadoni. A Funtana raminosa e a Seddas is Puzzus, sono stati rinvenuti manufatti bronzei: i nuragici, infatti, fondevano il rame per realizzare sculture simbolo dell’età del Bronzo.

Per estrarlo, fenici, cartaginesi e romani scavarono gallerie, poi riusate a inizio XX secolo. Oggi è rimasto un museo di archeologia industriale, parte integrante del parco Geominerario della Sardegna.

La rivalutazione delle miniere nel primo dopoguerra, durante il fascismo e nel secondo dopoguerra produsse notevole ricchezza per gli abitanti del circondario, ma ciò comportò anche il parziale abbandono delle rigogliose terre presenti e una conseguente parziale perdita delle conoscenze agro-pastorali che per secoli avevano reso il paese importante per tutto il circondario.

La tipologia del giacimento e il calo delle quotazioni del rame provocò il graduale abbandono dell’attività estrattiva, fino alla definitiva chiusura delle miniere negli anni ‘80.

La miniera è animata ogni anno, a inizio dicembre, da una festa in onore di santa Barbara, protettrice dei minatori, che coincide con la tappa gadonese di Autunno in Barbagia durante il quale si possono ammirare le opere di artigianato, come, in particolare, la lavorazione del legno e tessitura della lana.

Il tappeto tipico di Gadoni è sa burra, in origine usato come coperta nelle rigide notti invernali e, in seguito, come tappeto sottotavolo. È lavorato dalle donne col telaio orizzontale e adorna davanzali e balconi durante le processioni religiose.

Sa Burra, come già detto, è un tappeto fatto completamente dal vello della pecora, dal quale si ricava lo stame e la lana. Lo stame è il filato più resistente e viene usato per fare l’ordito. La lana invece, essendo più morbida, oltre a fare la trama nei tappeti, si usa per fare le calze soprattutto per gli uomini di campagna: contadini e pastori.

Restringendo il telaio, si ottengono delle tessiture di una larghezza di 60 centimetri che un tempo si utilizzavano per fare “sa bertula”, la bisaccia dove gli uomini di campagna mettevano pane e cibarie varie.

A Gadoni, nella notte tra il primo e il secondo di novembre si celebrava il rito de is fraccheras, delle torce di asfodelo (secondo le credenze popolari la pianta della morte). Venivano accese e portate dai giovani per le vie e i vicoli per scacciare gli spiriti maligni e venivano preceduti da bambini che suonavano dei campanacci. Il rito è stato riscoperto di recente.

La natura della zona offre il suo volto più selvaggio e affascinante nelle località di ”Biduladu” e ”sa Murta” e soprattutto nella imponente foresta di ”Corongia”, a circa 15 Km. da Gadoni. Centinaia e centinaia di ettari di bosco che rivestono una enorme importanza sia dal punto di vista naturalistico che da quello paesaggistico-ambientale.

Vi si possono trovare numerose specie arboree quali Leccio, Tasso, Terebinto e Ginepro, specie floreali come la peonia selvatica e numerose specie di Orchidee selvatiche.

Più a sud, dove l’altipiano degrada verso il grande vallone del Flumendosa è possibile anche ammirare suggestivi scenari dove la natura rivela il suo fascino più selvaggio con le aspre pareti a precipizio di Lattinazzu alte fino a 100 metri, incise e modellate dalla forza dell’erosione in tutti gli aspetti possibili. Fra questi spicca per bellezza lo strato, e allo stesso tempo straordinario, il pinnacolo di su Campalini, una guglia rovesciata alta circa 80 metri, con la base più sottile della parte superiore, visibile da un punto panoramico da dove si domina tutta la vallata del Flumendosa.

In tutto questo contesto non vanno dimenticate le grotte e le spelonche che caratterizzano questo paesaggio, quelle di Gruttas Albas, con una volta di circa 70 metri e quelle di Gruttas de Perdu, adornate di stallatiti e stalagmiti. Occorre ricordare che tutte queste grotte sono visitabili e facilmente raggiungibili. Con una guida esperta sono inoltre visitabili altre zone caratteristiche di questa Foresta come ad esempio su Disterru e Luritta, un inghiottitoio del diametro di circa 10 metri, sa Stiddiosa, così chiamata per il continuo gocciolio di un piccolo corso d’acqua che confluisce nel Flumendosa o ancora le suggestive formazioni rocciose dalle forme bizzarre di is Breccas, che danno al paesaggio un tocco quasi irreale.

In questo territorio, un tempo il regno di cervi e daini, molte specie animali i trovano ancora il loro habitat ideale, come il cinghiale, la martora, l’aquila, il gatto selvatico, l’astore e tanti altri.

Gadoni è tutto un luogo da scoprire ed apprezzare, un luogo dove alle immutevoli meraviglie della natura si aggiunge la grande tradizione culinaria locale, piatti tipici quali: porcetto, agnello, capretto. Tra i formaggi caratteristico è ‘‘su casu marzu”, su ”casu axedu” e”s’arrescottu saliu”.

Rinomati tipi di pane sono ”su Pistoccu”, ”su Mustazzu a corrusu”, ”su pani e pattata” e ”sa Cocoi erda”.

Grande importanza ha assunto in questo ultimo periodo la produzione di prelibato miele.

(foto da Comune di Gadoni, Sardegna Turismo, Facebook)