Rubrica: “La Sardegna dei Comuni” – Galtellì

Ogni settimana raccontiamo la storia di un paese della Sardegna per far conoscere le sue particolarità, la sua storia, le sue bellezze naturali e la sua comunità

di Antonio Tore

Galtellì (Gartèddi in sardo) è un comune della provinccia di Nuoro e conta circa 2.400 abitanti. Confina con Loculi, Irgoli, Onifai, Orosei, Dorgali e Lula.

Nel Dizionario “La Sardegna paese per paese” di Angius e Casalis, prima che del paese si parla della regione Galtellì e viene citato un fatto curioso in contraddizione con i riferimenti alla elevata mortalità nella zona: “Vedi la Biblioteca sarda fas. 2, pag. 57 dove si narra di un certo uomo di Lula Giovanni Deiana Voche, che ora (1840) avrà i suoi 124 anni, e vive in buono stato di corpo e di mente, lieto di vedere la sua quinta generazione”.

Galtellì è lambito dal fiume Cedrino che nell’inverno 2004 e nell’autunno 2013 provocò un’inondazione causata da straordinarie precipitazioni piovose.

Il paese si trova alle pendici del monte Tuttavista, che a sua volta lo separa dal mare. In tempi non troppo recenti era ricchissimo di selvaggina e quindi territorio di caccia anche per i paesi limitrofi, fino a essere istituito Oasi di protezione ambientale.

L’area fu abitata in varie epoche: prenuragica, nuragica, punica, romana e bizantina, come testimoniato dalla presenza sul territorio di numerose domus de janas, nuraghi ed altri reperti archeologici.

Durante il medioevo appartenne al Giudicato di Gallura e fece parte della curatoria di Orosei, della quale fu capoluogo prima della stessa Orosei.

I giudici della Gallura, all’inizio del secolo XI costruirono, nei pressi del monte Tuttavista, un castello fortificato su una preesistente fortificazione romana a cui dettero il nome di Castello di Pontes o castello di Galtellì).

Grazia Deledda, tra le pagine del suo capolavoro ‘Canne al Vento’ (ambientato a Galtellì), citò proprio i ruderi del castello di Pontes, oggi parte integrante del parco letterario deleddiano, itinerario che racchiude i luoghi citati dal premio Nobel: “I fantasmi degli antichi Baroni scendevano dalle rovine del castello sopra il paese di Galte”.

La fortezza fu edificata, come già detto, su un’altura ai piedi del monte Tuttavista, dalla quale si domina la piana del fiume Cedrino e svolse dall’XI secolo una funzione strategica nel proteggere i collegamenti tra la costa orientale e l’entroterra. Galtellì era allora importante sede religiosa e politica del giudicato gallurese e nel XIV secolo fu attaccata e conquistata dalla Corona aragonese.

Il castello fu abitato fino al XV secolo per poi essere abbandonato: il suo ultimo proprietario fu il barone Guiso, attorno al quale sorsero numerose leggende. In una in particolare si narra che il suo fantasma si aggirerebbe nottetempo tra le rovine – al contrario della sua famiglia, costretta a vagare per i sotterranei – e in un’occasione avrebbe incontrato un povero contadino che trasportava legna. Il barone chiese di donargli la legna per scaldare i famigliari, il contadino, nonostante le ristrettezze cui era costretto, acconsentì senza accettare nulla in cambio. Da quel giorno il contadino divenne ricco, avendo rifornito di legna per l’intero inverno gli spiriti del castello e ricevendo in cambio sacchi pieni d’oro.

Visitando il castello si notano antichi forni per la calce. La struttura si innestava su una precedente fortificazione romana e inglobava spuntoni calcarei, sfruttando la conformazione dello sperone roccioso ed era circondata da una cinta antemurale alla base.

Alla morte dell’ultimo giudice, Nino Visconti, nel 1296 il territorio passò sotto il controllo diretto della repubblica di Pisa e, successivamente, sotto il dominio aragonese dopo un assedio del castello durato dal 1324 al 1333.

Dopo anni di battaglie e assedi il re d’Aragona Pietro IV diede il borgo all’ammiraglio siciliano Benvenuto I Grifeo che lo aveva aiutato nel domare le resistenze in Catalogna e Sardegna.

Compiuta l’impresa, il barone e ammiraglio siciliano ottenne in premio Galtellin (antico nome della località) come feudo e con il titolo di visconte. Nel 1431 il titolo feudale passò a Ferdinando d’Almanza e nel 1438 a Enrico di Guevara, che ebbe anche il castello di Orosei. In quell’epoca Galtellì fu incorporata nella baronia di Orosei, feudo regio.

Da allora la storia segnò vari passaggi di appartenenza: la diocesi, dal XII secolo passò a quella di Pisa, e dal XIV secolo fu dipendente direttamente della Santa Sede; l’11 settembre 1495 fu soppressa (e il suo territorio unito a quello dell’archidiocesi di Cagliari); il 21 luglio 1779 la sede fu ristabilita con il nome di diocesi di Galtellì-Nuoro (come suffraganea dell’arcidiocesi di Cagliari e con residenza a Nuoro e, infine, nel 1928 assunse il nome di Diocesi di Nuoro.

Il territorio fu riscattato agli ultimi feudatari nel 1839 con la soppressione del sistema feudale.

Si ha notizia di due torri che erano ancora visibili a fine del XIX secolo, delle quali si possono individuare i resti di una di esse in posizione angolare. Salendo una scalinata si giunge al livello superiore, dove sono presenti tracce di un forno e di una cisterna interrata. Dalla cima si può ammirare un suggestivo panorama sulla valle del Cedrino, distesa verso il golfo di Orosei, seguendo il corso del fiume.

Di fianco al castello si staglia l’imponente profilo del Tuttavista, che supera gli 800 metri d’altitudine. Durante la salita verso la cima si trova sa Preta istampata, una parete rocciosa sulla quale gli agenti atmosferici hanno aperto un curioso e ampio foro circolare, creando una ‘finestra’ naturale sulla vallata.

Sulla cima del monte Tuttavista svetta la maestosa statua bronzea del Cristo, meta di pellegrinaggi lungo un cammino che scala le pendici del monte. La scultura è una riproduzione del ‘miracoloso’ Cristo ligneo custodito nella chiesa del santissimo Crocifisso, costruita in stile gotico nel 1500: sostituì la trecentesca chiesetta di santa Maria delle Torri, troppo piccola per accogliere i fedeli richiamati dal Cristo. Oggi è meta di pellegrini di tutta Europa.

A Galtellì si trovano cinque chiese nell’arco di un chilometro quadrato. A fianco al Santissimo Crocifisso si trova la chiesa medioevale di santa Croce e, a meno di cento metri, le chiese della beata Vergine Assunta e di san Francesco, entrambe del XVII secolo.

Dentro le mura del cimitero sorge il complesso dell’ex cattedrale di san Pietro, che custodisce un ciclo di affreschi del XIII secolo con vicende di Vecchio e Nuovo Testamento. Sono tre gli edifici diocesani: un alto campanile, l’imponente cattedrale di fine XI secolo rimasta incompiuta e la chiesa romanica di san Pietro, ampliata dopo l’abbandono dell’altro cantiere.

Il borgo si anima durante la Settimana Santa, con canti struggenti e liturgie secolari. Appuntamenti immancabili sono la festa del santissimo Crocifisso, a inizio maggio, dove la devozione si unisce a folk e spettacoli, e i fuochi di sant’Antonio abate, il 17 gennaio.

La settecentesca Casa Marras, residenza nobiliare divenuta museo etnografico con esposizione di 1800 oggetti, è memoria secolare della comunità. Al Museo è stato dato il nome di “Sa domo ‘e Marras”.

Il palazzetto nobiliare settecentesco, nonostante le modifiche, ha conservato l’aspetto di un vero e piccolo castello con torretta merlata. Al suo interno sono ricostruiti i vari ambienti domestici e del lavoro. Le singole stanze ospitano gli strumenti e i macchinari più rappresentativi della comunità galtellinese, legati alle attività artigianali proprie del mondo agro-pastorale, recuperati localmente grazie alla collaborazione della popolazione.

Il criterio scelto per la disposizione dei reperti è stato per tematiche e mestieri; così si trovano la ricostruzione di un ovile, di una cantina per la vinificazione, di un magazzino per le provviste e la sala della tessitura con l’esposizione, a terra e a parete, dei prodotti i alcuni oggetti veramente importanti.

Fra questi spiccano un antico telaio orizzontale, del Settecento, in legno di ginepro, una macina asinaria, con vasca in basalto, utilizzata fino agli anni Quaranta del secolo scorso, un antichissimo aratro e, sempre in legno, un torchio per vinacce, dell’Ottocento.

Di rilevante interesse la parte dell’esposizione destinata ai giochi tradizionali dei bambini. Qui sono esposti, tra gli altri, “sa metracula”, pannelli di legno con anelli di ferro, usati dai bambini durante la Settimana Santa per annunciare le funzioni religiose, e piccoli fucili costruiti utilizzando le canne palustri.

Il secondo piano della casa-museo ripropone la ricostruzione degli ambienti padronali, con l’esposizione di oggetti e pezzi d’arredamento che ne rivelano l’uso familiare. Sono presenti le riproduzioni fedeli di un salotto antico, “sa domo de retzire”, della stanza da letto padronale, la cosiddetta “domo de nettu”, arredata con un antico letto in legno e le belle cassapanche dove si conservava il corredo nuziale e della cucina dove le donne, con maestria, provvedevano alla produzione del tipico “pane carasatu”.

Il percorso museale si conclude con un’esposizione di costumi tradizionali di abbigliamento giornaliero e festivo, da uomo, donna e bambino, tra i quali spicca un abito da sposa originale dei primi anni del Novecento.

All’interno del paese, si possono visitare il parco Malicas, oasi verde che avvolge un castello di inizio XX secolo e alcune domus de Janas, testimoni della frequentazione del territorio dal Neolitico.

Il castello, acquisito dal Comune nel 1986, fu fatto costruire dal Conte Paolo Guzzetti nel 1913. Si dice che il Conte fosse un uomo ricco, circondato da donne e con mille vizi, ma anche capace di generosità e assistenza nei confronti degli abitanti del paese. Morì nel 1944 a soli 60 anni, praticamente di stenti poiché, sua moglie, che non lo aveva seguito in Sardegna, non poteva più spedirgli i soldi necessari per mantenere quel livello di vita.

Tra le più grandi passioni del Conte Guzzetti vi erano senza dubbio la caccia e gli animali e quindi il castello aveva un parco molto grande dove venivano allevati numerosi animali come cinghiali, cavalli, cornacchie, cani, mucche e buoi. Per quanto riguarda la caccia, all’interno della camera da letto del Conte sono stati rinvenuti armi, pelli e persino cannoni ornamentali.

All’interno del Parco vi è un ampio prato disseminato di secolari alberi di noci. Sparse in esso ci sono numerose fontanelle d’acqua potabile, le casette dei nani “sa Conca de Nanoso” e un pozzo, risalente al periodo della costruzione.