Rubrica: “La Sardegna dei Comuni” – Lula

Ogni settimana raccontiamo la storia di un paese della Sardegna per far conoscere le sue particolarità, la sua storia, le sue bellezze naturali e la sua comunità

di Antonio Tore

Lula (la cui denominazione è in sardo Lùvula o Lùgula) è un comune della provincia di Nuoro che conta poco più di 1000 abitanti ed è situato a oltre 500 metri sul livello del mare, nella regione che fa capo all’Unione dei comuni del “Montalbo.

Confina con Galtellì, Irgoli, Loculi, Siniscola, Lodè, Onanì, Bitti e Orune.

l suo nome viene tradizionalmente fatto risalire ad una denominazione latina (Julia) frequente per gli insediamenti romani. Secondo altri studiosi, invece, deriverebbe dall’etrusco “Lucus” e cioè Sacro al Dio dei boschi. Un altro “fantasioso” significato sarebbe dovuto alla parola fenicia “Lel” (giro a lumaca) con riferimento alla posizione del paese.

Lula si trova sulle pendici della catena del Monte Albo, in mezzo a boschi di leccio, tassi, ginepri e macchia mediterranea dove vivono mufloni e nidificano aquile reali, proprio sotto le due cime maggiori: Punta Catirina e Turuddò che, per uno strano caso della natura, sono uguali nella loro altezza (1127 m.).

Su Monte, com’è chiamato dagli abitanti di Lula negli anni ’90 del secolo scorso è stato dichiarato dall’Unione Europea SIC (Sito di Interesse Comunitario), in virtù del fatto che la singolarità della quasi totale assenza di viabilità motorizzata e la scarsa antropizzazione hanno permesso la conservazione quasi incontaminata della natura, consentendogli di custodire circa un terzo degli endemismi vegetali della Sardegna oltre a numerose specie endemiche animali tra cui il “fossile vivente” conosciuto con il nome di Geotritone di Mont’Albo(Speleomantes Flavus).

La “dolomite sarda”, come viene definito il Monte Albo, ha itinerari di trekking in luoghi suggestivi, come i canyon di sas Piperai, punta Caterina, valico di Janna di Murai e sa Tumba ‘e Nurai.

Monte e territorio sono stati abitati da età prenuragica: significativi le concas de Omines, Agrestes de Crapas e la domu de Janas di Mannu ‘e Gruris.

Le maggiori testimonianze dell’età del Bronzo sono il nuraghe Littu Ertiches, costruito con massi calcarei, il villaggio di punta Casteddu, il nuraghe Pretichinosu, quello complesso di Colovros, l’insediamento di s’Aliterraglia e i resti di un tempio per il culto dell’acqua a Untana ‘e Deus.

Il periodo dal Neolitico al recente passato è legato allo sfruttamento delle miniere d’argento e piombo di sos Enattos e Guzzurras’Arghentaria, oggi inserite nel parco Geominerario della Sardegna.

L’attività di estrazione risale sicuramente a epoca romana, quando ci lavoravano schiavi condannati “ad metalla”. L’apice produttivo fu a cavallo tra il XIX e XX secolo, dopo di che avvenne un lento declino, sino alla chiusura negli anni Novanta.

I siti minerari citati hanno avuto dei picchi di lavorazione nel periodo della dominazione romana e successivamente nel secolo XIX°. Hanno poi subito una sospensione nel periodo dei due conflitti mondiali per poi essere riattivate nei primi anni 50 del novecento e quindi dismesse definitivamente alla fine degli anni ‘90.

La storia di queste miniere è inoltre legata alle importanti lotte per la conquista dei diritti dei lavoratori. Nell’aprile del 1899 iniziò proprio in questo luogo quello che è ritenuto il primo sciopero d’Italia, finito tragicamente alcuni anni dopo nelle miniere di Bugerru, centro minerario della Sardegna sud occidentale. Questi siti sono stati riconosciuti dall’UNESCO Patrimonio dell’Umanità e fanno attualmente parte dei percorsi del Parco Geominerario Storico Ambientale della Sardegna.

Durante il medioevo appartenne al Giudicato di Gallura e fece parte della curatoria di Galtellì-Orosei. Alla caduta del giudicato entrò a far parte dei possedimenti d’oltremare della repubblica di Pisa e poi sotto il dominio aragonese. Nel 1438 fu incorporata nella baronia di Orosei e, successivamente, nel marchesato d’Albis, di cui condivise le sorti e la storia fino al termine del feudo nel 1809, quando il marchese lasciò il territorio del feudo all’amministrazione diretta da parte dello Stato.

Tre le chiese si ricordano la parrocchiale di santa Maria Assunta e due dedicate alla Madonna, degli Angeli e di Valverde (inizio XVIII secolo). In campagna c’è l’edificio di culto più famoso: il santuario di san Francesco d’Assisi, meta di pellegrinaggi e di due celebrazioni, a inizio maggio e a inizio ottobre (descritta da Grazia Deledda in ‘Elias Portolu’), cui è legata la preparazione di un pietanza unica, su filindeu. A settembre si celebrano tre feste: Madonna del miracolo, san Nicola e san Matteo, con cene a base di pecora bollita e sanguinaccio.

Altra tradizione radicata è su Carrasecare luvulesu, uno dei carnevali più particolari dell’Isola. Protagonista la maschera de su Battileddu (“vittima”), vestito di pelli nere, con viso sporco di fuliggine e sangue e copricapo con corna, tra le quali è sistemato uno stomaco di capra (“sa ‘entre ortata”), tenuto da un fazzoletto femminile.

Sul petto porta i “marrazos” (campanacci) mentre, sulla pancia, seminascosto dai campanacci, porta “su chentu puzone”, uno stomaco di bue pieno di sangue e acqua, che ogni tanto viene bucato per bagnare la terra e fertilizzare i campi.

La figura principale di “su Battileddu” è seguita da altri Battileddos, uomini vestiti da vedove in lutto, con il volto dipinto di nero, che avanzano intonando il lamento funebre e portando con sé bambole di pezza, che fanno baciare agli spettatori.

Riguardo all’origine della maschera, molte teorie riportano ai riti dionisiaci, con la rappresentazione della passione e morte del dio e, più in generale, ai riti agrari arcaici di fecondazione della terra con il sangue.

La maschera del Battileddu, abbandonata nella prima metà del Novecento, forse a causa della miseria e dei lutti provocati dalla guerra, cadde nell’oblio. È stata riproposta nel 2001, in un clima teso alla valorizzazione delle antiche maschere sarde e allo spiccato interesse scientifico e antropologico verso la maschera di Lula.

Ad avviare il carnevale, a metà gennaio, l’accensione dei fuochi di Sant’Antonio abate, tra canti, vini e dolci tipici, come s’aranzada.

Tra le altre tradizioni locali, merita una particolare menzione “su ballu e sa vaglia”, una sorta di rito per vanificare il potere malefico del malocchio.

(foto da Facebook e Parco Geominerario della Sardegna)