Rubrica: “La Sardegna dei Comuni” – Loceri

Ogni settimana raccontiamo la storia di un paese della Sardegna per far conoscere le sue particolarità, la sua storia, le sue bellezze naturali e la sua comunità

di Antonio Tore

Loceri è un comune della provincia di Nuoro di circa 1300 abitanti e confina con Lanusei, Ilbono Bari Sardo, Tertenia e Osini.

Lo storico Massimo Pittau fornisce due differenti spiegazioni etimologiche sul nome di Loceri. La prima ipotesi suggerisce che potrebbe derivare dal gentilizio lat. Locer(ius) dal nome di un proprietario romano che vi possedeva una villa o «tenuta».

La seconda ipotesi attribuisce, invece, il nome al fitonimo sardiano o protosardo lochera, locuridda, locurreris, logheri, luceri, loceríe e cioè «betonica glutinosa» (Stachys glutinosa), una pianta endemica di origine sardo-corso-tirrenica.

La seconda ipotesi sarebbe assai suggestiva, perché l’arbusto è una pianta diffusa solamente in alcune zone del Mediterraneo perché. Come detto, presente in Sardegna, Corsica e nell’isola di Capraia.

Secondo il botanico Sandro Pignatti la pianta farebbe parte di un raggruppamento di dieci specie, nell’ambito della famiglia delle Lamiaceae, mentre due altre due, appartenenti al genere Stachys, sono presenti rispettivamente solo nell’isola di Creta, in Grecia, nella regione del Caucaso e nell’Asia occidentale (dall’Iran alla Turchia).

Un’altra singolarità, citata dallo stesso autore, è la frequente associazione, nei crinali battuti dal vento, della betonica fetida con l’Astragalus sirinicus, che presenta analogie con altri astragali orientali. Secondo l’autore questa fitocenosi sarebbe da considerare come una “flora relitta”  originatasi prima delle glaciazioni e, quindi, anteriormente al Pleistocene. La sopravvivenza di questa flora nell’attuale area sarebbe, quindi, da attribuirsi alle condizioni climatiche e di isolamento instauratesi con il ritiro delle glaciazioni.

Sull’origine del toponimo ci sono anche altre varie ipotesi; alcuni studiosi ritengono che vi sia una correlazione con Locri della Magna Grecia e che il suo insediamento si sia formato proprio in seguito alla fuga dei greci dalla loro patria, altri fanno derivare il nome da Villa Luceri, Villa di Locerio, o da Locus Aeris (luogo del rame) o ancora da Luccieri (il nome di un antico paese scomparso).

Esistono numerosi testimonianze di epoca prenuragica, soprattutto ai confini con Bari Sardo e Ilbono, che indicano come il territorio fosse frequentato a partire già dalla fine del IV millennio a.C.. Tracce di vita prenuragica sono documentate dalle Domus de Janas di Is Arceddas in località Canale Is Piroddis.

Le testimonianze di epoca nuragica sono numerose e testimoniano un’intensa occupazione di questo territorio nell’età del Bronzo Medio e Tardo. In località Goene son state rinvenute testimonianze e materiali di epoca romana, mentre in località Flumini si conservano tracce di un insediamento rurale di epoca romana.

Interessante la discussione tra storici sulla posizione territoriale di Loceri.

Il Canonico Flavio Cocco scrisse (in “dati relativi ai paesi della Diocesi d’Ogliastra”) che la prima citazione del paese di Luccieri venne fatta in un documento pisano del 1316 dove venne indicato come distrutto, quando durante le lotte della Repubblica di Pisa contro Giovanni Visconti tra il 1258 e il 1308 caddero il castello della Rosa in Ogliastra e quello di Maluiginu nel Sarrabus.

Il documento pisano riporta anche che il primo nucleo del paese di Loceri si trovava nella località di Goene, tra Loceri e Barisardo.

Secondo lo studioso, il sito di Luccieri era forse a cavallo del rio de Mesu, dove era presente anche la chiesa dedicata a San Tommaso che, secondo il parroco Giuseppe Cabiddu, sarebbe stata la chiesa parrocchiale distrutta da una piena del rio e poi ricostruita nel XVIII secolo.

Appartenne al giudicato di Cagliari alla cui caduta passò in potere dei giudici di Gallura. Con la morte di Nino Visconti, nel 1296 gran parte dei territori dell’ex giudicato, tra cui l’Ogliastra, passarono sotto il dominio pisano fino al 1324 quando vennero conquistati dagli aragonesi e fu incorporato dal Re d’Aragona Pietro IV il Cerimonioso nella contea di Quirra, data in feudo a Berengario Carroz.

Nel 1708 Loceri passò sotto il dominio austriaco, mentre dal 1720 al 1861 fu sotto i Piemontesi.

Nei primi cinquant’anni dell’ottocento nella zona si praticava l’agricoltura, la tessitura e la pastorizia. Si coltivava prevalentemente il grano, l’orzo, i legumi e il lino, le vigne erano molto produttive e si contavano circa 18 varietà di uvaggi. Il clima mite favoriva la produzione di alberi da frutto che raggiungevano i ventimila esemplari. La vocazione agricola del villaggio si evince, oltre che dai dati riportati dal Casalis, dall’analisi della cartografia De Candia.

Loceri è situato in una zona che è luogo ideale per conciliare mare e montagna: dista meno di venti chilometri dal massiccio del Gennargentu e dal lago Flumendosa e circa dieci dalla stupende spiagge della costa orientale, tra cui quelle di Tortolì, di Cea (con faraglioni in porfido rosso) e del lido di Orrì.

Loceri è protetto dai monti Cuccui e Tarè che riparano colline e campi coltivati a vigneti e uliveti millenari, irrorati da fiumi e sorgenti. Ne derivano ottimi cannonau e olio extravergine, prodotti alla base della “dieta dei centenari” ogliastrini.

La tradizione dell’olivicoltura è molto famosa e, per conoscerla, si può visitare il museo etnografico sa Domu ‘e s’olia, allestito in un frantoio del 1910, nel cuore del paese. In una serie di ambienti, attraverso attrezzi originali, sono rappresentati vita domestica, dei campi e delle feste, preparazione di formaggio, olio pane e vino, cura del bestiame, tessitura e altri mestieri artigianali. Una parte espositiva è dedicata agli abiti tradizionali e ai giochi tradizionali.

Nel vicino museo “Vecchi frantoi”, in un altro frantoio ristrutturato, vengono organizzate mostre ed eventi culturali, vicino al quale si notano molte case decorate con murales.

Il Museo Etnografico conserva il frantoio più antico, al piano terra di un edificio storico, accanto a una raccolta di attrezzi e oggetti legati alla produzione dell’olio e alle altre attività agricole. Nei piani superiori, nelle vecchie stanze sono allestiti gli ambienti, gli arredi e gli oggetti di uso domestico, compresi i giocattoli per i bambini e sono esposti i costumi tradizionali.

I tessuti, con le tinte naturali e i gioielli preziosi, le ceramiche, i cesti in asfodelo e in vimini, i coltelli in manico di corno, gli elementi di mobilio in legno finemente intagliati e il corredo simbolico rappresentato nelle decorazioni, sono un patrimonio di arte e di competenze legate alla produzione degli splendidi oggetti che si possono ammirare nelle esposizioni, nei musei, in edifici e locali pubblici e nelle case private.

In campagna si trovano le chiesette del sacro Cuore, immersa in un rigoglioso parco verde, sulla strada che dalla valle del Pelau porta a Lanusei, e di san Bachisio, in stile barocco popolaresco (XVII secolo). Il santo è celebrato a maggio e ottobre, anche con una processione in cui i fedeli attraversano il fiume con il simulacro, accompagnati dal suono delle launeddas.

Ospitalità e accoglienza caratterizzano sagre e feste, insieme alla cucina tradizionale dai sapori marcati e ricca di piatti della tradizione agropastorale ogliastrina. A iniziare dai culurgionis, ravioli di patate e formaggio “cuciti a spiga”. Poi gli arrosti di agnello e maialetto, la gustosa treccia con le interiora della pecora, pecorino, caglio di capretto e cas’axedu (formaggio fresco e morbido). Tanti i pani ‘fatti in casa’ (pistoccu, civargiu, pani pintau) e dolci delle cerimonie: amaretti, paniscedda, pani dolci di sapa e pardulas. Per accompagnare il vino rosso e per chiudere mirto e fil’e ferru.

Una volta l’anno, tra aprile e maggio, deve essere tosato il pesante vello invernale della pecora, in modo che l’animale possa acquistare una fisionomia più snella e leggera ed è, così, pronto ad affrontare la calura estiva.

Questo occasione si trasforma in una festa particolare nella quale catturare e legare gli animali, sganciare i campanacci, sforbiciare con i caratteristici forbicioni artigianali, ripiegare come una veste il manto di lana e infine liberare l’animale così alleggerito, accompagnati da con un sonoro di voci e di belati in un singolare amalgama di suoni, si conclude in un grande pranzo comunitario, dove in grande abbondanza, c’è quanto di meglio offre la tradizione pastorale dell’arrosto.

Questa manifestazione della tradizione pastorale sarda, ancora molto sentita e in gran parte intatta, conserva la più bella immagine del ”Pastoralismo”, una civiltà riconosciuta dall’UNESCO come patrimonio immateriale dell’umanità.

(foto dal sito del Comune di Loceri e Facebook)