Rubrica: “La Sardegna dei Comuni” – Lei

Ogni settimana raccontiamo la storia di un paese della Sardegna per far conoscere le sue particolarità, la sua storia, le sue bellezze naturali e la sua comunità

di Antonio Tore

Lei è uno dei comuni della Sardegna più piccoli e conta meno di 500 abitanti. Si trova nella provincia di Nuoro, sorge su una serie di colline poste a circa 500 metri s.l.m. e confina con Silanus, Bolotana e Dualchi.

Non si conosce il significato del toponimo del nome del paese, che  compare per la prima volta nel Condaghe di Santa Maria di Bonarcado con la denominazione “Lee”. Nel periodo giudicale e in quello successivo spagnolo viene, invece, denominato “Ley”.

L’area è stata abitata sin dalla preistoria e numerose sono le testimonianze del periodo prenuragico  e nuragico: tra esse sono presenti proto nuraghi, nuraghi e tombe dei giganti.

A poca distanza dal borgo, immerse nella natura, numerose testimonianze di un territorio abitato sin dal Neolitico: due domus de Janas nella località di su Ferrighesu e Muros, sei nuraghi e tre tombe di Giganti. Nel XIX secolo, in un ripostiglio votivo nuragico, sono stati rinvenuti frammenti in bronzo di accette, asce, pugnali, lance, armille e statuette.

Ritrovati in tempi più recenti, da sa Tanchitta arrivano due cuspidi e puntali bronzei, macinino in pietra e una moneta dell’imperatore Traiano, da Beraniles un bracciale bronzeo di epoca punica (oggi al museo G.A. Sanna di Sassari) e da Calafrighedu pezzi di giare romane.

Sono presenti anche importanti tracce dei periodi successivi nei quali si susseguirono le dominazioni puniche e romani.

Oggetti e ceramiche, invece, di età medievale sono venuti alla luce in un boschetto all’ingresso del paese e vicino alla chiesa di san Michele arcangelo (del XIII secolo), in origine campestre, oggi in pieno centro abitato.

Nel medioevo Lei fece parte del giudicato di Torres e inserito nella curatoria del Marghine. Alla caduta del giudicato passò al giudicato di Arborea e successivamente al Marchesato di Oristano.

Alla definitiva sconfitta degli arborensi passò sotto il dominio aragonese e il territorio venne inglobato nell’Incontrafa del Marghine.

Già nell’ottocento autorevoli fonti quali il La Marmora e l’Angius, segnalarono nuraghi e “vestigia di antiche popolazioni delle quali ignorasi il nome”.

Il canonico Spano riferisce invece del rinvenimento, nel sito detto san Martino, di un anello in bronzo con gemma scolpita raffigurante un cavaliere e, sempre lo Spano, parla delle numerose tracce di fondamenta di case, disposte ad anfiteatro in località Pala ‘e Rocca, nei pressi dell’odierno abitato, aggiungendo che molte pietre squadrate furono però rimosse e riutilizzate e che nel corso di tali operazioni furono pure rinvenute in quantità monete, embrici, giare, bronzi, ghiande missili di terracotta, mole asinarie di pietra vulcanica.

È ancora lo Spano che nel 1871 ci segnala altri rinvenimenti: …”nel sito detto Nodu Biancu, oltre a vasi e monete imperiali di bronzo si ritrovarono due grandi orecchini d’argento”.

Il Taramelli segnala i 3 nuraghi di Beraniles, Santu Martine e Pattada e le antichità romane già segnalate dallo Spano. E ancora il Taramelli nella sua Guida al museo nazionale di Cagliari fornì informazioni di alcuni reperti provenienti da Lei ed esposti nel museo.

In particolare si trattava di un ripostiglio votivo dell’età dei nuraghi, di oggetti frammentati in bronzo provenienti da una fonderia e ripostiglio, di accette, asce, pugnali, bipenni e lance, di armille ed altri oggetti in gran parte spezzati e, ancora, di alcune statuette.

Nel secolo XVIII fu compreso nel marchesato del Marghine, feudo prima dei Pimentel e poi dei Tellez-Giron, ai quali fu riscattato nel 1839 con l’abolizione del sistema feudale.

Circondato dalla catena montuosa del Marghine, nel territorio scorrono sorgenti e corsi d’acqua che attraversano boschi di castagni, lecci, roverelle, tassi e querce secolari.

Il suo fascino è legato a scorci paesaggistici di rara bellezza, con le cime di Primaghe e Nidu e Corbu,  scelte come nidi da maestosi rapaci, Baita e parco di Zuncos con affascinanti sentieri di trekking nella natura incontaminata.

Fertilità e rigogliosità del territorio contribuiscono alla sua economia prevalentemente agricola, con produzioni cerealicole, di legumi, lino, canapa, alberi da frutto, vino e olive, da cui deriva un ottimo olio ed è rinomato anche per l’artigianato tessile, specie tappeti e lavorazione della lana.

Lei si distingue anche per squisiti dolci (pirichittospabassinassebadassospiros e casalinas), pani, come carasau e zicchi, formaggi, carni e salumi che si possono assaporare nelle feste di sant’Isidoro (metà maggio) e di san Marco evangelista (24-25 aprile) caratterizzata, quest’ultima, dal pane cogones de santu Marcu e da una processione sino al santuario campestre.

L’Archivio Capitolare di Alghero conserva la pergamena relativa alla consacrazione dell’antico edificio ad opera di Silvestro vescovo di Ottana il giorno 16 del mese di maggio del 1340.

In epoca giudicale il paese fece parte prima del Giudicato del Logudoro poi di quello di Arborea.Nel trattato di pace stipulato fra Aragona ed Arborea nel 1386 il paese di Lecy è fra quelli che sottoscrivono la pace per la parte d’Arborea. Con la soppressione della diocesi di Ottana avvenuta nel 1504 Lei passò a far parte della diocesi di Alghero dalla quale tutt’ora dipende.

La Sardegna, dopo la battaglia di Macomer, passò prima sotto gli Aragona e in seguito alla Spagna; nel 1478 il paese andò a far parte dell’Encontrada del Marghine, compresa nel Cabo de Sacer y Logudor.

(foto da facebook e sito del Comune)