Rubrica: “La Sardegna dei Comuni” – Gairo

Ogni settimana raccontiamo la storia di un paese della Sardegna per far conoscere le sue particolarità, la sua storia, le sue bellezze naturali e la sua comunità

di Antonio Tore

Gairo (Gàiru in sardo) è un comune della provincia di Nuoro e conta circa 1.300 abitanti. Confina con Osini, Ulassai, Lanusei, Jerzu, Arzana, Ussassai, Cardedu, Seui e Tertenia.

Non si hanno tracce sicure sul significato del toponimo: Massimo Pittau avanza l’ipotesi che il nome è “isolato nell’intero dominio linguistico della Sardegna. Il toponimo Bruncu Gairesu di Burcei molto probabilmente indica soltanto la presenza di qualche pastore gairese nella zona. Eppure il toponimo era sentito come un semplice appellativo fino a non molti decenni or sono, come dimostra il fatto che tuttora viene spesso accompagnato dall’articolo determinativo: su Gáiru. Ma se questo toponimo è del tutto isolato nell’intera Sardegna, al contrario ha numerose corrispondenze nella toponimia della penisola italiana: quattro Càiro diffusi in tutta Italia, tre Càire, due Cairano e poi Càira, Cairos, Cairasca, Cairate e tutti probabilmente corrispondono all’appellativo ligure cáiru«tipo di pietra da costruzione», forse lo scisto, che si presenta a falde. Se questa connessione linguistica è esatta, allora su gáiru, in origine, indicava lo «scisto», pietra largamente diffusa nelle pendici del Gennargentu ed ampiamente usata per la costruzione delle case”.

Secondo un’altra interpretazione il toponimo “Gairo” sarebbe di derivazione greca e significa “terra che scorre”, con riferimento alla precaria condizione idro-geologica che interessa parte del territorio.

Lo scrittore Giovanni Lilliu sostiene che Gairo sarebbe già esistito ai tempi di San Giorgio Vescovo, anche se alcuni sostengono che esistesse già da prima. Purtroppo mancano i documenti che lo attestino, come per quasi tutta la storia sarda dell’Alto Medioevo. Gairo si trova nominata per la prima volta in un documento ufficiale dell’8 marzo 1217.

Altri scrittori e storici ritengono che la preesistenza sarebbe più probabile nella zona della marina. Si pensa, infatti, che in tempi più remoti le popolazioni che abitavano le zone costiere si videro costrette a spostarsi verso le zone interne dopo alcune incursioni arabe, in particolare, quelle del califfo Abd al Malik che, conquistata l’Africa del Nord, costruì una flotta di navi per dirigersi verso l’Europa Occidentale.

Questo fatto sarebbe avvalorato dal geografo arabo Edrisi il quale scriveva che ”I Sardi…sono gente valorosa che non lascia mai l’arme, gli abitanti della piana di Buon Cammino , si videro costretti a ritirarsi dalle zone più vicine alla costa verso luoghi più nascosti per affrontare uniti e più al coperto il nemico, più numeroso ed abituato alla guerra, riducendo, per quanto possibile, le sorprese. Il luogo ideale, volendo stare ancora in pianura, era la valle dove erano Is Meanas, nascosta al mare perché a ridosso di una collina, e in più circondata dai nuraghi Trunconi e Musciu e tante rocce sporgenti ed anfratti rocciosi che offrivano ottimi punti d’osservazione e riparo in cui ci si poteva difendere abilmente”.

L’area, tuttavia, fu abitata già in epoca nuragica le cui tracce sono testimoniate dalla presenza del Nuraghe Serbissi che divide i confini tra Gairo e Osini.

In effetti, la presenza di vita umana ha lasciato molteplici tracce fin dalla preistoria. Si va, infatti, dalle Domus de Janas ai menhir proseguendo con i nuraghi, le svariate Tombe di Giganti, pozzi nuragici e le capanne, per arrivare sino alle meno remote costruzioni d’epoca punica, romana e ai residui di un passato ancora più recente come le vecchie focaie dei carbonai ed il borgo di Gairo Vecchio ormai divenuto centro storico culturale.

Durante il medioevo appartenne al Giudicato di Cagliari e fece parte della curatoria di Ogliastra. Nel 1258, con la caduta del giudicato passò sotto il dominio pisano e nel 1324, con la sconfitta di Pisa, diventò di proprietà degli aragonesi. Nel 1363 Gairo fu incorporato nella cintea di Quirra, concessa dal re di Aragona a berengario Carroz. Fu villa della contea fino al 1603, quando la contea fu trasformata in marchesato, feudo dei Centelles e poi degli Osorio de la Cueva. Nel 1839 fu riscattato a seguito della soppressione del sistema feudale.

Il nucleo storico del paese (che oggi viene chiamato “Gairo Vecchio”) fu semidistrutto da un’alluvione nel 1951 e, successivamente, venne completamente abbandonato, per ricostruire nuove abitazioni un po’ più in alto rispetto al borgo semidistrutto e alla costa, formando poi queste ultime negli anni il paese di Cardedu.

Le cronache raccontano di cinque giorni di piogge e vento incessanti in Ogliastra che resero il nucleo originario di Gairo, già provato da mezzo secolo di frane e smottamenti, insicuro per persone e animali. Le vie si trasformarono in impetuosi torrenti facendo ‘scivolare’ drammaticamente il terreno verso valle. Per ovvie ragioni di sicurezza il borgo fu progressivamente abbandonato: gli ultimi suoi abitanti lasciarono le case nel corso del decennio successivo.

Le famiglie gairesi poterono scegliere dove vivere e si divisero tra: la ‘nuova’ Gairo, ossia l’attuale Gairo sant’Elena, costruita varie decine di metri più a monte; un villaggio a pochi chilometri di distanza immerso nel verde, cioè la frazione di Gairo Taquisara; e una borgata molto più a valle che prese il nome di Cardedu, poi divenuto Comune autonomo, nato ex novo nella piana a pochi passi dalle splendide spiagge delle marine della stessa Cardedu e di Gairo.

Il territorio di Gairo va dalle montagne del Gennargentu e arriva fino al mare. Fra le attrazioni naturali anche la citata grotta Taquisara, che si possono visitare grazie a un percorso turistico. La cavità è sovrastata dal monte Ferru, dove esistono piscine naturali alimentate dalla sorgente su Accu ‘e axina in cui si può anche fare il bagno.

Il Ferru e il monte Cartucceddu incombono sulla costa con rocce di porfido rosso, mentre i ginepri la incorniciano e inebriano di profumi. È il suggestivo scenario della Marina di Gairo, litorale incantevole e poco frequentato. Le sue perle indiscusse sono Coccorrocci e su Sirboni (il cinghiale).

La prima è una distesa di quattro chilometri di sassolini tondi, lisci e di tanti colori modellati dal tempo.

L’altro gioiello dal fascino incontaminato e selvaggio è su Sirboni (chiamato anche Cala Francese): la sabbia fine e bianca si immerge nel mare con fondale basso sino al largo, con un colore verde mediterraneo.

Il paese ospita uno dei Carnevali più particolari dell’intera isola: Su Maimulu.

Oltre all’arcaica rappresentazione della lotta tra il bene ed il male nelle comunità rurali, diffusa in tutti i carnevali della Barbagia e dell’Ogliastra, a Gairo viene rappresentata da S’Urtzu Ballabeni eIs omadoris (o peddincionis).

Il Carnevale tradizionale è arricchito da una serie di figure uniche, come Su cuadderi (vestito da cavallo, è la figura parlante della rappresentazione, di cui detta i ritmi e l’avanzata) e Su poddinaiu (figura vestita da donna, getta crusca, simbolo di abbondanza, su altre figure e spettatori).

L’avanzata di queste figure è seguita da is maimulus (pronuncia gairese “ir maimulusu“), figure con indosso pelli e teste di animale (spesso con grosse corna) e campanacci. Queste figure scandiscono le fasi principali della rappresentazione, avanzando in modo sincrono e generando il classico ritmo/frastuono tramite i loro campanacci.

Un’altra particolarità del carnevale gairese è la cosiddetta “questua”. La rappresentazione carnevalesca è infatti seguita da un carretto, trainato da due figure vestite da buoi (o di stracci), trasulau e malandau. All’interno del carretto trova posto un grosso fantoccio con fattezze umane “Santu Nanì” e un otre. Il carretto serve a raccogliere le offerte della comunità per il Carnevale, vino, salumi, formaggi e dolci. Questi doni vengono appesi ai balconi e is maimulus devono guadagnarseli scalando grondaie o arrampicandosi sui balconi. Al loro passaggio trasulau e malandau invitano la comunità ad offrire qualcosa, attraverso il classico grido “Donai a buffai a Santu Nanì” (Date da bere a Santu Nanì).