Rubrica: “La Sardegna dei Comuni” – Lodè

Ogni settimana raccontiamo la storia di un paese della Sardegna per far conoscere le sue particolarità, la sua storia, le sue bellezze naturali e la sua comunità

di Antonio Tore

Lodè è un comune della provincia di Nuoro di circa 1500 abitanti e confina con Torpè, Siniscola, Lula, Onani, Bitti e Padru.

Secondo Massimo Pittau il toponimo sarebbe da connettere con l’appellativo sardo lodu (cioè fango) che è da confrontare con il latino lutum (fango, argilla). Il toponimo quindi farebbe riferimento a qualche cava di argilla (materiale molto ricercato nei tempi passati) e alla attività artigianale dei suoi abitanti, come fabbricanti di tegole e di vasellame.

Il comune è situato ai piedi del monte Calvario, il suo territorio risulta compreso tra i 16 e i 1057 metri sul livello del mare e le fertili zone a sud del paese sono bagnate dal Riu Mannu.

L’area fu abitata già in epoca prenuragica e nuragica come testimoniato dalla presenza nel territorio di domus de janas e nuraghi.

Tra le Domus de janas sono da citare quelle presenti in località Costimilì, Oriavula, Ispichines, Orrilì e Sas Ruchittas.

E’ presente anche un Menhir nel Monte Tundu e la Muraglia in Monti Prana. Esistono anche numerose tombe dei giganti: Sas Seddas, Araene, Melas o Norchirì, Pirelca e Thorra.

Numerosi i nuraghi e gli insediamenti nuragici scoperti nelle zone dalle quali prendono il nome: Abba Pria o Sos Golleos, Janna Bassa, Melas o Norchirì, Su Nuragheddu, Thorra, Sa Ichedda, Su Casteddu, Su Mattone, Thilameddu, Sos Lottos.

Nel medioevo Lodè era posto al confine occidentale del Giudicato di Gallura e faceva parte della curatoria di Posadai. Alla caduta del giudicato passò sotto il dominio pisano fino al 1323, quando passò sotto la dominazione aragonese.

Gli aragonesi nel 1431 ne fecero un feudo e fu incorporato nella Baronia di Posada, dopo essere stato venduto dal Re di Aragona Alfonso V il Magnanimo a Nicolò Carroz.

Nel secolo XVII fu incorporato nella contea di Montalvo, feudo dei Masones, dai quali passò poi ai Nin Zatrillas, ai quali fu riscattato nel 1839 con la soppressione del sistema feudale voluta dai Savoia.

Il territorio del Comune, che si distende ai piedi del monte Calvario, circondato dalla catena del Monte Albo e dai rilievi granitici dei paesi vicini, è reso fertile da diverse sorgenti e dal riu Mannu, che forma la cascata di sos Golleos.

Il paese, di tradizione agropastorale, ha case in pietra con balconi in legno, vicoli stretti e portici, disposti attorno a chiese medioevali: la parrocchiale di sant’Antonio abate, in onore del quale si accendono i fuochi a metà gennaio, le chiese de su Rimediu e della Vergine d’Itria. Caratteristica è quella campestre di san Giovanni Battista, festeggiato a fine giugno con un palio in suo onore.

Molto sentito il carnevale con maschere tipiche del paese (sas mascheras nettas e su Maimone) e suggestivi i riti della Settimana Santa.

Maimone è un altro nome che viene utilizzato in altri paesi della Sardegna, pur con alcune varianti, come, ad esempio, Mamuthone (soprattutto a Mamoiada) e su Maimolu a Ulassai.

Secondo alcuni ricercatori Maimone corrisponderebbe all’antica divinità fenicia della pioggia. Il linguista Max Leopold Wagner, nel suo “Dizionario etimologico sardo” traduce Maimone con spauracchio dando al termine origini semitiche e spiegando che originariamente indicava una scimmia, mentre, successivamente, avrebbe assunto la forma di bestia immaginaria.

Altri studiosi affermano, invece, che Maimone corrisponda ad una divinità della pioggia di origine protosarda, reinterpretata poi dai Fenici. La radice Maim’o, secondo lo studioso Mario Ligia, infatti, la si potrebbe ricondurre al fenicio mem, cioè acqua, mentre in lettere ebraiche mishnaico (ממון) significa denaro, possessione e quindi la personificazione della brama di denaro, rappresentato come un demone, Mammona.

Giovanni Lilliu, nella sua opera “La civiltà dei Sardi” scrisse che Maimone era un essere demoniaco invocato come facitore di pioggia a Cagliari e a Ghilarza mentre ad Iglesias, invece, era lo spirito di un pozzo cittadino ancora esistente, chiamato, appunto, Su Maimoni.

Con l’avvento della Cristianità, fu identificato come un demone, se non addirittura col Demonio stesso.

Su Maimone era rappresentato da un uomo vestito di scuro,ricoperto di pelli e con la schiena carica di campanacci. Si aggirava per le vie del paese scuotendo i campanacci e avventandosi sulle persone

Nel corso delle celebrazioni si possono assaporare le specialità gastronomiche della zona, ad iniziare dai pani: calistros, coccone, simula, cozzulasa (con ricotta o pezzi lardo) e cocconeddu chin s’ovu, per Pasqua.

Tra le ricette spiccano sa manicatura con maiale o pecora, patate, cavolo, ceci e cipolla, e su pane vratau con strati di carasau sbollentato, sugo, pecorino e uovo, mentre i dolci tipici sono amarettos con pasta di mandorla, aranzata, con mandorle e buccia d’arancia, e orugliettas, con pasta sfoglia e miele.

Nel territorio di Lodè ricade parte del parco di Tepilora, una delle aree più rigogliose dell’Isola con quasi ottomila ettari di foreste incontaminate (premiata dall’Unesco nel 2017). Comprende altopiano e boschi di Sant’Anna, con un suggestivo santuario dedicato alla santa, parte della foresta di Usinavà, punteggiata da rocce modellate in varie forme, e il Monte Albo, imponente bastione di rocce calcaree chiare, con gole, doline, grotte, burroni, vette oltre i mille metri e la bianchissima punta sos Aspros, un’oasi faunistica popolata da mufloni e sorvolata da aquile reali.

Il parco si estende dai boschi di Tepilora sino alla foce del Posada, elemento di connessione tra montagna e mare. Nel suo delta nidificano aironi, cavalieri d’Italia e fenicotteri ed è contesto ideale di escursioni in kayak.

Si possono trovare itinerari segnalati, un tempo sentieri di carbonai, con siti preistorici e pinnettos, antiche dimore dei pastori.

Oltre al parco di Tepilora, nella zona si trovano anche i territori del Rio Posada e Sant’Anna che comprende il complesso forestale Sant’Anna, il monte Albo con macchia e foresta di leccio e corbezzolo e parte della foresta demaniale di Usinavà (zona nota “Sa Ghiniperaglia”).

(foto da Comune di Lodè e Sardegna Turismo)